Archive for dicembre 2020

2020

giovedì 31 dicembre 2020

Scrive il mio amico immaginario Carlo Paschetto:

Mentre il Covid mi ha rivoluzionato la vita costringendomi a terra, a lasciare l’auto in garage per mesi e a mettermi la mascherina anche per portar giù la spazzatura, c’è gente che quest’anno, indossando la stessa mascherina e facendo mille attenzioni al distanziamento sociale come me, si è presa un tumore, un infarto, si è rotta una gamba, ha avuto un incidente stradale.
Direte voi, come sempre. Certo, come sempre. Ma di norma sempre è quando mandi avanti la tua vita normale fino a un attimo prima preoccupandoti del mutuo, non quando passi le giornate a difenderti dalla pandemia del secolo e ti svegli ogni mattina pensando “belìn, che assurdo anno di merda”.
Sempre è quando finisci in ospedale e non devi augurarti che in ospedale ci sia posto e che i medici non abbiamo bisogno della stessa rianimazione che serve a te.
Sempre è un’altra cosa.

E dunque il 2020 è stato, nonostante tutte le cose normali che sarebbero comunque accadute, un anno straordinario. Straordinario per tutti.

Lo ricorderò per la paura di questa malattia, un timore che oscilla fra un blando e rassicurante “sono statisticamente fra quelli che ce la possono fare senza grandi patemi” e un “se sto in ospedale un mese come il mio coetaneo è una catastrofe”. (Voi non sapete perché, io sì.)

Lo ricorderò perché ho imparato a cosa servono i funerali. La morte mi ha sempre portato grande imbarazzo, oltre al dolore. Non so mai cosa dire, come dirlo, mi sento sempre fuori luogo. Non sono credente, non nel senso che intendono le religioni, e non ho un rituale da seguire, non ne ho mai sentito la necessità. Quest’anno ho capito che questo mio imbarazzo è dovuto al fatto che per me la morte non ha una forma e che un rituale è necessario per dare forma e nome alla morte. Un rituale collettivo è meglio di uno personale, condividere un lutto è una forma di protezione, di definizione. Come si saluta chi nasce c’è bisogno di salutare chi muore. No, non è importante cosa fare, è importante farlo. Quest’anno ho salutato mia zia Vincenza, mio cugino Emanuele e un nipote acquisito, Samuele, gli ultimi due decisamente troppo giovani per lasciarci. Morti normali, come direbbe Paschetto, non dovute al Covid-19, ma che non lo sono state affatto a causa della pandemia: sono state molto più difficili.

Ricorderò il primo lockdown: le strade deserte, un silenzio irreale per città come San Donato Milanese e Milano, i pranzi sul balcone a primavera inoltrata (mai fatti prima, eppure avremmo potuti farli dal 2012), le passeggiate nel quartiere per non farsi crescere le rotelle sui glutei, il lavoro da casa, una novità per me. E la didattica a distanza, una novità per tutti, insegnanti e studenti, con gli inevitabili incidenti, malintesi, difficoltà.

Ricorderò il lavarsi le mani dopo ogni uscita, cosa che facevo anche prima, ma ora con più attenzione e diligenza.

Ricorderò le mascherine, con le incertezze iniziali (Servono? Non servono? Quanto servono?) e le certezze successive (Servono!). E quindi ogni uscita ha ormai la sua mascherina d’ordinanza. Poi alcuni hanno scoperto che le mascherine vanno portate correttamente e sempre, non a singhiozzo, ma questo forse lo impareremo tutti nella prossima pandemia. Noto però che i messaggi martellanti di ATM sui mezzi pubblici servono a qualcosa, diminuendo in modo drastico l’uso scorretto di questo semplice strumento.

Ricorderò la mancanza assoluta nel supermercato, in primavera, di farina, lievito, alcool denaturato, guanti in lattice e, appunto, ogni tipo di mascherina. Non ho neanche cercato un gel disinfettante, rientrato nelle vendite solo a maggio inoltrato.

