[libro] Se mi lasci fa male (presentazione)

mercoledì 24 febbraio 2021

Se per coso a qualche lettore fosse piaciuto Per quest’anno le rondini non tornano segnalo che Giuliana Dea si è data al romanzo a puntate attraverso patreon. Il romanzo si intitola Se mi lasci fa mele e

non ha alle spalle nessuna revisione, a parte le mie molte riletture.

Sono convinta che sia in grado di reggersi sulle sue gambe ma voglio anche darmi il modo di sperimentare qualcosa come il romanzo a puntate.

Quindi vi faccio una proposta.

A partire dal 1 febbraio, che incidentalmente cade di lunedì, pubblicherò per chi si abbona al mio patreon un capitolo.

Come al solito, se vi piacciono i salti nel buio nella lettura, questo fa per voi. Il romanzo parla di una famiglia disfunzionale. Ci saranno 50 puntate, quindi la cosa durerà circa un anno. Chi paga vede i capitoli. Ci risentiamo fra un anno quando sarà finito e l’avrò (l’avremo) letto.

[libro] Cime tempestose

mercoledì 24 febbraio 2021

Autrice: Emily Brontë
Titolo: Cime tempestose (Wuthering Heights)
Editore: Einaudi
Altro: ISBN 9788806128746; edizione 1992; I ed. originale: 1847; p. 396; genere: romanzo romantico; saggio di Virginia Woolf, prefazione di Charlotte Brontë con lo pseudonimo di Currer Bell; appendice con estratti di lettere scritte da Emily Brontë; traduzione di Antonio Meo

Voto: 6/10

Pubblicato per la prima volta nel 1847 con lo pseudonimo di Ellis Bell, all’epoca non ricevette critiche letterarie entusiasmanti proprio per le novità che introduceva – racconti dentro altri racconti – e per la crudeltà che descriveva. Tutte cose oggi ampiamente digerite e quindi rimane, per noi, solo la trama, la prosa romantica ottocentesca e il tono poetico decantato dalla Woolf. Io però sono persona insensibile e tutta questa poesia non mi ha smosso granché o forse semplicemente non l’ho vista.

Purtroppo questo fu non solo il primo romanzo di Emily, ma anche l’ultimo. L’autrice morì nel 1848 a soli 30 anni e non fece in tempo a scrivere altro.

La storia narra invece di cattiverie e soprusi senza fine. Il nuovo inquilino di Thrushcross Grange, Mr Lockwood, conosce il proprietario e, costretto dagli eventi a rimanere a dormire presso di lui, si fa raccontare dalla governante Nelly Dean la storia della famiglia Heathcliff, di cui ha notato lo strano assortimento. Ne viene fuori una storia pazzesca, a cominciare da Heatchliff, un trovatello portato a casa, in famiglia, in una data imprecisata della seconda metà del 1700 da Mr Earnshow senior, così senza preavviso, e senza alcuna formalità. Il trovatello sarà battezzato come Heathcliff, non avrà cognome e non avrà una data certa di nascita. Le gelosie e le rimostranze del resto della famiglia creeranno un ambiente malsano, con un odio feroce del piccolo Hindley nei confronti di Heatcliff che durerà tutta la vita e invece la nascita di un amore non vissuto fra la piccola Catherine e Heathcliff. Questo porterà Heatchcliff a dedicare la sua vita alla sua personale vendetta che si estenderà al figlio di Hindley, Hareton, alla figlia di Catherine, Caty, e a suo cognato e sua moglie. Un disastro dopo l’altro. Non vi dico altro.

Non so se dipenda dalla traduzione non proprio recentissima, dovrebbe essere del 1962, o è il romanzo che è proprio così, ma ho trovato la prosa un po’ troppo pesante, con lunghi dialoghi, spiegazioni e descrizioni che non mi sono suonati proprio realistici. Ma potrei essere io il problema. I sentimenti negativi di rancore e vendetta permeano tutte le relazioni e rendono tutto il romanzo cupo e in alcuni casi spettrale.

Buona lettura.

