La questione di genere nel web 2.0

Il tema è stato affrontato da un articolo di Camilla Baresani su la 27ora. (Consiglio la lettura dell’articolo prima di continuare.) Prima la Baresani prova a dire che Wikipedia è maschilista, facendo notare che il 91% degli editor è maschio e quindi il 9% è femmina. Poi si ricorda che i contributi sono aperti a tutti senza che a nessuno venga chiesto qualcosa sulla propria situazione personale; quindi passa l’accusa a tutto il web 2.0 “perché sono maschi quelli che l’hanno progettato, perché la figura del nerd e quella del geek sono per definizione maschili, e infine, come dimostrato da recenti statistiche nella rete, perché i maschi creano contenuti mentre le donne acquistano e postano fotografie.” (Come se le fotografie non fossero contenuti, ma non facciamo i puntigliosi.)

Premesso che non sono un utente wikipediano e molte cose mi sono oscure di quel mondo, ho condotto i miei 15 minuti di ricerca e ho scoperto che:
1) all’atto dell’iscrizione come editor di Wikipedia non viene chiesto il sesso.
2) nel profilo si può lasciare il sesso “non specificato”.
3) il tema dei contributi femminili a Wikipedia è stato il tema di apertura di Wikimania 2012.

E nel link appena proposto si apre un mondo: si scopre che la questione dei contributi femminili a Wikipedia è stata affrontata da Mary Gardiner, fondatrice dell’Ada Initiative e non da Wales come detto dalla Baresani. Si scopre che la Gardiner ha detto che le donne contributrici sono il 9% di tutte le edizioni di wikipedia e che quindi, penso io, il 91% o sono uomini o non hanno specificato il sesso. Cosa che ha già più senso, perché è impensabile che il 91% degli editor si prenda la briga di dichiarare il proprio sesso nel profilo. Scopriamo anche che nella versione inglese di wikipedia le donne sono il 10-15%. E qui impariamo che sono stime variabili per le edizioni in varie lingue. Poi sono andato a vadere la situazione della lingua italiana. Non mi sono sforzato molto, ma ho trovato che la top editor è una donna eletta amministratore.

Poi c’è la questione della voce relativa all’abito delle nozze indossato dalla neoduchessa di Cambridge, che ha suscitato una grande discussione sull’opportunità di tenerla o cancellarla. (Questo genere di discussioni, dicono i frequentatori di wikipedia, sono la normale routine dell’enciclopedia on line.) La Baresani trova sconfortante e forse maschilista che questa voce fosse proposta per la cancellazione. Si è dimenticata di dire che uno dei difensori della sua presenza online è proprio quel genere di geek maschilista 2.0 accusato nell’articolo: Wales.

Insomma, cosa ho imparato da questa mini ricerca? Prima di tutto che a giocare con i numeri presi qua e là non è difficile dipingere il quadro che si vuole. Poi che Wikipedia appare un po’ meno maschilista di come ce la voleva presentare la Baresani. Che la presenza sul web del genere femminile è un problema sentito e affrontato e che la situazione probabilmente è meno drammatica di quanto si creda (e forse un filino più complicata da indagare di quanti si pensi). Poi, sicuramente, il web non può far altro che rispecchiare quanto c’è nella nostra società e se la nostra società è maschilista non si può pretendere che il web non lo sia; ma qui ci sono maggiori possibilità di espressione rispetto al mondo là fuori (sempre che abbia senso questa distinzione).

Un ultimo appunto all’articolo: l’idea che ci siano temi “femminili”, come lasciato trasparire dalla Baresani, mi inquieta. Non vorrei mai che Lacomizietta non si occupasse di qualcosa perché “maschile”.

L’articolo è stato commentato non troppo benignamente da mfisk e poi da Galatea.

PS: Chiedo scusa ai lettori per aver usato l’espressione web 2.0, ma non ho potuto evitarlo.

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