Ricorderò le file per entrare al supermercato, una novità assoluta per tutti. Poi mi sono fatto più furbo, cambiando giorno e orario.

Ricorderò le discussioni da bar su numeri, curve statistiche, epidemiologia, virologia. Chissà se qualcuno avrà con l’occasione imparato qualcosa? Io di sicuro ho imparato che fare l’epidemiologo deve essere estremamente difficile e frustrante, specie durante le pandemie.

Lo ricorderemo per alcune strane regole dei DPCM e dei suoi moduli di autorizzazione a uscire. I meme sul web si sprecano.

Ho vissuto una strana forma di solitudine, fatta di tanti contatti a distanza, ma sempre di solitudine si è trattato. Vedersi di persona spesso non serve, altre volte è di importanza vitale; ho imparato anche questo. Ho rivisto alcuni miei ex compagni di scuola, dopo molti anni. Ho cominciato a gennaio e continuato a giugno. Una cosa straordinaria due volte, se ci penso. Ma anche la vicinanza può essere un problema: vivere in casa per molti giorni con una adolescente è stato davvero difficile, per lei lo è stato ancora di più e lo sarà ancora per mesi.

Lo ricorderò per altre piccole cose, alcuni cambiamenti personali e familiari: abbiamo visto nuove serie TV, nuove categorie di video su YouTube, una ripresa della lettura, dopo una stasi iniziale, il trasloco della mia azienda, una strana vacanza estiva (troppo corta), uno stranissimo Natale, io e la Comizietta in salotto con un albero e le luci (mai fatte come quest’anno), alcune sfighe domestiche (una lavastoviglie guasta e un acquisto di un pc molto sfortunato) e molto, molto altro.

Lo ricorderò per la strana sensibilità alle notizie nefaste, come a giustificare un 2020 difficile per tante ragioni e non per una sola. Una quasi terza guerra mondiale a inizio anno, le cavallette, una tremenda esplosione e Beirut ad agosto, gli incendi in Amazzonia, California e Australia, un disastro ambientale in Kamchatka ad ottobre, terremoti vari. Lascio continuare il lavoro a ilPost che ha raccolto le prime pagine di quest’anno e altri eventi importanti.

E per finire il vaccino contro questo virus. Fatto e testato a tempo di record con tecniche rivoluzionarie. Ci ricorderemo di questo quando sarà ora di finanziare la ricerca di base? Io ingenuamente ci spero.

Molto di quanto ho raccontato e vissuto continuerà anche nel 2021, perché il 31.12.2020 è solo una data, ma inaugureremo l’anno con il levarci dall’orizzonte un presidente USA nefasto. Spero sia di buon augurio per tutti.

Comizi altrui /8

mercoledì 30 dicembre 2020

In ordine sparso:

Il nostro Pietro (Greco) Sulla improvvisa e prematura morte del giornalista scientifico Pietro Greco

Ho un tumore, di Dario Bressanini

La promessa di un abbraccio di Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio 3

Carlo Rovelli, cara Radio3, sul Natale

Un altro anno da dimenticare per il carcere di Giuseppe Rizzo, giornalista di Internazionale

Fantascienza

mercoledì 30 dicembre 2020

In questi giorni la Comizietta mi ha fatto una domanda che mi ha provocato una brivido nella schiena:

“Papi, ma la fantascienza e il fantasy non sono un po’ la stessa cosa?”

Stavo meditando di avviare le pratiche per disconoscerla, quando si è salvata dicendo:

“Voglio capire che differenza c’è fra i due generi, che non mi è chiarissima.”

Su questo blog avevo citato un pensiero della Lessing sul tema e forse quanto dirò lo avrò già detto in qualche mio post, qui o altrove. (Ri)Provo a dire la mia in modo sintetico.

