Archive for gennaio 2014

Un libro per ogni paese del mondo

venerdì 31 gennaio 2014

La scrittrice inglese Ann Morgan un giorno del 2011 si rese conto che le sue letture erano anglocentriche. Come risolvere la questione? Ma semplice! Leggere un libro per ogni paese del mondo. Facile da dire, un po’ meno da fare. Lei c’è riuscita. Complimenti per l’idea, la determinazione e il risultato. Brava davvero.

Da IlPost:
Un libro per ogni paese del mondo
Il progetto di una scrittrice inglese che ha passato un anno a leggere 197 libri – operazione non semplicissima: a volte se li è fatti tradurre apposta – e i suoi consigli di lettura

Nell’articolo trovate anche il link al suo blog che descrive questa avventura. In inglese, ovviamente.

Mail Yahoo alert (cambia password!)

venerdì 31 gennaio 2014

Se avete un account mail di yahoo è ora di cambiare password:

Hacker all’attacco di Yahoo Mail: rubate username e password
L’incursione mira a raccogliere nomi e indirizzi da utilizzare per l’invio di spam. Vittime migliaia di utenti.

Important Security Update for Yahoo Mail Users

Mi fa un po’ impressione sapere che una terza parte abbia la coppia username-password degli account di mail. Che ci fa una terza parte con username e password di yahoo?
E fate attenzione, come sempre del resto, alle mail dei vostri amici di yahoo, il cui account potrebbe essere stato compromesso. Se sono cambogiani e vi scrivono in arabo, diffidate. :-)

Aggiornamento: Mi raccomando, non usate la stessa password per tutto! Ricordate: 1 servizio – 1 password diversa da tutte le altre.

[libro] La scuola 2.0

venerdì 31 gennaio 2014

Autore: Paolo Ferri
Titolo: La scuola 2.0 – Verso una didattica aumentata dalle tecnologie.
Editore: Spaggiari
Altro: p. 301, I ed. sett 2013, ISBN 9788898195084, 39€

Voto: 6/10

Ho letto questo libro per una necessità nata all’interno di Recsando, un’associazione di volontariato di S. Donato Milanese di cui faccio parte. Vorremmo creare un momento di riflessione attorno alle nuove tecnologie in relazione all’insegnamento. Un nostro simpatizzane ha portato alla nostra attenzione questo libro e io mi sono incaricato di leggerlo e di farne una breve relazione.

Eccola.

E’ da tenere presente che il testo è molto tecnico e mirato al mondo dell’insegnamento. Non è divulgativo, insomma. E’ scritto da Paolo Ferri che è Professore Associato di Teoria e tecnica dei Nuovi Media Tecnologie all’Università Milano Bicocca.

L’ipotesi di lavoro di Ferri è che esistano i nativi digitali, che abbiano peculiarità loro e che le tecnologia digitali non siano neutre nel mondo dell’insegnamento.

I nativi digitali puri sono quelli nati dopo il 1996, anno dell’introduzione del web nella nostra vita quotidiana. I nativi digitali sono sempre stati immersi in apparati tecnologici, spesso in rete, come PC e cellulari e ora smartphone e tablet e molto altro. Li sanno usare bene, con semplicità e naturalezza. Usano la tecnologia tutti i giorni senza sentirla estranea al proprio mondo e al proprio modo di fare. Le tecnologie che mettono in rete questi apparati hanno anche un impatto sociale/psicologico in queste giovani menti. Per Ferri queste sono le caratteristiche che i nativi digitali possiedono (p. 119):

“Gioco, simulazione, performance, appropriazione multitasking, conoscenza distributiva, intelligenza collettiva, giudizio critico, navigazione transmediale, networking, negoziazione: questi sono i temi tratti tipici delle nuove forme di comunicazione sviluppate dai bambini e dai preadolescenti del nuovo millennio.”

Questo fatto, unito al fatto che le tecnologie consentono oggi di organizzare in modo completamente diverso il sapere e la sua fruizione, porta a ripensare in modo diverso anche l’insegnamento.

