Archive for marzo 2020

Riflessioni sparse

martedì 31 marzo 2020

[aggiornamenti in calce]

Cosa stiamo (sto) imparando da questa quarantena? Alcune riflessioni, che aggiornerò man mano, senza fare ulteriori post e senza che fra i vari pezzi ci siano delle connessioni. Spazierò dal filosofico e politico al personale, di palo in frasca. A costo di perdere i miei due lettori rimasti, questo post è così.

Siamo tutti connessi, non solo negli aspetti economici, ma anche nella gestione della salute pubblica. Non possiamo più permetterci di avere, per questo tipo di emergenze, protocolli di intervento disomogenei. Non possiamo permetterci vincoli di copyright, brevetto e limiti di accesso ai medicinali, alle cure, alle analisi di laboratorio, ai risultati genetici. Non lo possiamo più fare non solo per motivi umanitari – c’è sempre qualcuno a cui non bastano – ma anche per motivi economici. L’impatto di questa pandemia sull’economia lo misureremo molto presto e non sarà piccolo. Forse non possiamo più permetterci nemmeno una sperequazione delle risorse mondiali. I problemi sono tutti connessi. Le soluzioni non possono essere solo su base regionale.

Siamo tutti connessi e sto parlando di internet. Internet non può essere più considerato un bene voluttuario. Una connessione ad alta velocità in ogni casa dovrà essere considerato come l’allacciamento alla luce, al gas e all’acqua: un bene primario irrinunciabile. Le infrastrutture per rendere questa cosa possibile, se non statali, devono essere guidate dallo Stato e nel caso anche finanziate dove non arriva il privato. Solo 30 anni fa questa quarantena sarebbe stata impossibile. La mia azienda di fatto sta continuando a produrre tenendo i suoi dipendenti a casa. Mia figlia, anche se con mille difficoltà, sta continuando gli studi. Lo possiamo fare grazie alla fibra ottica che ci arriva in casa, sempre sia benedetta.

Siamo tutti connessi e in questi frangenti ci accorgiamo quanto siano preziose e importanti le relazioni sociali. Io, che sono orso per natura, mi accorgo che mi mancano. Mi manca incontrare i colleghi, i soliti due amici, i miei genitori e la famiglia di mio fratello. Gli amici e i parenti lontani ora sembrano ancora più lontani perché neanche volendo potrei andarli a trovare. I contatti umani, per quanto rarefatti, sono importanti.

La solitudine ha numerose sfaccettature. In casa siamo in due. Non abbiamo un maniero, quindi ci dobbiamo dividere lo spazio vitale. Siamo fortunati, non ci manca nulla, ma non possiamo stare veramente soli e non possiamo stare veramente in compagnia. A volte il lamento e la frustrazione prendono il sopravvento e l’atmosfera si fa pesante. Poi, per fortuna, riusciamo anche a riderci.

Penso a chi ha malati psichiatrici o malati gravi in casa, a chi è detenuto, a chi subisce violenza domestica o ha solo un matrimonio sulla via del tramonto. A chi non ha un lavoro che è possibile fare da casa. A chi ha subito un lutto e non può avere un funerale. Alle tante situazioni di difficoltà che possono insorgere non potendo muoversi, che pure qui, nel mio piccolo orticello, ci sono. E, nonostante tutto, penso di essere fra i fortunati, ma solo per puro caso.

Penso al mio ruolo di padre. Il dover rassicurare la Comizietta e prendere decisioni difficili mi mette in una situazione nuova e a volte molto scomoda. Eppure non è questo che mi pesa a fine giornata. Quello che mi pesa è semmai non avere io a mia volta chi mi rassicura e una valvola di sfogo. O forse nemmeno quello servirebbe. Sarebbe utile avere qualcuno con cui scambiare queste sensazioni sulla nuova situazione; un qualche spunto di riflessione fuori dal coro, un incitamento a vedere le cose da un altro punto di vista. (Sarebbe bello avere una compagna con cui fare questo cammino molto accidentato.) Forse dovrei fare come predico alla Comizietta: darmi un obiettivo, seppur minimo. Un obiettivo da seguire per sopravvivere alla quarantena. A predicarlo sembra facile, farlo un po’ meno. Per ora tengo.