La fantascienza (FS) è un genere letterario (e cinematografico) che ha sempre una domanda di fondo: “Cosa accadrebbe se?” e anche “Chi siamo noi? Cosa ci caratterizza?” e ancora “Come è fatto il mondo?”. In altre parole:
Fanta = facciamo finta di essere in questo contesto ipotetico.
Scienza = Come siamo fatti? Come ci comportiamo in questo nuovo ambiente? Come indaghiamo questo mondo ipotetico?

Non importano molto i maghi, i draghi e nemmeno le astronavi. C’è dell’ottima FS fatta senza scienza e senza tecnologia, spesso al confine con il fantasy, ma ha sempre questa domanda di fondo sul nostro essere umani: come ci comporteremmo se fossimo in un mondo diverso? Rientra quindi nella FS Il pianeta del miraggio, di Heinlein, che è fantateologia, Avatar, pieno di draghi da cavalcare, Dune, con molte cose al limite del magico, per non parlare del ciclo di Canopus in Argos della Lessing, con zero scienza e molta filosofia e psicologia, se non direttamente religione. Star Wars in effetti è più simile a un fantasy per via della sua epicità, della lotta del Bene contro il Male; non si domanda affatto “come sarebbe l’Uomo se?”.

Il fantasy queste domande non le ha, o se le ha sono accessorie, non sono il motivo principale. Nel fantasy è più importante la magia, le gesta eroiche, la lotta fra il Bene e il Male, il gesto cavalleresco e romantico.

A me questa ricerca su come siamo e su come potremmo essere interessa. Il fantasy mi annoia, escluse poche eccezioni.

[libro] Polvere

lunedì 28 dicembre 2020

Autore: Bjørnstjerne Bjørnson
Titolo: Polvere (originale: Støv)
Editore: Imagaenaria Ischia
Altro: ISBN: 9788898494132; p. 60; genere: racconto; I ed 1882; questa ed: II ed. 2017; traduzione di Ervino Pocar

Voto: 6/10

Autore norvegese, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1903, questo breve racconto è finito sul mio comodino di lettura grazie a un regalo di una cara amica.

Il racconto è scritto in prima persona, la voce narrante va a trovare un facoltoso amico, Alberto (così è tradotto) Atlung, in un paesino del sud della Norvegia, dove vive con la moglie Amalia, la governante Stina e i due figli piccoli. Il visitatore scambia alcune considerazioni con gli ospiti sull’educazione dei figli, vengono citate le teorie educative di Herbert Spencer, si discute di religione. Poi accadono anche cose, ma quelle ve le lascio scoprire con la lettura. Io invece non ho capito quanto dell’autore c’è nella voce narrante e nemmeno quali siano le sue reali convinzioni. Quindi non so, forse mi manca il contesto di allora, il dibattito culturale norvegese di fine Ottocento. Diciamo che, descrizioni poetiche del paesaggio norvegese a parte, il testo è forse interessante dal punto di vista storico o letterario, ma un poco distante dal gusto moderno, anche grazie a una traduzione che non immagino recentissima.

E il titolo? Penso sia spiegato in questa frase:

Per polvere intendo tutto ciò che è stato e ora si è dissolto e turbina intorno e si posa su posti vuoti.

E in effetti, per non tornare come la polvere che eravamo, qualche traccia nel futuro dobbiamo lasciarla. E la polvere va sempre tolta dalle superfici. (Ok, per capire queste due frasi va letto il racconto.)

Buona lettura!

[libro] Divine invasioni

sabato 26 dicembre 2020

Autore: Lawrence Sutin
Titolo: Divine invasioni – La vita di Philip K. Dick (Divine Invasions: A Life of Philip K. Dick)
Editore: Fanucci
Altro: ISBN: 9788834713426; I ed. 1989; questa ed: 2001; 19,00€; 442 pagine; genere: biografia, saggio; prefazione di Paul Wiliams; traduzione di Andrea Marti

Voto: 8/10

Tutto quello che avreste voluto sapere su Philip K. Dick è scritto qui. Il materiale per questa biografia è stato raccolto da un centinaio di interviste fatte a chi è stato vicino al famoso scrittore e dall’analisi dei suoi numerosi scritti personali conservati nei PKD Estate Archives.