Perseverance

domenica 21 febbraio 2021

Il 18 febbraio scorso è atterrata su Marte Perseverance, il nuovo robot targato NASA che esplorerà il pianeta rosso. Come sempre ci sono stati quelli che hanno detto che sono soldi buttati via. E quindi mi sono fatto un paio di conti, così, a spanne.
Il programma Mars2020 è costato circa 2,8 miliardi di USD spalmati in 10 anni. Facciamo 3 miliardi, cifra tonda. 300 milioni di dollari l’anno che danno da mangiare, a occhio, a circa 1000 persone. Tanto? Poco? Non so.
Vediamo quanto spendono gli USA per distruggere il pianeta e altri esseri umani. Spese militari USA del 2019: 732 miliardi di USD, il 3,4% del PIL del paese. Calcoliamo 732/0,3 e viene fuori 2440. Siamo generosi e facciamo 2400. Come stima di massima possiamo dire che gli USA spendono 2400 volte in cose militari rispetto a quanto spendono per la ricerca spaziale su Marte. La spesa militare di un giorno e mezzo è maggiore di quello che spendono in 10 anni per andare su Marte.

Senza contare che la ricerca della NASA è ricerca pubblica e quindi i risultati sono a disposizione di tutti. La tecnologia coinvolta la useremo presto per i nostri usi quotidiani.

Io però sento troppo spesso che la ricerca di base è troppo costosa e troppo poco che le spese militari si dovrebbero ridurre drasticamente.

Detto questo, abbiamo avuto in tempo reale (11 minuti circa di ritardo per la distanza) la conferma dell’atterraggio su Marte e quattro foto straordinarie. Da 202 milioni di km di distanza. Se a voi questa cosa non appare incredibile, non so. Cos’altro può stupirvi?

(Quanto sia difficile arrivare su Marte lo si vede da quanti tentativi sono andati falliti. Qui.)

La morte morta, la merda merdosa

sabato 13 febbraio 2021

Quando hai toccato il fondo puoi sempre iniziare a scavare. È così che si dice quando tutto va male, giusto? Sì, sto parlando di questo governo arlecchino, nella mia personale classifica il peggiore che si potesse immaginare. Non tanto per il Presidente del Consiglio e nemmeno per i singoli ministri, anche se la signora tunnel dei neutrini, da (ex) fisico, l’avrei lasciata a casa. È proprio il messaggio politico che dà che è devastante.

La politica dovrebbe avere un progetto di futuro, un progetto sociale di convivenza, avere degli ideali condivisi o condivisibili a cui tendere; questi progetti e ideali dovrebbero essere ben identificabili. Da tutto questo si dovrebbe trarre l’indicazione per governare. Se un progetto non ha i numeri per governare dovrebbe entrare in campo la mediazione.

Cosa abbiamo oggi di tutto questo? La destra, paradossalmente, è quella che un ideale e un progetto futuro ce l’ha. Prima gli italiani, abbasso le tasse, chi sgarra in galera, ma solo se ha la pelle scura o si droga. Poco altro. Una visione di cortissimo respiro, tutta chiusa nella paura di perdere il piccolo privilegio di benessere che pensa di avere. La sinistra non pervenuta. Forse ha anche idee meravigliose, ma non si vedono. In compenso si vedono benissimo gli ennemila partitini più o meno personali che nascono come funghi, per difendere un comunismo ormai improponibile, un ecologismo mai nato o un dinamismo di facciata dal sapore piduistico. Un velo pietoso per il M5S che sta incarnando molto bene tutto quello che si prometteva di combattere.

E il governo Draghi? Il governo Draghi ha imbarcato tutti: un progetto di destra fallito (FI), l’ala xenofoba (Lega), quelli che dovevano combattere la politica (M5S), quelli che non si sa cosa vogliono (PD) e lui, l’autore di questo ultimo passaggio verso il basso, Matteo Renzi. Come nota di colore ci sono anche i wannabe comunisti (LeU). La scusa per questo puzzle psichedelico è che la legislatura va salvata perché c’è la pandemia, andare a votare non sarebbe saggio. (No, non sarebbe saggio, anche se sarebbe molto meglio di questa accozzaglia di partiti al governo.) E fra molto poco dovremmo anche cambiare il Presidente della Repubblica. Pensare a questi problemi prima di aprire una crisi di governo pareva brutto, evidentemente.