Il volume prende in esame molti aspetti tecnici:
1) come valutare i diversi software/sistemi digitali utili all’insegnamento
2) come organizzare fisicamente la classe
3) come organizzare l’insegnamento
4) considerazioni teoriche ed epistemologiche

Qui accenniamo ad alcuni aspetti principali trattati nel saggio.

Penso che il perno centrale di tutto sia il concetto di costruttivismo pedagogico per quanto riguarda l’aspetto teorico e la flipped classroom (classe ribaltata) per quanto riguarda l’aspetto più pratico dell’insegnamento.

Il costruttivismo pedagogico non è una cosa recente. Ferri ci (mi) informa che nacque con la Montessori ed è basato sul concetto di learning by doing, cioè imparare facendo. L’insegnante non dà tutte le informazioni e le nozioni agli alunni sugli argomenti che dovranno essere trattati. Agli alunni viene dato un quadro generale e degli strumenti di ricerca. Saranno loro a scoprire quello che c’è da imparare e a creare un percorso di apprendimento personalizzato. Quello che mancava alla Montessori è il dopo e anche il come. Le informazioni sono, oggi, prettamente multimediali e digitali, quindi riutilizzabili e manipolabili con molta facilità. Quindi gli alunni, nelle classi virtuali, possono interagire anche a distanza con molte più persone di un tempo, possono accedere a grandi riserve di conoscenza (si citano Wikipedia, TED, Khan Academy, i contenuti degli editori scolastici, la produzione interna della scuola) e possono riassemblare in modo personale quanto scoperto in modo molto più potente ed efficace. Si citano gli ebook, i video, e molto altro ancora.
Il luogo dove avviene questa ricerca è la flipped classroom, come dicevo poc’anzi. Aule e luoghi progettati per laboratori formati da piccoli gruppi di studenti, dove l’insegnate ha più il ruolo di regista e di consulente che di dispensatore di conoscenza. Luoghi con attrezzature multimediali che consentono l’interazione a distanza, luoghi che consentono l’elaborazione solitaria di quanto “catturato” in rete. Quindi non più un’aula tradizionale, ma un luogo vario di insegnamento.

Dopo che gli alunni e docenti avranno assemblato quanto imparato in nuove forme multimediali, potranno condividere e discutere i lavori con i loro pari, affinare la loro conoscenza e aggiungere altro sapere al proprio bagaglio. Il processo prevede una continua evoluzione dei materiali e un continuo riutilizzo.

La scuola 2.0 non è 2.0 solo in classe, ma anche in rapporto con i genitori e con l’istituzione scolastica. Gestione delle presenze online, delle iscrizioni, dei pagamenti, degli scrutini e tanto altro. La tecnologia, secondo Ferri, potrebbe rivoluzionare anche l’interazione genitore-docente.

La tecnologia è vista, in questo contesto, come ubiquitaria e invisibile.

Concludo con alcuni dati sulla situazione italiana. Solo il 7% delle scuole è connesso a internet, contro il 100% del Regno Unito. La banda larga arriva a malapena al 50% delle famiglie con un componente fra i 16 e i 74 anni, siamo fra gli ultimi in Europa e nel mondo. Le più connesse sono le famiglie con ragazzi in età scolare: fra gli 11 e i 35 anni oltre il 75% usa internet. Manca la connettività nelle scuole, quindi, e mancano investimenti sugli insegnanti per l’utilizzo di queste nuove tecnologie. Qualcosa si sta muovendo, l’introduzione dei libri digitali procede, anche se crea paure, malumori e qualche ingiustizia. A S. Donato e dintorni vorremmo capire cosa sta succedendo. Ce la faremo?

Critiche personali:

1) Non sono stati presi in considerazione aspetti relativi alla sicurezza dei dati degli alunni. Immagino che non fosse fra gli obiettivi del trattato, ma accennarne sarebbe stato opportuno. Mettere tutto on line o on cloud pone dei problemi di riservatezza, di proprietà e di accessibilità dei dati. Può la scuola mettere tutto il suo sapere in mano a istituzioni commerciali come Google? O può creare metodi di monitoraggio della presenza degli alunni troppo invasivi? Nelle università americane si sono già verificare eccessi di controllo, con esiti anche molto spiacevoli. (tag rfid e pc controllati da remoto)

2) L’ipotesi che la tecnologia, per il solo fatto di esserci, plasmi le menti dei ragazzi e li faccia diventare nativi digitali come intende Ferri è molto azzardata. Io non la condivido. I giovani, se non hanno nessun adulto che li instrada nella direzione che immagina Ferri, non solo non vanno da nessuna parte, ma diventano facile preda di un mondo che non esiterà a sfruttarli come consumatori e cittadini.