Dick è famoso al grande pubblico per aver dato l’idea al film Blade Runner, ma in realtà, negli anni successivi, la sua eredità è stata raccolta più volte dal mondo del cinema (ricordo un film per tutti: Minority Report).

Dick iniziò a scrivere nell’immediato dopo guerra e dagli anni Cinquanta alla sua morte, avvenuta nel 1982, ha scritto oltre 40 romanzi e 200 racconti. È stato uno scrittore molto prolifico, in parte per necessità: iniziò infatti con lo scrivere fantascienza e questo genere è da sempre considerato letteratura di serie B; pur vendendo bene veniva pagata poco. Nella vita Dick non fece altro che lo scrittore, a parte una breve parentesi come commesso in un negozio di dischi, e per vivere con le sue opere dovette scrivere a un ritmo serrato. Era velocissimo sulla macchina da scrivere ed era un vulcano di idee. Riusciva a terminare un romanzo in poche settimane.

Nonostante la sua carriera nella fantascienza, con un pubblico in costante crescita e un premio Hugo, il sogno di Dick fu sempre quello di entrare a far parte della letteratura di seria A, mainstream, come la chiama Sutin, non fantascienza, come dico io. Non ci riuscì mai veramente.

Visti i ritmi di scrittura, non tutte le opere si sono rivelate buone. In appendice del volume Sutin ci propone una esaustiva rassegna cronologica degli scritti dickiani, con tanto di riferimento nella biografia, un breve commento e il voto personale dell’autore. Una guida utilissima per chi vuole leggere solo il meglio di Dick.

Numerose le peculiarità che caratterizzano la vita dello scrittore. La prima cosa che si nota è che la sua vita e i suoi romanzi si scambiano di continuo il loro ruolo. La vita di Dick è entrata nei suoi romanzi, ma è successo anche che i suoi romanzi sono entrati nella sua vita. Dick era in simbiosi con la sua scrittura, non sarebbe possibile capire la sua opera senza sapere nulla della sua vita e viceversa. La seconda è che è stato spesso considerato schizofrenico e drogato. In realtà non vi è traccia di una diagnosi medica di schizofrenia e sulle droghe è più da rimarcare un abuso di medicinali, anche psichiatrici, e di alcool nell’ultima parte della sua vita. Ma il carattere di Dick e i suoi comportamenti non sono sempre stati lineari e ragionevoli: le sue fobie, il rapporto tormentato con la madre, le cinque mogli e i figli, il lutto mai elaborato della sorella gemella, le sue continue visioni di un mondo alternativo, i suoi problemi di salute, i suoi ritmi di scrittura, delineano un personaggio complesso, spesso contraddittorio.

Sulle visioni di Dick una piccola critica all’autore. In più punti si insinua il dubbio che le visioni siano in qualche modo autentiche, che Dick sia una specie di Messia del nostro tempo. In realtà lo stile di vita e le numerose medicine che prendeva e di cui spesso abusava, avrebbero dato visioni a chiunque, anche se ben pochi avrebbero avuto la capacità di trasporle in un romanzo. E a un certo punto, a pagina 305, compare l’ipotesi per me più verosimile: una forma di epilessia del lobo temporale. Gli effetti di questa epilessia descritti da Sutin basandosi su testi di medicina sembrano ricalcare in modo perfetto tutta la sintomatologia dickiana. Peccato solo che questa pseudo diagnosi sia postuma e non fatta da un medico, ma insomma, penso si possa tranquillamente escludere qualsiasi ingerenza divina nel mondo della fantascienza.