Ma torniamo agli effetti politici di questo nuovo governo. Cosa impara l’elettore da questa crisi politica? Che un progetto di futuro non c’è più. Non ci sono futuri alternativi da scegliere. Ci sono tante persone più o meno competenti che fanno cose per tenere insieme la baracca, ma senza una strada condivisa o mediata da percorrere. C’è una emergenza sanitaria mondiale, ma si darà priorità all’economia o alle persone? Le vaccinazioni saranno ancora lasciate alle regioni o saranno date in mano allo Stato? O sarà ancora tutto di nuovo incerto, un po’ così e un po’ cosà come l’ultimo governo Conte? Anzi, ancora di più, viste le differenze fra i partiti che compongono questa maggioranza. Sempre che ci siano le differenze, a questo punto. Ma Draghi potrebbe anche fare un ottimo lavoro, no? Certo. Confermerebbe in altro modo che i partiti non servono a nulla. Sono delle pedine messe lì per essere manovrate dal Draghi di turno. Insomma, qualsiasi cosa accada il messaggio è uno solo: la politica è morta e sepolta.

[libro] Questa è l’America

martedì 26 gennaio 2021

Autore: Francesco Costa
Titolo: Questa è l’America
Editore: Mondadori
Altro: ISBN 9788852099588 (epub); 335KB; I ed. 2020; genere: saggistica, politica; 9,99€

Voto: 8/10

Mi stavo chiedendo, circa una settimana fa:

A Obama sono state riconosciute, da quasi tutti, tre grandi doti: 1) fare proseliti 2) una politica con un capo e una coda e più lungimirante di molte altre 3) essere molto preparato. Ovvio, non è stata tutta farina del suo sacco, sapeva scegliersi i collaboratori giusti, quarta grande dote. Poi la sua politica ha avuto i suoi alti e bassi, la si può giudicare in tanti modi, non è questo il punto.
Il punto è: gli USA hanno avuto per 8 anni qualcuno alla guida che aveva ben salda la testa sulle spalle. Come è successo che subito dopo sia stato eletto Trump, uno che è riuscito a spargere merda su ogni cosa che ha toccato? Come è stato possibile fare un salto di quel tipo? Questo è un mistero misterioso che andrebbe studiato bene.

e i miei amici immaginari mi hanno consigliato di rivolgermi a Francesco Costa. E in effetti avevano ragione.

Questo agile e breve saggio ci fa una breve carrellata di alcuni aspetti che tanto colpiscono noi italiani e non statunitensi in generale. La questione delle armi, la gestione della sanità, la politica. Soprattutto come gli USA vivono la politica, anche con un minimo di prospettiva storica. E come sia stato possibile Trump. Un evento forse evitabile, ma che nulla avrebbe tolto ai drammatici cambiamenti che sono in atto da molti anni, cambiamenti che rendono la politica USA tanto aggressiva e spesso inconcludente. Anzi, dopo la lettura penso che gli eventi del 6 gennaio 2021 siano stati in qualche modo salutari, abbiano fatto vedere a tutti fin dove si può arrivare; che se si va troppo oltre si mette in pericolo l’unità del paese e le sue strutture democratiche e ciò è una cosa che va a minare uno dei pochi tabù ancora rimasti nel paese. Non a caso tutte le piattaforme social e i sistemi di pagamento made in USA hanno fatto un passo indietro nel sostenere attivamente o indirettamente Trump. Se ho ragione, nei prossimi mesi il Partito Repubblicano dovrà in parte sconfessare l’operato di Trump, se vorrà ancora avere un modo per ricevere i suoi finanziamenti dai suoi elettori. Staremo a vedere.

Confesso però che dopo la lettura di questo saggio ho ancora più paura di quel paese. Non ne condivido lo spirito individualista, aggressivo, spavaldo. Mi fa paura come considerano le armi. Non condivido un certo modo di fare politica, ma vedo anche che tutto quanto è stato lì praticato dopo poco arriva anche qui in Italia e ciò mi rende alquanto inquieto e timoroso. (Indovinate dove è stato inventato “il contratto con gli Italiani” firmato su una scrivania?) Forse esagero, non è che il nostro paese sia tutto questa landa di petali di rosa, è vero. Forse, semplicemente, i problemi noti fanno meno paura di problemi mai vissuti. Ma come dicevo è solo questione di tempo, i loro problemi li avremo presto anche qui.