Penso al mio ruolo di figlio. E qui è facile farlo: dire ai miei di stare in casa e, se escono, di stare alla larga da tutti, che gli anziani con qualche problema di salute sono i più a rischio. Meno facile è riuscirci. Ma non posso fare tutto io, vi pare?

Penso al mio ruolo di lavoratore. Lavorare da casa non è facile. Per nulla. Le cose cambiano, le interazioni personali, in alcuni casi, sarebbero necessarie e anche il contatto con le macchine è necessario. Lo so che non ci credete, ma è così. Bisogna pensare in modo diverso.

Penso alle tante cose che ho rimandato perché non c’è tempo. E scoprire, per l’ennesima volta, che il tempo c’entra di solito molto poco. Ora, lavorando da casa, ho due ore in più per me, quelle che di solito uso per andare e tornare dal lavoro. Pensate che stia facendo una delle cose che rimando da una vita? No di certo! Ecco, se volevate una prova di questo strano meccanismo, ora l’avete. Se vi interrogate sul perché non le fate scoprirete cose nuove su voi stessi. O forse no, ma avrete una cosa in meno di cui lamentarvi: non le fate perché non le volete fare.

Penso a chi in questo momento sta prendendo decisioni importanti. I nostri bistrattati politici si trovano ora a gestire una situazione anomala e piena di imprevisti. Per nessuno sarebbe facile fare la cosa giusta, le cose da tenere in considerazione sono tantissime. E se quanto fatto è la cosa giusta lo sapremo fra qualche mese, non ora. In questo frangente saranno obbligati a dare il meglio. Non invidio nessun ministro, in questo momento. Gli auguro solo tanta fortuna e sappiano farsi guidare da chi sa più di loro. Sarà un bel test.

L’informazione. Ringrazio tutto il tempo speso in questi ultimi 24 anni a costruirmi una rete di informazione che non passi (solo) per i giornali. Tempo che pensavo perso e invece ora mi è utilissimo. Persone esperte, che curano quello che dicono, che se sbagliano avvertono, che informano un po’ su tutto. Vorrei fare una lista qui di blog, profili twitter, podcast, newsletter, il socialino tutto e siti istituzionali che in questi giorni mi hanno permesso di tenermi informato senza ansia e allarmismi inutili, ma sarebbe troppo lunga e temo incompleta. I link sui miei post dicono qualcosa di chi seguo. Ho smesso di seguire tutti quei siti che sono fonte di ansia inutile e notizie di qualità quanto meno discutibile. Parlo di Repubblica, Corsera e altri giornali più o meno storici. Prometto a ilPost che appena sistemo una questione personale farò l’abbonamento. Ora non è il caso. ilPost è l’unico giornale on line che conosco con un minimo di sobrietà e dignità e che si è dimostrato utile in questo periodo eccezionale.

E poi le domande più difficili: quando finirà tutto questo? Come ritorneremo alla normalità? O meglio: come sarà la nuova normalità? L’incertezza sul futuro, la mia paura più grande. E mi sa che un po’ di questa paura me la dovrò far passare. Digerire la cipolla, diceva Gaber. Ecco, dovrò imparare a digerire la cipolla. Se non tutta, almeno una buona metà, che altrimenti sopravviverò al coronacoso, ma mi farà secco l’ansia.

Aggiornamento 31/03/2020

Cose curiose.

Nei negozi in cui vado mancano: alcool etilico denaturato, guanti in lattice, qualsiasi tipo di Amuchina e mascherine anti qualsiasi cosa. E fin qui la cosa è abbastanza ovvia. Meno ovvia l’assenza di lieviti per torte e pane. Spariti. Le farine scarseggiano. Evidentemente siamo tutti in casa a fare torte, pane, pizza e pasta. In compenso qui ci sono uova e candeggina. Altrove so che scarseggiano.

