Archive for settembre 2020

[libro] La fisica dei perplessi

mercoledì 30 settembre 2020

Autore: Jim Al-Khalili
Titolo: La fisica dei perplessi – L’incredibile mondo dei quanti (Quantum. A Guide for the Perplexed)
Editore: Bollati Boringhieri
Altro: ISBN: 9788833933801; p. 275; 14.00€; genere: saggistica, fisica; I ed. originale 2003; I ed. italiana 2014; questa edizione: gennaio 2020; traduzione di Laura Servidei

Voto: 7/10

Nonostante la mia laurea in Fisica – molte delle cose che sono scritte qui dovrei averle già viste, ma sono passati più di 20 anni dalla fine dei miei studi e il mio esame di fisica teoria è fra quelli con il voto più basso – alcuni paragrafi e alcuni capitoli mi sono rimasti abbastanza nebulosi. Ma sono certo che non è colpa dell’autore, che con grande coraggio e pazienza prova a farci capire qualcosa.

La fisica quantistica è quanto di meno intuitivo l’uomo stia esplorando e il suo studio necessita di un livello di astrazione notevole e quindi l’uso di una matematica molto avanzata. (E qui saluto anche il mio esame di Metodi matematici per la fisica, che ho passato ancora non so come e anche con un bel voto. Un mistero… quantistico.) In alcuni punti essere più chiari significherebbe tirare fuori questa matematica e in questo modo si perderebbero tutti i lettori, esclusi i laureandi in fisica, forse.

Provo a darvi un’idea di che mondo assurdo è l’infinitamente piccolo: se voi mettete una pallina da golf in una stanza, per sapere la sua posizione dentro la stanza vi bastano 3 numeri. L’altezza da terra e le distanze da due pareti ortogonali fra loro. Se ci mettete un elettrone, per fare la stessa cosa avrete bisogno di una funzione d’onda, la famigerata psi, un simpatico oggetto matematico. Ma ancora non sapreste nulla sulla posizione del vostro elettrone. Dovrete farci un po’ di conti su questa funzione d’onda. (Se non ricordo male dovreste calcolare il modulo. [edit] No, ho controllato, è ancora più complicato, lasciamo perdere.) E poi avreste la posizione del vostro elettrone nella stanza? No. Avreste, in ogni punto, la probabilità di trovarlo. Sì, la probabilità, non la certezza. E questa cosa non è eliminabile. Se pensate che questa cosa sia assurda, poi le cose si complicano rapidamente e diventano sempre più assurde, fino ad arrivare al vostro elettrone che esce magicamente dalla stanza in cui l’avevate messo, passando letteralmente attraverso le pareti come un fantasma qualsiasi.

Nonostante questo, la fisica dei quanti non è rimasta nei laboratori e nelle carte dei fisici. Molta elettronica di consumo e molti strumenti medicali, come la risonanza magnetica nucleare o la tomografia a emissione di positroni, usano le magiche proprietà di questo strano mondo per divertirci e salvarci la vita. In poco più di 100 anni la fisica quantistica ha aperto numerose porte a nuovi campi di studio e usi pratici, cosa assolutamente impensabile all’inizio del ‘900.

Buoni i capitoli sull’esperimento della doppia fenditura e la spiegazione del cosiddetto paradosso del gatto di Schrödinger; ottima l’idea di dare una visione storica della materia, che non tutti gli studiosi sono sempre stati d’accordo fra di loro e molti che hanno dato contributi importanti alla materia neanche credevano che la teoria avrebbe avuto così tanta fortuna. (Ciao Einstein.)

Il capitolo sulle varie interpretazioni della teoria dei quanti apre scenari filosofici ai limiti del teologico e Al-Khalili prova a darci una panoramica anche su questo aspetto.

Il capitolo sui computer quantistici è ormai superato, che di progressi dal 2003 ne sono stati fatti parecchi e gli sviluppi sono abbondantemente foraggiati dall’industria. Per ora siamo ancora nel campo sperimentale, ma un computer quantistico per uso industriale sarebbe come passare dal pallottoliere a un qualsiasi super computer in uso oggi. Questo per darvi un’idea del futuro che ci aspetta.

Non mi resta che augurarvi buona lettura, ma non sperate di essere meno perplessi a fine libro. E se non capite qualcosa, lasciate perdere e andate avanti.

[libro] La matematica è politica

giovedì 24 settembre 2020

Autrice: Chiara Valerio
Titolo: La matematica è politica
Editore: Einaudi
Altro: ISBN: 9788806244873; p. 106; 12,00€; genere: saggio politico filosofico; I ed. 2020

Voto: 8/10

Manifesto politico e filosofico personalissimo e al contempo attuale e quanto mai condivisibile. A dire il vero a ogni occorrenza della parola matematica avrei potuto inserire la parola fisica e il discorso avrebbe continuato ad avere una sua validità, in alcuni punti sarebbe stato anche più convincente. Ma forse lo studio di qualsiasi materia inutile, come la filosofia, la pittura o la letteratura latina, andrebbe bene per argomentare quanto dice la Valerio.