Ma Trump? Vi lascio alla lettura di Costa per i dettagli, ma i motivi USA sono gli stessi che hanno portato i Salvini nostrani ad avere tanto successo. Una classe operaia, una piccola borghesia in recessione, ma anche una classe abbiente frustrata e aggressiva, lasciata senza una politica capace di guidarla verso obiettivi migliori, lasciata alla mercé di politici senza scrupoli, con una lungimiranza non più lunga di un quarto d’ora. Una crisi di rappresentanza che qui in Italia non è ancora stata risolta e che non porterà a nulla di buono. Ci sarebbe bisogno di molta politica, non di movimenti che se ne dichiarano estranei.

Dalle considerazioni di Costa è evidente come i tanto vituperati meccanismi democratici che rallentano l’approvazione delle leggi e l’operato del governo hanno una precisa ragione di esistere e ci hanno parato le chiappe molte volte, ci hanno salvato da dittature e rappresentanti non proprio all’altezza. I danni di Trump sono stati limitati da queste protezioni, per esempio. Chiunque vi proponga di alleggerire questi vincoli e meccanismi vi sta presentando una polpetta avvelenata.

Buona lettura!

[libro] Jane Eyre

sabato 23 gennaio 2021

Autrice: Charlotte Brontë
Titolo: Jane Eyre
Editore: Mondadori
Altro: ISBN 9788804409175; p. XV+536; 7,23€; I ed. Oscar Mondadori 1996; I ed. originale 1847; III ed. originale 1848; genere: romanzo di formazione; traduzione: Luisa Reali; Introduzione di Franco Buffoni – Altre edizioni: Feltrinelli; ISBN: 9788807900778; Traduzione di Stella Sacchini; postfazione di Remo Cesarani / Neri Pozza; ISBN 9788854508835 (epub); Introduzione di Tracy Chevalier; Traduzione di Monica Pareschi / Versione originale nel progetto Gutenberg (III ed.) / traduzione del 1904 su LiberLiber

Voto: 8/10

Ammetto di essere partito nella lettura pieno di pregiudizi, mi aspettavo un noioso romanzo d’amore ottocentesco. Mi sono dovuto ricredere: è un romanzo d’amore ottocentesco, ma non è noioso. Il volume è un recupero di librerie altrui e mi fissava da tempo dallo scaffale. Dopo una piccola indigestione di Philip Dick, uno stacco si rendeva necessario e la curiosità ha preso il sopravvento, anche grazie alla prefazione di Buffoni, dove si ripercorre la vita dell’autrice.

Il romanzo è il secondo scritto da Charlotte, donna della media borghesia inglese dell’inizio dell’Ottocento. Il primo, The Professor, fu rifiutato da tutti gli editori e uscirà solo postumo. Jane Eyre, invece, ebbe subito un grande successo, e nel giro di pochi mesi arrivò alla terza edizione. Ma per avere fortuna e vincere i pregiudizi dell’epoca il romanzo uscì firmato con lo pseudonimo di Currer Bell. Lo stratagemma durò poco e alla fine l’autrice venne allo scoperto. Il romanzo infatti è in parte autobiografico e i dettagli ivi inseriti consentirono di risalire, in qualche modo, alla vera autrice.

Jane Eyre è un romanzo di formazione e con alcuni difetti: molti dialoghi non sembrano realistici, alcuni sono anche molto ingenui. Alcuni eventi sono alquanto inverosimili. Ma il personaggio Jane Eyre è una vera potenza, piena di passione temperata dalla ragione, indipendente, ribelle, analitica, determinata, onesta, disinteressata, gran lavoratrice, sognatrice. Una vera e propria eroina, una superdonna della metà dell’Ottocento. Ed è proprio questa sua indipendenza di pensiero e di azione, più del suo lato sensuale, passionale e romantico, che scandalizzò la critica dell’epoca; una specie di anteprima dei primi movimenti femministi di fine secolo.