Non ho ancora capito perché nel supermercato alcune cose non vengono vendute: biancheria intima, cancelleria, cose per la casa (bicchieri, piatti, ciotole eccetera.) Per caso stando a casa queste cose non servono più? Mancano le scorte? Serve per non fare ressa? (Ho sentito anche questa scusa.) È una libera interpretazione del decreto di chiusura? Non so se lo voglio sapere, per ora è così.

Mi si sono rotti gli occhiali da vista. Per fortuna uso un modello che si trova in ogni farmacia e negozio. Al supermercato vicino a casa sostenevano che non potevano vendermeli. Ho fatto la faccia di quello che non sarebbe uscito senza e infatti sono uscito con gli occhiali nuovi.

Il distributore automatico di latte crudo e altre cose alimentari, qui a 300 metri da casa, si pensava dovesse chiudere e invece qualcuno ci ha ripensato e rimane aperto, offrendoci la scusa di una passeggiata a qualsiasi ora per ovvi motivi di rifornimento alimentare. (Tranquilli, nessun contatto con nessuno, molto più sicuro di una qualsiasi spesa in un supermercato o negozio.)

Ho smesso di leggere libri. In questa situazione di “sospensione”, la lettura non è stimolata. In compenso guardo numerose boiate in streaming (Tekkaman!) e su YT.

Vedo sui social che molti e molte si truccano e si vestono bene per andare a portare la spazzatura fuori, per stare nel balcone, andare a fare la spesa o una videoconferenza con colleghi, clienti e familiari. Io invece rimango il cialtrone che sono, con calzini bucati, tuta macchiata di candeggina, felpa malandata, barba incolta più del solito, emissioni gassose libere. È una delle poche cose che mi piace di questa reclusione forzata. Ah, sì. E non stiro nulla da tre settimane.

Può andare peggio? Per qualcuno sì: “Yemen, doppio dramma: il coronavirus ai tempi della guerra“. Ma poi le fazioni in guerra, alcune, non tutte, pensano che sia meglio ammazzarsi da sani. O per lo meno senza COVID-19: “Proclamato il cessate il fuoco nei Paesi in guerra per paura della pandemia” Siamo animali decisamente strani.

Vorrei tanto stare veramente da solo. O almeno cambiare compagnia. O di non avere sempre una scusa per uscire. Ho voglia anche di abbracciare altri che non sia la Comizietta. Ma questo immagino anche voi.

Comizi altrui /12

mercoledì 25 marzo 2020

Di #COVID19, isolamento, social e futuro
di Cetta De Luca

Andate a donare il sangue!

mercoledì 18 marzo 2020

Donare il sangue non è pericoloso per il ricevente e nemmeno troppo per il donatore.

Da ilPost:

Si può donare il sangue anche durante l’epidemia di coronavirus
Non è rischioso, né per il donatore né per il ricevente, anche se bisogna prendere qualche precauzione in più

La città fantasma

lunedì 16 marzo 2020

La settimana scorsa la Comizietta doveva fare un compito di italiano: trasformare un articolo di giornale in un racconto. Il link all’articolo di giornale lo metto in calce. Il racconto è venuto bene e ve lo propino:

Erano le 5 del mattino; eravamo stati svegliati nel cuore della notte, dopo che erano riusciti a localizzare quella donna sparita ormai da due giorni.

Da quattro ore ormai stavamo facendo la posta a quell’edificio.

Dovevamo solo aspettare che qualcuno uscisse per riuscire a contrattare e avere indietro l’ostaggio. Ma da un’ora ormai non giungevano più notizie dall’interno, nonostante uno della squadra fosse entrato come patteggiatore.