3) E’ vero che la tecnologia consente di applicare il costruttivismo pedagogico montessoriano come mai è stato fatto prima, ma la tecnologia non è strettamente necessaria. Tutto quanto indicato da Ferri si è fatto anche prima dell’avvento delle tecnologie informatiche diffuse. E’ un metodo che lavora benissimo anche in analogico e può essere in ogni momento e in ogni scuola adottato fin da subito. (Dopo la formazione degli insegnanti, ovviamente. Quella non si può saltare.)

4) Per 39€ ci sono troppi refusi.

5) Un saggio che parla di tecnologie digitali… e la versione del saggio non esiste in ebook. Sono quelle contraddizioni che mi lasciano sempre di stucco e senza parole. Non diciamole, allora. :-)

Musica in HD

mercoledì 29 gennaio 2014

Un mio collego mi ha informato che esistono siti web che vendono musica in alta definizione (HD). La qualità più scarsa che vendono è quella del cd audio, con il campionamento a 44,1 kHz / 16 bit. (Ovviamente più sono alti quei due numeri, maggiore è la qualità audio.). Per alcuni album si arriva a 196 kHz/24 bit, il resto sta nel mezzo. In altre parole vi vendono la traccia master, quella usata abitualmente per fare tutte le copie in commercio.

I prezzi non sono bassi, ma abbordabili, fra i 12$ e i 30$ per album. La scelta è ancora scarsa, ma immagino in rapido aumento. Niente DRM, e ciò è cosa buona e giusta.

E per sentire queste traccie? Vi consiglio di scaricarle in formato FLAC, un formato audio compresso senza perdita di qualità, sviluppato con licenza BSD/GNU. VLC, tanto per provare sul vostro pc, ve lo legge senza problemi. Poi, se fate una ricerca su s. Google, trovate tutto l’hardware che vi serve, anche per maniaci di hi fi.

A questo punto, visto che le capacità dei lettori sarà sempre maggiore, quanto durerà il formato mp3? E dei dischi in vinile che ci facciamo?

Prima di congedarvi, alcuni link:

FindMusic, motore di ricerca dedicato alla musica in alta definizione.

Alcuni store:
HD tracks
HIGH RES AUDIO
Linn Records (anche mp3)
Qobuz

Se ne sono accorti (in Olanda)

mercoledì 29 gennaio 2014

Da PuntoInformatico:

Paesi Bassi, la Baia torna navigabile
I filtri imposti agli intermediari sono sproporzionati ed inefficaci. La giustizia olandese libera The Pirate Bay da lacci e lacciuoli ormai inutili: i cittadini della Rete si sanno destreggiare fra proxy e VPN
di Gaia Bottà

Giradischi

mercoledì 29 gennaio 2014

Mio padre è un frequentatore della Boutique dell’Usato, come la chiama lui. Ha recuperato dalla Boutique un giradischi Hitachi HD-1. Aveva rotto solo la cinghia di trasmissione. Riparato, me lo sono portato a casa, che lui ne ha già uno. E mi sono portato a casa anche i pochi dischi in vinile che comprai fra la fine degli anni ’80 e i primi ’90. L’ho attaccato allo stereo e sono tornato indietro di una ventina d’anni, diciamo quasi trenta.

Al di là delle guerre di religione sulla qualità audio dei vinili, che ovviamente sarebbero meglio dei CD, ho ritoccato con mano altre differenze non piccole rispetto alla musica che sentiamo oggi.

1) Il disco ve lo dovete sentire dall’inizio alla fine. A metà dell’opera bisogna anche girarlo. Tecnicamente è vero che si possono saltare le traccie, ma è molto scomodo, perché bisogna farlo a mano. Quindi si inizia dal lato A, canzone 1 e si finisce col lato B canzone n. Il massimo della trasgressione praticabile è iniziare col lato B e passare al lato A nel secondo tempo.