La narrazione è serrata, piena di eventi imprevisti, di svolte. Jane è una bambina orfana adottata dalla zia. La famiglia adottiva avrebbe tutte le carte in regola per crescerla con agi, amore e affetto, ma invidie e contrasti con i suoi genitori e gli altri parenti, rendono la sua vita in quella famiglia un vero inferno. Jane non ha un carattere accondiscendente e mansueto, è una bambina ribelle, con le idee molto chiare su quello che vuole e su cosa prova. Finirà in un collegio e poi, ricevuta una istruzione minima, a 18 anni andrà a fare la governante nella ricca famiglia di un signore del luogo, Edward Rochester. Ovviamente i due si innamorano e le cose si complicheranno in modo inaspettato.

I personaggi sono tutti ben caratterizzati, con un preciso profilo psicologico. Il punto di vista è sempre quello della protagonista. Il romanzo offre uno spaccato degli usi e della società dell’epoca. Mi ha colpito molto la presenza di molti personaggi veramente negativi, invidiosi, gretti, anaffettivi, manipolatori, repressi. Gli uomini in questo romanzo non fanno per nulla una bella figura. Jane riesce a sopravvivere a questa carrellata di personaggi negativi con grande equilibrio. Ne uscirà ovviamente vincitrice.

Visto che siamo in una pandemia, mi ha colpito molto la descrizione dell’epidemia di tifo nel collegio. Metà dei bambini infettati, alcuni morti. Nessuna cura. Nessun vaccino. Una cosa se non normale, non infrequente.

Segnalo le altre edizioni per le introduzioni e postfazioni (interessante Remo Cesarani, Feltrinelli), che ripercorrono la biografia della Brontë, la genesi del romanzo e le critiche letterarie dell’epoca fino ad arrivare ai giorni nostri. Potete scaricare le varie edizioni dalla piattaforma MLOL della vostra biblioteca.

Segnalo un paio di mancanze e un errore di traduzione nell’edizione Mondadori. Mancano le prefazioni dell’autrice alla prima e terza edizione. Poche righe di ringraziamento, nulla di che, ma mancano. Mancano le traduzioni di poche frasi in francese presenti nel testo. L’errore invece è nel capitolo XI: Jane Eyre dice di fare un viaggio di 16 ore, di essere partita alle 4 di pomeriggio e di essere arrivata alle 8 del giorno dopo, ergo alle 8 di mattina. Riparte dopo circa mezz’ora, viaggia per altre 2 ore e arriva che è notte. Non mi tornano i conti. Vado sull’originale: “I am warming away the numbness and chill contracted by sixteen hours’ exposure to the rawness of an October day: I left Lowton at four o’clock A.M., and the Millcote town clock is now just striking eight.” Non è partita alle 4 di pomeriggio, ma alle 4 di mattina e arriva alle 8 di sera. Ora i conti tornano. Nella traduzione di Monica Pareschi (Neri Pozza), il pezzo citato in inglese più sopra termina con “io mi sto scaldando le membra intirizzite dopo sedici ore passate al freddo di un ottobre inclemente.” tagliando ogni riferimento orario. La traduzione di Stella Sacchini (Feltrinelli) è invece corretta, senza tagli.

Una curiosità: il padre Patrick Prunty era un ministro della chiesa anglicana, di origini irlandesi e iniziò a firmarsi Brontë in onore a Horatio Nelson, insignito del titolo di duca di Bronte (sì, il comune siciliano famoso per i suoi pistacchi) da Ferdinando di Borbone. La dieresi sulla e serve per non renderla muta nella pronuncia inglese.

Buona lettura!

Comizi altrui /9

venerdì 1 gennaio 2021

Dieci cose belle del 2020, una lista privata, di Roberto Tallarita

2020

giovedì 31 dicembre 2020

Scrive il mio amico immaginario Carlo Paschetto:

Mentre il Covid mi ha rivoluzionato la vita costringendomi a terra, a lasciare l’auto in garage per mesi e a mettermi la mascherina anche per portar giù la spazzatura, c’è gente che quest’anno, indossando la stessa mascherina e facendo mille attenzioni al distanziamento sociale come me, si è presa un tumore, un infarto, si è rotta una gamba, ha avuto un incidente stradale.
Direte voi, come sempre. Certo, come sempre. Ma di norma sempre è quando mandi avanti la tua vita normale fino a un attimo prima preoccupandoti del mutuo, non quando passi le giornate a difenderti dalla pandemia del secolo e ti svegli ogni mattina pensando “belìn, che assurdo anno di merda”.
Sempre è quando finisci in ospedale e non devi augurarti che in ospedale ci sia posto e che i medici non abbiamo bisogno della stessa rianimazione che serve a te.
Sempre è un’altra cosa.