Io e Max eravamo nascosti dietro il muretto che circondava l’abitazione accovacciati sull’erba fredda e umida. Le gambe ormai iniziavano a tremare, il cuore batteva talmente forte che quasi pregavo che non ci facesse scoprire, ogni respiro era controllato, ogni muscolo teso. Nei film ovviamente queste cose non si vedono mai, ma un giubbotto antiproiettile con la scritta FBI sulla schiena non ti sottrae alla paura, rimani umano in ogni caso e io, quel giorno ero umano, quel giorno avevo paura.

Il sonno si faceva sentire, ma i mesi di allenamento bastavano per superarlo. Vedevo Max alla mia destra, sembrava a tratti più provato di me, ma nonostante tutto l’idea di non essere solo era fondamentale per non impazzire del tutto e scappare urlando. Ero consapevole della situazione, ma l’ansia di quella notte era simulata alla perfezione; il fatto di essere con qualcuno era come se mi desse stabilità: non potevo scappare, non potevo avere paura, avevo qualcuno che aveva bisogno di me e un compagno che dovevo supportare con la mia presenza.

La pistola giaceva fredda nelle mie mani, ore vicino al mio corpo non erano bastate a scaldarla: per ironia della sorte quello strumento era immune al calore umano. Continuavamo a fissare quella finestra illuminata: sebbene fosse passata un’ ora dall’ultimo movimento percepito, sebbene il nostro infiltrato continuasse a comunicare con la centrale, sebbene sapessimo che sia lui che l’ostaggio erano ancora in vita, nonostante fosse solo una questione di tempo, in ogni caso, osservavamo quella casa come se ore di attesa non ci avessero confermato che era solo una prova di resistenza. Come capita molto spesso, quando si fissa per lungo tempo qualcosa, senza distogliere lo sguardo, anche solo per pochi secondi, la cosa in questione inizia ad apparirti strana o addirittura inizi ad avere leggere allucinazioni, a percepirla storta o con colori differenti; ecco se si somma questo fenomeno naturale al buio, allo stress e alla mancanza di sonno il risultato fu nel mio caso vedere una normalissima finestra diventare da bluastra a violacea, con contorni sfocati e leggermente pendente verso destra.

Quando percepii una voce dal mio auricolare mi svegliai con un tremito da quel sogno ad occhi aperti.

Il patteggiatore sembrava essere stato sparato ad una gamba dal delinquente che tentava di scappare. Era in vita, ma se non fossimo intervenuti lui sarebbe velocemente morto dissanguato, tuttavia la squadra di soccorso non poteva intervenire con un pazzo armato nella stessa stanza del ferito. Dovevamo allontanare l’uomo: non troppo da farlo scappare, abbastanza da far entrare la squadra di pronto soccorso. In fretta. Gli ordini erano di circondare la villetta, così da permettere ad alcuni di entrare, far uscire l’uomo armato insieme all’ostaggio e consentire agli aiuti di intervenire.

Io e Max eravamo i più vicini alla porta. Io e Max dovevamo entrare.

Il cuore mi saltò in gola. Costeggiando il muro ci avvicinammo alla porta, io davanti con Max dietro la schiena, con la pistola che precedeva ogni nostro sguardo, ogni nostro passo.

Bussai con l’avambraccio per assicurarmi che la porta fosse chiusa, per poi aprirla, sfondandola con la testa d’ariete. Il respiro si faceva veloce e sentivo l’adrenalina invadermi il corpo, dai piedi fino alla punta delle dita. La porta si spalancò con con gran fracasso e solo in quel momento realizzai quanto fossi stato in silenzio sino a quel momento. Quando entrai puntai la pistola avanti e Max mi fu di fianco. Davanti all’uscio vi era un piccolo corridoio che terminava con un armadio alla cui destra c’era una stanza, la porta era aperta e la luce era accesa. Il fascio di luce ci guidò fino all’entrata. Eravamo rasenti al muro con la pistola all’altezza delle cosce, tenuta da entrambe le mani, che questa volta però non tremavano affatto.

Entrammo insieme.