La matematica è presentata come una palestra etica, una materia che compone l’ossatura di cittadini democratici e adatti alla vita politica.

La matematica dà regole, ma sono regole arbitrarie, che vanno discusse, come in democrazia.

La matematica è immaginazione, perché consente di trovare soluzioni a problemi difficili o impossibili e in democrazia c’è bisogno di immaginare il futuro.

La matematica non ammette falsità, tutti possono verificare che un teorema è vero e anche in democrazia la falsità dovrebbe essere bandita.

La matematica è relazione, fra oggetti ideali, ma anche fra persone. Non ci sono dimostrazioni valide o costrutti ingegnosi se non sono condivisi. La democrazia e la politica sono costruite sulle relazioni fra persone.

La Valerio ci conforta dicendoci che i matematici sbagliano, come chi si occupa di democrazia e di politica. Ma che per farsi perdonare basta comprendere le cose, e fare meglio.

La matematica è linguaggio e la democrazia non può esistere senza un linguaggio comune. E poi tempo e futuro, nella matematica e nelle politica. L’esperienza del confino pandemico e altri aneddoti.

E poi la matematica e il tempo, la matematica e l’istruzione, la matematica e la cultura e tanto altro.

Un punto di vista personale sul mondo per darci molti spunti di riflessione.

Buona lettura.

Aggiornamento 28/11/2020:

Cosa ne pensa .mau. , un matematico, del libro. Qui.

[libro] Guerra e pace

domenica 20 settembre 2020

Autore: Lev Tolstoj
Titolo: Guerra e pace (Война и мир (Vojna i mir))
Editore: Einaudi
Altro: ISBN 9788806241216 (Ebook epub ISBN 9788858430019); 25,00€ (epub: 6,99€); genere: romanzo storico; 1584 pagine, 2 volumi; prefazione di Leone Ginzburg; ed. 2019; traduzione di Emanuela Guercetti dalla 5° ed. russa del 1886

Voto: 8/10

Io e Guerra e pace

Era il 1982, ero alle medie, e la mia professoressa di italiano aveva questa strana pretesa: che leggessimo un tot di libri all’anno e che ci facessimo una scheda di lettura. A me leggere è sempre piaciuto, ma essere obbligato a fare una scheda di lettura no. Oggi per ogni libro che leggo faccio un comizio, che altro non è che una scheda di lettura, e lo faccio perché non ne sono obbligato. All’epoca accadeva il contrario, ero obbligato e non facevo le schede di lettura. L’unico modo per non fare una scheda di lettura era non leggere. E infatti alle medie lessi pochissimo. Ma non potevo dire che non leggevo e basta. Bisognava trovare una scusa. In biblioteca mi imbattei in questo tomo gigante, forse avevo sentito da qualcuno che era un caposaldo della letteratura mondiale, si parlava di guerre napoleoniche, argomento quanto mai noioso per un adolescente in seconda media. Bene. Inizio questo, è lunghissimo, la prof mi darà il tempo necessario, non lo finirò mai perché noiosissimo, ma intanto l’anno scolastico finirà. E così fu. Non credo di essere andato oltre pagina 100.

Siamo a fine 2019, novembre o dicembre, non ricordo esattamente. Sul socialino si inizia a parlare di Guerra e pace, che è un romanzo bello, importante, che è così e cosà, che c’è una traduzione moderna di Emanuela Guercetti e cose così. Mi procuro l’edizione digitale da MLOL, la inizio, mi piace e prendo l’edizione cartacea. Era il 4 dicembre 2019. Dopo 10 mesi – o 38 anni, fate voi – nonostante la professoressa di italiano delle medie e nonostante il lockdown che mi ha inspiegabilmente bloccato la lettura, posso dire di essere arrivato alla fine. Ne è valsa la pena.

Perché guerra e pace è difficile

Paradossalmente non è la sua lunghezza la difficoltà di questo romanzo. Ho letto libri altrettanto lunghi senza grandi difficoltà e molto velocemente. (Un saluto al ciclo della Fondazione di Asimov.) Né lo è il suo stile, che la traduzione della Guercetti lo rende tutto sommato un romanzo moderno e attuale. Nemmeno i comizi dell’autore (ne parlo dopo) sono un problema, visto che in genere mi sono piaciuti. Nonostante questo, mi è sembrato non finisse mai.

Ci sono le parti in francese, perché all’epoca il francese era la lingua internazionale che faceva cultura, e le parti in francese non sono tradotte nel testo e la traduzione non è a fine pagina, ma a fine libro. Molto scomoda.