2) Non sapete in ogni momento quanto tempo vi rimane alla fine della traccia, da quanto tempo state sentendo musica, a che punto della traccia siete. Niente cronometro per farvi sapere dove siete. Al massimo potete andare a vista, vedere dove è arrivato il braccio sul disco.

3) Il vinile non è trasportabile. E’ un oggetto delicato, pesante e oggi anche molto costoso. All’epoca era duplicabile solo su cassetta. Ora, se vi impegnate un poco, potrete riversarlo su un MP3. Ma ne vale la pena? Quasi mai.

4) Dicevo: il disco in vinile è un oggetto delicato. Non va toccato con le mani e ha orrore degli urti. Un graffio e potete usarlo come sottovaso.

5) Il vinile occupa spazio. Molto più di un CD, molto molto di più di un file.

Questo è quello che usavamo tutti fino all’inizio degli anni ’90, una generazione fa. (Il CD audio, seppur nato nel 1980, per un decennio è stato appannaggio esclusivo di audiofili danarosi.)

Sulla qualità audio delle registrazioni, un post a parte molto prossimamente.

[libro] Stasera mi butto /2 (spigolature)

martedì 28 gennaio 2014

Una di queste sere Lacomizietta non riusciva a dormire. La storia serale era stata raccontata, ma il sonno tardava ad arrivare. Io ero al suo fianco, e stavo leggendo Stasera mi butto, ero proprio all’inizio.

Papi: Ti leggo il libro che sto leggendo?
Figlia: Mmmm… dài, prova.

Leggo, leggo il flusso di coscienza di Maikol, se non ricordo male. Ricordo invece i numerosi cazzo nel testo. Lacomizietta mi ferma.

Figlia: Ma ci sono tutte quelle parolacce nel testo?
Papi: Emmm, sì.
Figlia: Allora quelle saltale.

(Forse abbiamo esagerato nel trattenerci dal turpiloquio durante la crescita…)

Poi finalmente si addormenta.

Qualche giorno dopo, terminato il libro, le accenno le cose straordinarie che vi ho letto. La informo che il romanzo è stato scritto da una professoressa universitaria, sa già che ci sono le parolacce, e la informo anche che si parla di sesso. Sgrana gli occhi.

Figlia: E i suoi alunni? Cosa pensano della loro professoressa che scrive quelle cose?
Papi: Non so. Bisognerebbe chiederglielo.
Figlia: E glielo chiedi?
Papi: Boh… sì, posso chiedere…
Figlia: Sai che anche la Maestra una volta l’ho sentita dire una parolaccia?
Papi: Fammi indovinare: cazzo.
Figlia: Essì, proprio quella. Lei pensava che io non ascoltassi, ma io faccio finta di non ascoltare e invece sento tutto.

Questa mattina:

Figlia: E il titolo? Perché Stasera mi butto?
Papi: Perché fra i personaggi c’è uno che fa BASE e poi perché i personaggi sono pieni di paure e pregiudizi che alla fine vengono in qualche modo superati. Alla fine si buttano anche loro nella vita. [Vi ho già detto anche troppo… siamo al limite dello spoiler.]
Figlia: Io pensavo perché uno si buttava nella lettura. Cioè uno arriva alla sera e si butta nella lettura.
Papi: E’ vero. Forse anche per quello.

Aggiornamento 30/01/2014:
Giovanna Cosenza ha ripreso questo post, come potete vedere dal pingback dei commenti, e ha risposto alla domanda de Lacomizietta. Lacomizietta ringrazia per la risposta, che l’ha soddisfatta, e non ha altro da aggiungere.

(Quanto prende un addetto stampa?)