E dunque il 2020 è stato, nonostante tutte le cose normali che sarebbero comunque accadute, un anno straordinario. Straordinario per tutti.

Lo ricorderò per la paura di questa malattia, un timore che oscilla fra un blando e rassicurante “sono statisticamente fra quelli che ce la possono fare senza grandi patemi” e un “se sto in ospedale un mese come il mio coetaneo è una catastrofe”. (Voi non sapete perché, io sì.)

Lo ricorderò perché ho imparato a cosa servono i funerali. La morte mi ha sempre portato grande imbarazzo, oltre al dolore. Non so mai cosa dire, come dirlo, mi sento sempre fuori luogo. Non sono credente, non nel senso che intendono le religioni, e non ho un rituale da seguire, non ne ho mai sentito la necessità. Quest’anno ho capito che questo mio imbarazzo è dovuto al fatto che per me la morte non ha una forma e che un rituale è necessario per dare forma e nome alla morte. Un rituale collettivo è meglio di uno personale, condividere un lutto è una forma di protezione, di definizione. Come si saluta chi nasce c’è bisogno di salutare chi muore. No, non è importante cosa fare, è importante farlo. Quest’anno ho salutato mia zia Vincenza, mio cugino Emanuele e un nipote acquisito, Samuele, gli ultimi due decisamente troppo giovani per lasciarci. Morti normali, come direbbe Paschetto, non dovute al Covid-19, ma che non lo sono state affatto a causa della pandemia: sono state molto più difficili.

Ricorderò il primo lockdown: le strade deserte, un silenzio irreale per città come San Donato Milanese e Milano, i pranzi sul balcone a primavera inoltrata (mai fatti prima, eppure avremmo potuti farli dal 2012), le passeggiate nel quartiere per non farsi crescere le rotelle sui glutei, il lavoro da casa, una novità per me. E la didattica a distanza, una novità per tutti, insegnanti e studenti, con gli inevitabili incidenti, malintesi, difficoltà.

Ricorderò il lavarsi le mani dopo ogni uscita, cosa che facevo anche prima, ma ora con più attenzione e diligenza.

Ricorderò le mascherine, con le incertezze iniziali (Servono? Non servono? Quanto servono?) e le certezze successive (Servono!). E quindi ogni uscita ha ormai la sua mascherina d’ordinanza. Poi alcuni hanno scoperto che le mascherine vanno portate correttamente e sempre, non a singhiozzo, ma questo forse lo impareremo tutti nella prossima pandemia. Noto però che i messaggi martellanti di ATM sui mezzi pubblici servono a qualcosa, diminuendo in modo drastico l’uso scorretto di questo semplice strumento.

Ricorderò la mancanza assoluta nel supermercato, in primavera, di farina, lievito, alcool denaturato, guanti in lattice e, appunto, ogni tipo di mascherina. Non ho neanche cercato un gel disinfettante, rientrato nelle vendite solo a maggio inoltrato.

Ricorderò le file per entrare al supermercato, una novità assoluta per tutti. Poi mi sono fatto più furbo, cambiando giorno e orario.

Ricorderò le discussioni da bar su numeri, curve statistiche, epidemiologia, virologia. Chissà se qualcuno avrà con l’occasione imparato qualcosa? Io di sicuro ho imparato che fare l’epidemiologo deve essere estremamente difficile e frustrante, specie durante le pandemie.

Lo ricorderemo per alcune strane regole dei DPCM e dei suoi moduli di autorizzazione a uscire. I meme sul web si sprecano.

Ho vissuto una strana forma di solitudine, fatta di tanti contatti a distanza, ma sempre di solitudine si è trattato. Vedersi di persona spesso non serve, altre volte è di importanza vitale; ho imparato anche questo. Ho rivisto alcuni miei ex compagni di scuola, dopo molti anni. Ho cominciato a gennaio e continuato a giugno. Una cosa straordinaria due volte, se ci penso. Ma anche la vicinanza può essere un problema: vivere in casa per molti giorni con una adolescente è stato davvero difficile, per lei lo è stato ancora di più e lo sarà ancora per mesi.