Ci sono una infinità di personaggi, storici e immaginari, e ogni personaggio ha una miriade di grafie diverse, vezzeggiativi, francesismi, varianti. L’edizione Einaudi mette all’inizio del primo volume un elenco di quelli principali. Dati i personaggi poi ci sono le relazioni fra di loro. Ho messo tutto su un foglio di carta e dopo il primo volume avevo un groviglio inestricabile di linee. Un immenso scarabocchio.

Ci sono una infinità di luoghi geografici. Qualcuno li ha messi in una mappa, ma vi sfido a unire i puntini mentre leggete. Molto presto mi sono rassegnato a non sapere dove si svolgevano i fatti, a parte Mosca e Pietroburgo che sono luoghi facilmente rintracciabili su qualsiasi cartina.

Sono descritti molti eventi storici e alcuni di questi necessitano di un ripasso, di chiarimenti. Le note non aiutano. Santa Wikipedia ha provveduto spesso alla mia ignoranza. San Barbero ha chiarito altri aspetti, cercate Napoleone e Guerra e pace assieme al nome di Barbero su YouTube. Sono conferenze lunghe, ma necessarie per capire meglio.

Ci sono molti comizi esistenziali, filosofici e storici in mezzo al racconto di fantasia del romanzo. Personalmente non li ho trovati pesanti, ma a qualcuno questi comizi potrebbero apparire indigesti.

Nonostante tutto questo il romanzo è moderno, avvincente, molto bello.

Il romanzo

“Non è romanzo, non poema, tanto meno cronaca storica.” così dice Toltoj nel poscritto che trovate nell’edizione di LiberLiber. In effetti è un miscuglio di tutto questo. Le parti storiche sono romanzate e inserite in un disegno di fantasia più ampio. Con la sensibilità odierna, comunque, lo possiamo tranquillamente catalogare nel romanzo storico.

Il romanzo racconta le vicende di cinque famiglie di nobili russi (Bezùchov, Bolkónskij, Drubeckój, Kuràgin e la famiglia Rostov) fra il 1805 e il 1820. Sullo sfondo le guerre napoleoniche contro la Russia fino alla conquista di Mosca del 1812 e la conseguente ritirata. I Rostov, i Bolkónskij e i Bezùchov la fanno da padroni nel racconto e di queste famiglie si parla nell’epilogo del romanzo.

La Guerra nel titolo sono appunto gli avvenimenti storici, descritti con molto realismo e in modo molto verosimile (l’autore è stato ufficiale nell’esercito). Tutti gli eventi storici appaiono come guidati da una necessità, da leggi storiche. I personaggi storici non hanno nessun grado di libertà: possono fare solo quello che poi fanno.

La Pace nel titolo sono le vicende personali dei personaggi immaginari. La loro profondità ce li fa conoscere nell’intimo, la loro libertà è maggiore anche se si perde nelle necessità storiche.

L’Epilogo parte seconda è di fatto un saggio storico filosofico: cosa muove gli uomini? Cosa è la storia? Gli uomini sono liberi o vincolati a necessità materiali? Una riflessione molto moderna, dove si intravedono sullo sfondo le riflessione filosofiche del tempo, dal marxismo nascente, alla rivoluzione darwiniana. Vi ho anche visto un possibile spunto per la psicostoria di Asimov, sarebbe bello sapere se Asimov avesse in mente (anche) Guerra e pace quando iniziò a scrivere della sua Fondazione. È inutile che qui vi dica altro, che non sono certo degno di fare un riassunto di queste riflessioni tolstoiane.

Non mi resta che augurarvi buona lettura.
(Io spero di rileggerlo una seconda volta.)

[documetario] The Social Dilemma

giovedì 17 settembre 2020

Atitolo: The Social Dilemma
Regia: Jeff Orlowski
Prodotto da: Larissa Rhodes
Scritto da: Davis Coombe, Vickie Curtis, Jeff Orlowski
Altro: anno 2020, durata: 90 minuti, distribuzione: Netflix, vincitore Sundance Film Festival 2020.

Voto: 7/10

Come potete vedere dalle persone intervenute, ci sono studiosi di psicologia, sociologia, legge e cose di rete e poi persone che hanno contribuito a costruire il mondo che si sta mettendo a nudo nel documentario: programmatori, dirigenti, ingegneri.

Ma di quale problema si sta parlando? Non è facile definirlo, se prima non si capisce come funzionano i social network. O meglio i social network (d’ora in poi SN) promossi da società imprenditoriali private, che i SN amatoriali hanno una vita diversa, anche se in parte soffrono degli stessi problemi.