[libro] Stasera mi butto

lunedì 27 gennaio 2014

Autrice: Giovanna Cosenza
Titolo: Stasera mi butto
Editore: Et al.
Altro: p. 316, ISBN 9788864631103, 16,00 €, I ed. Maggio 2013

Voto: 10/10

Prima di tutto il metodo narrativo, assolutamente all’avanguardia. Un io narrante (quasi) onnisciente che si mescola, a volte in modo invisibile, con l’io narrante del personaggio. E poi il racconto passa da un personaggio all’altro, da un posto all’altro, da un tempo all’altro, da un genere di scrittura – forse sarebbe meglio dire di espressione – ad un altro. Perché nel romanzo trovate articoli di giornale, blog, sms, TV, pensieri infantili e persino della musica. A questo proposito il formato cartaceo castra parecchio l’opera, ma forse anche un ebook non sarebbe stato pronto per accogliere la varietà comunicativa; ad oggi solo il web avrebbe potuto accoglierla. Siete già frastornati e confusi? Vi state chiedendo che razza di racconto sia? L’autrice ha chiamato questo metodo “transmediale”. Parola che fa un po’ paura, ma non morde.

Di che si parla? Di otto (l’autrice dice sei, ma io ne ho contati otto) personaggi in cerca di se stessi. Sono personaggi spezzati, incompleti, che si vedono orribili e insulsi e per questo cercano conferme all’esterno e non ne trovano (e come potrebbero?), sono pieni di pregiudizi, non riescono a comunicare e si ficcano in grandi pasticci. Giovanna ce li fa vedere ognuno nel loro mondo e nei loro pensieri e ogni volta il lettore fa un balzo e dice: “No! Ti sbagli! Non è come pensi!” Giovanna non mette in scacco solo i personaggi, ma anche il lettore: più di una volta si arriva alla fine del capitolo che non è più vero quello che si pensava all’inizio. Sorprese, quindi, e molte.

I personaggi inizieranno ad incontrarsi e a scontrarsi e imparerete a conoscerli pian piano. Non tutti gli intrecci avranno un finale, molte cose saranno lasciate all’immaginazione del lettore, ma la vostra curiosità non sarà lasciata inappagata.

La narrazione non vi lascerà indifferenti dal punto di vista emotivo. Ci sono stati capitoli che ho dovuto interrompere, leggere a piccoli sorsi, ché mi mettevano ansia e agitazione. Ma anche speranza, gioia, tensione, curiosità. Giovanna sa raccontare molto bene le emozioni, questo è fuori di dubbio.

Le parole: nessuna è lì per caso. Se pensate che qualcuna sia fuori posto, ebbene siete voi fuori posto. Rileggete meglio.

Ultimo appunto: il romanzo è in crescendo, quindi all’inizio potreste fare un po’ fatica o trovarlo noioso. Andate avanti e non sarete delusi.

Buona lettura!
PS: l’anno di ambientazione è il 2009. Giovanna, hai lasciato troppi indizi! :-)

Stare attenti

domenica 26 gennaio 2014

Ieri a casa di amici, di cui uno tedesco, è venuta fuori un’interessante questione:

è più corretto dire:

“si deve stare attenti” – “bisogna stare attenti”

oppure:

“si deve stare attento” – “bisogna stare attento” ?

Gli italiani propendevano per la prima forma. Il tedesco ci faceva notare che il verbo era al singolare e l’aggettivo andava al singolare.

Chi ha ragione? E soprattutto, perché?

(10 minuti di Google non mi hanno dato soddisfazione.)

7000 euro possono bastare

domenica 26 gennaio 2014

Secondo una ricerca del sito Salary (che non ho consultato) riportata da LaRepubblica.it le casalinghe (i casalinghi evidentemente no), guadagnerebbero, se fossero remunerate secondo criteri di mercato, quasi 7000 euro al mese.

Io sono pronto a lasciare il mio lavoro per 2500 euro netti al mese, senza tredicesima e buoni pasto. A dire il vero dovrei mettermi a calcolare le ore dedicate alla casalinghitudine per vedere dove arriverei. (Però fatemi conoscere uno psicologo che prenda 28 euro l’ora.) E’ anche vero che se uno non lavora (nel senso di ufficio) non si riduce a succhiare surgelati alla sera (cit. W. Allen) ma cucina più ore, salvo poi fare la dieta dello yogurt o spendere quanto guadagnato in palestra.

Fate i vostri conti.

La busta paga virtuale delle casalinghe “Il loro lavoro vale 7mila euro al mese”
Cuoche, autiste, psicologhe nello stesso tempo: uno studio calcola lo stipendio che meritano
di IRENE MARIA SCALISE