Lo ricorderò per altre piccole cose, alcuni cambiamenti personali e familiari: abbiamo visto nuove serie TV, nuove categorie di video su YouTube, una ripresa della lettura, dopo una stasi iniziale, il trasloco della mia azienda, una strana vacanza estiva (troppo corta), uno stranissimo Natale, io e la Comizietta in salotto con un albero e le luci (mai fatte come quest’anno), alcune sfighe domestiche (una lavastoviglie guasta e un acquisto di un pc molto sfortunato) e molto, molto altro.

Lo ricorderò per la strana sensibilità alle notizie nefaste, come a giustificare un 2020 difficile per tante ragioni e non per una sola. Una quasi terza guerra mondiale a inizio anno, le cavallette, una tremenda esplosione e Beirut ad agosto, gli incendi in Amazzonia, California e Australia, un disastro ambientale in Kamchatka ad ottobre, terremoti vari. Lascio continuare il lavoro a ilPost che ha raccolto le prime pagine di quest’anno e altri eventi importanti.

E per finire il vaccino contro questo virus. Fatto e testato a tempo di record con tecniche rivoluzionarie. Ci ricorderemo di questo quando sarà ora di finanziare la ricerca di base? Io ingenuamente ci spero.

Molto di quanto ho raccontato e vissuto continuerà anche nel 2021, perché il 31.12.2020 è solo una data, ma inaugureremo l’anno con il levarci dall’orizzonte un presidente USA nefasto. Spero sia di buon augurio per tutti.

Comizi altrui /8

mercoledì 30 dicembre 2020

In ordine sparso:

Il nostro Pietro (Greco) Sulla improvvisa e prematura morte del giornalista scientifico Pietro Greco

Ho un tumore, di Dario Bressanini

La promessa di un abbraccio di Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3

Carlo Rovelli, cara Radio3, sul Natale

Un altro anno da dimenticare per il carcere di Giuseppe Rizzo, giornalista di Internazionale

Fantascienza

mercoledì 30 dicembre 2020

In questi giorni la Comizietta mi ha fatto una domanda che mi ha provocato una brivido nella schiena:

“Papi, ma la fantascienza e il fantasy non sono un po’ la stessa cosa?”

Stavo meditando di avviare le pratiche per disconoscerla, quando si è salvata dicendo:

“Voglio capire che differenza c’è fra i due generi, che non mi è chiarissima.”

Su questo blog avevo citato un pensiero della Lessing sul tema e forse quanto dirò lo avrò già detto in qualche mio post, qui o altrove. (Ri)Provo a dire la mia in modo sintetico.

La fantascienza (FS) è un genere letterario (e cinematografico) che ha sempre una domanda di fondo: “Cosa accadrebbe se?” e anche “Chi siamo noi? Cosa ci caratterizza?” e ancora “Come è fatto il mondo?”. In altre parole:
Fanta = facciamo finta di essere in questo contesto ipotetico.
Scienza = Come siamo fatti? Come ci comportiamo in questo nuovo ambiente? Come indaghiamo questo mondo ipotetico?

Non importano molto i maghi, i draghi e nemmeno le astronavi. C’è dell’ottima FS fatta senza scienza e senza tecnologia, spesso al confine con il fantasy, ma ha sempre questa domanda di fondo sul nostro essere umani: come ci comporteremmo se fossimo in un mondo diverso? Rientra quindi nella FS Il pianeta del miraggio, di Heinlein, che è fantateologia, Avatar, pieno di draghi da cavalcare, Dune, con molte cose al limite del magico, per non parlare del ciclo di Canopus in Argos della Lessing, con zero scienza e molta filosofia e psicologia, se non direttamente religione. Star Wars in effetti è più simile a un fantasy per via della sua epicità, della lotta del Bene contro il Male; non si domanda affatto “come sarebbe l’Uomo se?”.

Il fantasy queste domande non le ha, o se le ha sono accessorie, non sono il motivo principale. Nel fantasy è più importante la magia, le gesta eroiche, la lotta fra il Bene e il Male, il gesto cavalleresco e romantico.

A me questa ricerca su come siamo e su come potremmo essere interessa. Il fantasy mi annoia, escluse poche eccezioni.