Come primo punto bisogna ricordare una cosa ovvia, ma spesso sottovalutata e sottaciuta: i SN come FB, Twitter & C. sono gestiti da realtà imprenditoriali che hanno una sola finalità: fare soldi. Tanti soldi, il più a lungo possibile. Se per fare soldi si deve asfaltare l’Amazzonia, sgozzare gattini indifesi o ridurre la CO2 del pianeta e dare da mangiare a tutti gli affamati del mondo, la cosa è irrilevante. Non c’è nessuna etica, né buona né cattiva, dietro al fare soldi. Fare soldi è fine a se stesso, l’uomo è fuori da questa visione. E’ un punto importante questo, per capire la contraddizione di questi SN che in alcuni casi hanno contribuito a salvarci la vita con la condivisione di notizie importanti e in altri casi hanno causato danni immani.

L’obiettivo del SN è fare soldi e per fare soldi vende pubblicità. Per vendere pubblicità è necessario che l’utente stia più tempo possibile sul SN e che ci siano sempre più utenti. Ogni tecnica psicologica e tecnologica è stata presa per arrivare all’obiettivo e chi ha ideato queste tecniche nel documentario ce le racconta. Di fatto i SN alimentano la dipendenza da SN. Si auto alimentano. Noi utenti siamo carne da macello; le dipendenze possono avere conseguenze devastanti sui minori e sulle masse, che possono essere indotte a fare quasi qualsiasi cosa e a credere a qualsiasi cosa. Sono diventati dipendenti da SN anche gli stessi creatori di questi meccanismi di dipendenza: non è quindi questione di intelligenza o conoscenza. E’ che nei grandi numeri è facile ottenere il risultato voluto, perché i meccanismi psicologici che ci governano e su cui fanno leva i SN sono uguali per tutti.

Poiché i SN non hanno scopo, se non quello di fare soldi, e poiché tutti possono usarli con le loro stesse tecniche manipolatorie, i disastri sono dietro l’angolo: elezioni truccate, false notizie diffuse con conseguenti morti, creazione di bolle sociali, aumento dei casi di depressione eccetera.

Il tono del documentario è eccessivamente drammatico, c’è una parte di finzione narrativa che viene usata per sottolineare i concetti espressi dagli studiosi, e il documentario è incentrato sulla realtà USA. (Lo sapevate che negli USA non c’è una legge sulla privacy a livello federale, vero?) Almeno un passaggio del documentario avrebbe dovuto avere maggiore argomentazione, che l’aumento dei casi di depressione e autolesionismo fra i giovani e l’aumento dell’uso dei SN è una correlazione, ma non necessariamente una relazione di causa (uso dei SN) ed effetto (depressione e autolesionismo). Manca anche una visione storica del problema; non è la prima volta che qualcuno cerca di manipolare le masse. Qualcuno ricorda l’uso della radio durante il fascismo e nazismo? E l’uso della televisione negli anni 90 in Italia? E gli oratori nell’antichità?

È la prima volta che ci sono strumenti tanto invasivi e raffinati. È la prima volta che un ente che non ha nessuno scopo, se non quello di auto sostenersi, una specie di virus, ha un potere così grande. Per quanto aberrante e lontano dal nostro sentire, nel passato il potere doveva anche veicolare una visione del mondo. Doveva avere un’etica, un fine, un modello di società. Oggi questo passaggio è superfluo.

Rimane l’ultimo punto. Il documentario è distribuito da Netflix, che ha molti punti in comune con i SN. Sicuramente lo scopo (auto replicarsi per fare soldi) e l’assenza di una visione politica. A differenza dei SN, Netflix non è gratis. Non è poco, ma non lo rende completamente svincolato dai suoi clienti. Una contraddizione che si nota.

Ma tutto questo dramma ha una via di uscita o moriremo tutti fra atroci sofferenze? In certi punti del documentario sembra che sì, moriremo tutti fra atroci sofferenze. Nonostante tutto si può fare qualcosa, ma questo qualcosa è raccontato quasi ai titoli di coda ed è poco approfondito. Chi segue Schneier, Ippolita, Attivissimo & C. sa già quali sono le contromisure da adottare per non farsi fagocitare dai SN e non essere solo mucche da mungere. Non è facile, non è banale e quanto suggerito dal documentario non è del tutto esaustivo. Questo tema, però, richiederebbe un comizio a parte.

Buona visione e mi raccomando, arrivate fino ai titoli di coda sorseggiando una camomilla. Andrà tutto.

Nel mezzo del cammin di mia vita

domenica 6 settembre 2020

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
Temp’ era dal principio del mattino,
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test’ alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ‘l tempo che perder lo face,
che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ‘l sol tace.
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.
Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
là onde ‘nvidia prima dipartilla.
Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
ché quello imperador che là sù regna,
perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».
E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
a ciò ch’io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov’ or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Fonte: LiberLiber