Dick muore all’età di 53 anni di infarto, dopo una vita di stenti e di fatiche, quando le sue opere stavano per essere apprezzate dal grande pubblico e a poche settimane dall’uscita di un grande successo basato su un suo romanzo, Blade Runner, appunto. Il successo è arrivato postumo e in questi anni si è consolidato. Cosa ci rende umani? e cosa è reale?, sono i due grandi temi di quasi tutti i suoi romanzi. Mai come oggi queste domande necessitano di una risposta, in molti campi del sapere umano.

Due appunti al testo: alcuni refusi e lo spoiler continuo dei romanzi. Siete avvisati.

Buona lettura!

Psicoterapia

sabato 19 dicembre 2020

Otto anni di psicoterapia di gruppo. Ho terminato qualche giorno fa questa straordinaria avventura, iniziata nel novembre 2012 a seguito della fine del mio matrimonio. Sono cambiate tante cose in questi anni, smontare un matrimonio dove avevo investito tutta la mia vita non è stato facile. I legami si insinuano ovunque, in un quadro appeso, in una targhetta sul citofono, in un mutuo in comune, in un modo di dire o un modo di esprimersi, persino nel colore delle pareti. Ora posso dire di aver sgomberato tutte le macerie che si erano accumulate da quel disfacimento, ma sono sicuro che troverò altra polvere in giro, negli angoli nascosti di casa.

Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio raccontare cosa ho imparato in psicoterapia. Ho iniziato perché penso che confrontarsi con gli altri sia il modo migliore per capire cosa ci accade. Ho esordito come un fiume in piena e ho chiesto consigli e aiuto. Cosa devo fare? Il gruppo ha fatto da specchio alle mie emozioni e alle mie richieste, ma il riflesso non è sempre stato consono alle mie aspettative. Nessuno poteva dirmi cosa fare. Nessuno in realtà poteva aiutarmi o consigliarmi. Non perché mancasse la volontà o la capacità, ma semplicemente perché non si può ricevere aiuto se non si è pronti a riceverlo; quello che gli altri ci dicono non necessariamente è adatto alla nostra situazione e al nostro sentire. Quando l’aiuto sembra arrivare da fuori, in realtà è maturato dentro di noi, e l’altro gli ha dato solo una spinta. Questa la prima lezione.

Ho poi imparato che c’è una distanza fra quello che si dice e quello che gli altri capiscono, che la parte emotiva e la parte razionale del nostro dire non sono sempre in sincronia. Ho imparato a essere più chiaro nel raccontarmi, ma ho anche imparato che è impossibile andare contro i pregiudizi o i radicati convincimenti altrui. Ho imparato quindi a lasciarli dove sono, addosso agli altri.

Ho imparato che le radici del nostro disagio sono lunghissime e portano in molti meandri dei nostri pensieri e dei nostri ragionamenti. Ho imparato che si ha paura dell’ignoto, tutti hanno paura dell’ignoto, di quello che non ha un nome o una ragione. Una persona che affronta un pericolo, anche folle, non ha veramente paura, perché ha deciso di sfidare quel pericolo, sa perché lo fa. Mettete quella stessa persona nel caso, nell’arbitrio altrui, nell’oscurità della ragione, e avrà paura come tutte.

Ho imparato che spesso è utile sospendere il giudizio su quello che succede agli altri e su quello che fanno. Ho imparato che questo giudizio è utile sospenderlo anche verso noi stessi, per non farci schiacciare da eventi di cui non abbiamo il controllo. Giudichiamo in continuazione, senza nemmeno accorgerci. Va bene, ma ricordiamoci almeno che il nostro giudizio è un’arma, una spada che spesso ferisce. Siamo fragili, troppo fragili, quando siamo sensibili a ogni giudizio, persino al nostro, ma siamo lo stesso fragili quando non sentiamo nessun giudizio altrui. Da qualche parte c’è un punto di equilibrio. Non chiedetemi però dove sia.

