La città fantasma

La settimana scorsa la Comizietta doveva fare un compito di italiano: trasformare un articolo di giornale in un racconto. Il link all’articolo di giornale lo metto in calce. Il racconto è venuto bene e ve lo propino:

Erano le 5 del mattino; eravamo stati svegliati nel cuore della notte, dopo che erano riusciti a localizzare quella donna sparita ormai da due giorni.

Da quattro ore ormai stavamo facendo la posta a quell’edificio.

Dovevamo solo aspettare che qualcuno uscisse per riuscire a contrattare e avere indietro l’ostaggio. Ma da un’ora ormai non giungevano più notizie dall’interno, nonostante uno della squadra fosse entrato come patteggiatore.

Io e Max eravamo nascosti dietro il muretto che circondava l’abitazione accovacciati sull’erba fredda e umida. Le gambe ormai iniziavano a tremare, il cuore batteva talmente forte che quasi pregavo che non ci facesse scoprire, ogni respiro era controllato, ogni muscolo teso. Nei film ovviamente queste cose non si vedono mai, ma un giubbotto antiproiettile con la scritta FBI sulla schiena non ti sottrae alla paura, rimani umano in ogni caso e io, quel giorno ero umano, quel giorno avevo paura.

Il sonno si faceva sentire, ma i mesi di allenamento bastavano per superarlo. Vedevo Max alla mia destra, sembrava a tratti più provato di me, ma nonostante tutto l’idea di non essere solo era fondamentale per non impazzire del tutto e scappare urlando. Ero consapevole della situazione, ma l’ansia di quella notte era simulata alla perfezione; il fatto di essere con qualcuno era come se mi desse stabilità: non potevo scappare, non potevo avere paura, avevo qualcuno che aveva bisogno di me e un compagno che dovevo supportare con la mia presenza.

La pistola giaceva fredda nelle mie mani, ore vicino al mio corpo non erano bastate a scaldarla: per ironia della sorte quello strumento era immune al calore umano. Continuavamo a fissare quella finestra illuminata: sebbene fosse passata un’ ora dall’ultimo movimento percepito, sebbene il nostro infiltrato continuasse a comunicare con la centrale, sebbene sapessimo che sia lui che l’ostaggio erano ancora in vita, nonostante fosse solo una questione di tempo, in ogni caso, osservavamo quella casa come se ore di attesa non ci avessero confermato che era solo una prova di resistenza. Come capita molto spesso, quando si fissa per lungo tempo qualcosa, senza distogliere lo sguardo, anche solo per pochi secondi, la cosa in questione inizia ad apparirti strana o addirittura inizi ad avere leggere allucinazioni, a percepirla storta o con colori differenti; ecco se si somma questo fenomeno naturale al buio, allo stress e alla mancanza di sonno il risultato fu nel mio caso vedere una normalissima finestra diventare da bluastra a violacea, con contorni sfocati e leggermente pendente verso destra.

Quando percepii una voce dal mio auricolare mi svegliai con un tremito da quel sogno ad occhi aperti.

Il patteggiatore sembrava essere stato sparato ad una gamba dal delinquente che tentava di scappare. Era in vita, ma se non fossimo intervenuti lui sarebbe velocemente morto dissanguato, tuttavia la squadra di soccorso non poteva intervenire con un pazzo armato nella stessa stanza del ferito. Dovevamo allontanare l’uomo: non troppo da farlo scappare, abbastanza da far entrare la squadra di pronto soccorso. In fretta. Gli ordini erano di circondare la villetta, così da permettere ad alcuni di entrare, far uscire l’uomo armato insieme all’ostaggio e consentire agli aiuti di intervenire.

Io e Max eravamo i più vicini alla porta. Io e Max dovevamo entrare.

Il cuore mi saltò in gola. Costeggiando il muro ci avvicinammo alla porta, io davanti con Max dietro la schiena, con la pistola che precedeva ogni nostro sguardo, ogni nostro passo.