Trovammo il membro della nostra squadra seduto poco distante dalla porta: schiena al muro, si teneva la gamba premuta sul petto con un braccio, con l’altro puntava la pistola. Perdeva molto sangue.

L’uomo era in un angolo, con le spalle davanti all’unica finestra nella piccola stanza. La ragazza era in ginocchio davanti a lui. Aveva la bocca fasciata con uno straccio e una sporca maglia bianca che le faceva da vestito. Era gracile, una figura sottile i cui occhi gridavano e piangevano. Dal naso colava del sangue a dalla bocca uscivano lamenti soffocati.

Con una mano l’uomo la teneva per i capelli, con l’altra le puntava la pistola alla tempia.

Sapevo che non avrei avuto nessuno sulla coscienza, eppure, per un attimo, il mio stomaco si ridusse a una noce.

Lo sguardo del delinquente era fisso, con gli occhi sgranati e un lieve sorriso, che esprimeva un misto tra paura ed eccitazione. Abbassammo le armi e mentre Max gli parlava e fingeva di volersi avvicinare io comunicai la situazione dall’auricolare, coperto dal casco. Passò un interminabile minuto.

All’improvviso un proiettile bucò il vetro, per colpire il braccio del malvivente.

L’uomo mollò la ragazza afferrandosi l’arto con la mano e cadde a terra urlando e stringendo i denti.

La ragazza ci corse in contro. Tremava e quando si afferrò al giubbotto antiproiettile non potei fare a meno di abbracciarla, scomparve per un attimo, piccola com’era tra le mie braccia.

Max corse verso l’uomo e gli mise le manette mentre i soccorsi entravano per portare via l’uomo, ancora cosciente.

Era finita.

L’esercitazione era finita.

L’alba era sorta su Hogan’s Alley, città fantasma.

Tutti ci sorridemmo all’interno della stanza, “esercitazione completata, avete fatto un buon lavoro ragazzi”, questo mi risuonò nelle orecchie, con mio grande sollievo.

Da anni avevo studiato all’accademia vicina, per mesi mi ero allenato in palestra e finalmente ero riuscito a partecipare alle famose simulazioni di Hogan’s Alley.

Si tratta di un quartiere costruito nel 1987 con l’aiuto di numerosi sceneggiatori di Hollywood appositamente per l’allenamento delle forze speciali. Attori e attrici si prestano per interpretare passanti, vittime, ostaggi e delinquenti per simulare scene plausibili che richiedono l’intervento delle forze speciali.

Salutai i miei colleghi che si allontanavano per fare colazione, rimasi solo nella stanza.

Sorrisi al sole che stava sorgendo su quella fredda mattina di marzo: quella vita salvata, quell’abbraccio, quei gesti eroici tanto sognati da bambino, forse, un giorno, sarebbero diventati reali.

(C)2020 Tutti i diritti riservati.

Articolo originale:
Questo quartiere non esiste
Hogan’s Alley è stato costruito dall’FBI per addestrare i suoi agenti: si trova a Quantico, in Virginia, ed è parecchio strano

Comizi altrui /11

lunedì 16 marzo 2020

Sempre lo Scorfano, sulla morte (e la vita):

corrispondenze
di Davide Profumo

Comizi altrui /10

venerdì 13 marzo 2020

Lo Scorfano, insegnante di lettere e blogger acquattato in un posto molto nascosto, in questi giorni di reclusione ci ha ricordato la poesia d’amore. Quale momento migliore.

parlare d’amore
di Davide Profumo

[coronavirus] Comizi altrui /9

martedì 10 marzo 2020

Il perché dello starsene a casa.

Con matematica, video in inglese con sottotitoli in italiano:

Crescita esponenziale ed epidemie

Meno matematica, video con Dario Bressanini:

ISOLAMENTO: serve DAVVERO? Cosa rischiamo se non lo facciamo?

Salvo di Grazia in forma scritta:

Coronavirus: cosa sta succedendo?