Ho imparato ad aspettare, che poi quello che deve succedere succede e il mio turno per raccontarmi arriva. Ho imparato che abbiamo bisogno di essere ascoltati e di ascoltare. Ho visto la paura di non essere capiti, di non sentirsi accolti, di non riuscire a dire ciò si aveva dentro. E vederlo in un gruppo costruito per capire, accogliere e ascoltare è stato veramente una sorpresa che mi ha fatto riflettere sulla natura della sofferenza altrui e sulla mia.

Ho imparato che anche quando tutto sembra immobile, in realtà non lo è. Le paure rimangono, le debolezze pure, i punti deboli non spariscono, nessun pianto mi è stato risparmiato, ma viene anche il coraggio di muoversi, sono stati dati dei nomi agli eventi, ho visto che non sono solo. Le cose belle capitano comunque, nonostante tutto e tutti; i momenti di difficoltà ritorneranno, anche loro. Spero di non dimenticare quanto ho imparato, che siano state tutte lezioni dell’anima e non solo della ragione.

Ho imparato che ci sono diversi modi di uscire da una relazione, da un gruppo, e non tutti sono uguali. Ho imparato che molto spesso non è importante quello che si fa, ma come lo si fa.

Ho terminato questo percorso perché penso che si siano esauriti i motivi per cui era iniziato. Questo non vuol dire che non avrei potuto rimanere nel gruppo ancora otto anni e non vuol nemmeno dire che non riprenderò un nuovo percorso più avanti, chi lo sa? Il gruppo mi mancherà, questo è certo, abbiamo fatto tanta strada assieme.

Un grande grazie a tutti i pazienti e ai terapeuti.

[libro] I guardiani del destino

martedì 1 dicembre 2020

Autore: Philip K. Dick
Titolo: I guardiani del destino e altri racconti
Editore: Fanucci
Altro: ISBN: 9788834717134; p. 274; 14,00€; genere: fantascienza, racconti; traduzioni di Maurizio Nati, Sandro Pergameno, Paolo Prezzavento

Voto: 8/10

Sette racconti di Philip K. Dick, uno più bello dell’altro. Se il tema è sempre lo stesso, il mondo che non è come ci appare, le declinazioni del tema sono invece dei piccoli capolavori di originalità e suspance. Da ogni racconto del volume sono stati tratti dei film con esiti non sempre all’altezza dell’originale, visto che un paio hanno vinto i Razzie Awards.

Segnalo che i racconti sono invecchiati bene in un modo tutto loro: in un ambiente futuro pieno di novità tecnologiche, si inseriscono la mentalità e le consuetudini degli anni Cinquanta e Sessanta, con le sigarette fumate in ogni dove, la moglie casalinga a casa, la carta carbone nella macchina da scrivere e le cabine telefoniche. La cosa non rende stonata la descrizione agli occhi di oggi, ma accentua ancora di più quella sensazione di mondo imprevedibile e pieno di sorprese in cui si muovono i personaggi.

Perché ho trascurato Philip K. Dick fino a oggi? Non lo so. Può un appassionato di fantascienza trascurare un simile faro per il genere? No. Eppure è successo. Ma non tutto è perduto. Ormai Dick mi ha conquistato definitivamente. Ho in programma di prendere l’opera omnia dei racconti e di leggere i suoi romanzi di maggiore successo. Mi sto attrezzando per attuare l’impresa attraverso la lettura della biografia scritta da Lawrence Sutin. A breve su questo blog.

Qui l’elenco dei racconti presenti nel volume:
Titolo originale, anno di pubblicazione, traduzione del titolo, film, anno del film.
The Adjustment team, 1954, I guardiani del destino, I guardiani del destino, 2011
The Golden Man, 1954, Next, Next, 2007
Paycheck, 2003, I labirinti della memoria, Paycheck, 2003
Impostor, 1953, Impostore, Impostor, 2002
Minority Report, 1956, Rapporto di minoranza, Minority Report, 2002
Second Variety, 1953, Modello Due, Screamers, Urla dallo spazio, 1995
We Can Remember it for your Wholesale, 1966, Ricordiamo per voi, Atto di Forza, 1990

Buona lettura!