Bussai con l’avambraccio per assicurarmi che la porta fosse chiusa, per poi aprirla, sfondandola con la testa d’ariete. Il respiro si faceva veloce e sentivo l’adrenalina invadermi il corpo, dai piedi fino alla punta delle dita. La porta si spalancò con con gran fracasso e solo in quel momento realizzai quanto fossi stato in silenzio sino a quel momento. Quando entrai puntai la pistola avanti e Max mi fu di fianco. Davanti all’uscio vi era un piccolo corridoio che terminava con un armadio alla cui destra c’era una stanza, la porta era aperta e la luce era accesa. Il fascio di luce ci guidò fino all’entrata. Eravamo rasenti al muro con la pistola all’altezza delle cosce, tenuta da entrambe le mani, che questa volta però non tremavano affatto.

Entrammo insieme.

Trovammo il membro della nostra squadra seduto poco distante dalla porta: schiena al muro, si teneva la gamba premuta sul petto con un braccio, con l’altro puntava la pistola. Perdeva molto sangue.

L’uomo era in un angolo, con le spalle davanti all’unica finestra nella piccola stanza. La ragazza era in ginocchio davanti a lui. Aveva la bocca fasciata con uno straccio e una sporca maglia bianca che le faceva da vestito. Era gracile, una figura sottile i cui occhi gridavano e piangevano. Dal naso colava del sangue a dalla bocca uscivano lamenti soffocati.

Con una mano l’uomo la teneva per i capelli, con l’altra le puntava la pistola alla tempia.

Sapevo che non avrei avuto nessuno sulla coscienza, eppure, per un attimo, il mio stomaco si ridusse a una noce.

Lo sguardo del delinquente era fisso, con gli occhi sgranati e un lieve sorriso, che esprimeva un misto tra paura ed eccitazione. Abbassammo le armi e mentre Max gli parlava e fingeva di volersi avvicinare io comunicai la situazione dall’auricolare, coperto dal casco. Passò un interminabile minuto.

All’improvviso un proiettile bucò il vetro, per colpire il braccio del malvivente.

L’uomo mollò la ragazza afferrandosi l’arto con la mano e cadde a terra urlando e stringendo i denti.

La ragazza ci corse in contro. Tremava e quando si afferrò al giubbotto antiproiettile non potei fare a meno di abbracciarla, scomparve per un attimo, piccola com’era tra le mie braccia.

Max corse verso l’uomo e gli mise le manette mentre i soccorsi entravano per portare via l’uomo, ancora cosciente.

Era finita.

L’esercitazione era finita.

L’alba era sorta su Hogan’s Alley, città fantasma.

Tutti ci sorridemmo all’interno della stanza, “esercitazione completata, avete fatto un buon lavoro ragazzi”, questo mi risuonò nelle orecchie, con mio grande sollievo.

Da anni avevo studiato all’accademia vicina, per mesi mi ero allenato in palestra e finalmente ero riuscito a partecipare alle famose simulazioni di Hogan’s Alley.

Si tratta di un quartiere costruito nel 1987 con l’aiuto di numerosi sceneggiatori di Hollywood appositamente per l’allenamento delle forze speciali. Attori e attrici si prestano per interpretare passanti, vittime, ostaggi e delinquenti per simulare scene plausibili che richiedono l’intervento delle forze speciali.

Salutai i miei colleghi che si allontanavano per fare colazione, rimasi solo nella stanza.

Sorrisi al sole che stava sorgendo su quella fredda mattina di marzo: quella vita salvata, quell’abbraccio, quei gesti eroici tanto sognati da bambino, forse, un giorno, sarebbero diventati reali.

(C)2020 LaComizietta – Tutti i diritti riservati.

Articolo originale:
Questo quartiere non esiste
Hogan’s Alley è stato costruito dall’FBI per addestrare i suoi agenti: si trova a Quantico, in Virginia, ed è parecchio strano


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