Una risposta

Oggi sul blog Disambiguando di Giovanna Cosenza è apparso questo post:

Femminicidio in Italia: obiezioni e contro-obiezioni

Questa è la mia risposta:

Per quanto riguarda le obiezioni ne aggiungo due. La prima è più che altro una tesi, secondo me ben argomentata, che dice che l’attuale maschilismo della società italiana sia in realtà protettivo contro l’estrema violenza sulle donne: la morte. (Non su quella domestica o sociale, purtroppo.) La seconda è che i numeri sono talmente bassi (numericamente e percentualmente) che nessun intervento culturale/legislativo modificherà positivamente il fenomeno (mi ripeto: stiamo parlando della morte fisica della donna, non di altro). Mi riferisco alle ricerche di B. Schneier sul terrorismo e su altri eventi probabilisticamente remoti ma terrificanti.

Il Sig. Neuburg cambia i termini del problema, affermando che anche una sola donna uccisa è un problema. Non so come faccia a vivere pensando alle migliaia di morti giornaliere che avvengono per ogni genere di ingiustizia nel mondo. Quand’anche il problema fosse sentito, ha per caso risorse infinite da dedicare a numeri così piccoli? No, non ce le ha e quindi bisogna darsi una scala di priorità e il femminicidio, grazie a dio, non è una priorità reale, ma solo mediatica.

Detto questo il lavoro da fare è molto e meritevole di essere fatto: l’uguaglianza dei diritti, la valorizzazione delle differenze di genere, le pari opportunità nel lavoro e nella società, il rispetto delle persona, al di là del genere e delle preferenze sessuali; la violenza domestica quotidiana è una emergenza sostenuta dai numeri, purtroppo, ed è invisibile; gli stereotipi e le violenze nascoste nei messaggi mediatici. Sono tutti problemi che andrebbero portati alla luce e dibattuti, risolti dove possibile. Sono tutte cose su cui lavorare a prescindere da quante donne muoiono all’anno.

Concludo che io, come appartenente al genere maschile, non mi sento affatto “responsabile” della violenza degli altri appartenenti al genere maschile, come non mi sento responsabile di ogni ingiustizia del mondo. Come del resto nessuna donna si sentirà “responsabile” per gli abbandoni e infanticidi perpetrati da altre donne. Non esiste una responsabilità di genere e la responsabilità collettiva va bene nei libri di sociologia e di storia, non nella vita di tutti giorni. La spinta per muoverci non deve essere il senso di colpa, ma il senso di giustizia, l’amore e la ragione.

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Una Risposta to “Una risposta”

  1. eDue Says:

    http://www.italiaora.org/

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