[libro] Perché il populismo fa male al popolo

Autori: Bartolomeo Sorge,Chiara Tintori
Titolo: Perché il populismo fa male al popolo – Le deviazioni della democrazia e l’antidoto del «popolarismo»
Editore: Terra Santa
Altro: ISBN 9788862406468; 14,00€; p. 128; genere: saggistica politica

Voto: 7/10

In un periodo politico e sociale molto retrogrado e buio, le parole scritte in questo libro sono un faro nella nebbia, una ventata di aria fresca. La parte più progredita e avanzata della Chiesa Cattolica è capace di elaborare, con la sua millenaria esperienza, visioni politiche e sociali molto attuali e in qualche modo (oggi) rivoluzionarie; sa ripensare se stessa in funzione dei tempi che cambiano. Come avrete intuito dal nome degli autori e dalla casa editrice, il taglio politico del saggio abbraccia in toto la politica sociale della chiesa. È un continuo riferimento a Don Sturzo, ai lavori del Concilio Vaticano II, al Cardinale Martini e a interventi di vari papi, cardinali, vescovi.

Gli autori: Sorge ha la sua voce su wikipedia e quindi, se non lo conoscete, potete farvi un’idea di chi sia. Chiara Tintori, invece, è nata nel 1971, ha svolto attività di ricerca e docenza presso varie università italiane nel campo delle scienze politiche. Ha collaborato con Aggiornamenti Sociali dal 1996 al 2018 e vive a S. Donato Milanese.

Le domande che Tintori e Sorge si pongono sono: quali sono i segni caratteristici del populismo? Perché il populismo “fa male al popolo”? Quali gli antidoti?

Per sapere cosa sia il populismo basta guardare alla politica giallo-verde degli ultimi due anni (no, non vengono risparmiate critiche nemmeno ai governi PD): soluzioni semplici, di pancia, a problemi complessi. Minoranze vessate, gli ultimi ancora più ultimi con false promesse di farli diventare “primi”.

Più interessante la proposta di antidoto: gli autori fanno loro l’appello di don Sturzo ai “liberi e forti”, ai cattolici capaci di impegnarsi in politica in prima persona, di mettere a disposizione della collettività la propria professionalità, di elaborare compromessi, di andare a fondo nell’analisi dei problemi. C’è un continuo appello alla laicità e al coinvolgimento anche dei non credenti. Ecco, questo forse è il punto debole dell’appello: se, come spiegato, la popolarità di una azione politica è riferita all’interno del mondo cattolico (le esperienze di stampo socialista sono ignorate nel testo) e se lo sprone all’azione deve essere una “tensione religiosa”, mi chiedo come i non cattolici e i non credenti possano aderire a questo progetto. Le proposte del duo sono tutte condivisibili (impegno politico personale, mediazione politica, attenzione ai più deboli e alle minoranze, inclusione, gestione delle diversità e tanto altro), ma voglio dare una buona notizia agli autori: la tensione religiosa non è affatto necessaria, almeno non la tensione religiosa cattolica, per fare buona politica.

Qui vi risparmio un mio comizio su politica e religione e vi auguro buona lettura.

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