Archive for maggio 2021

[libro] Una terra promessa

domenica 30 maggio 2021

Autore: Barack Obama
Titolo: Una terra promessa (A Promised Land)
Editore: Garzanti
Altro: ISBN: 9788811149873; genere: autobiografia; p. 808; 28,00€; I ed. 2020; traduzione di Chicca Galli, Paolo Lucca, Giuseppe Maugeri

Voto: 7/10

Obama non ha certo il dono della sintesi, perché questo tomo, inizialmente, voleva raccontare i suoi due mandati e invece si ferma molto prima, quasi alla fine del suo primo mandato. Ci sarà un secondo volume.

Testo curatissimo dal punto di vista dell’immagine che Obama vuole trasmettere si sé: un politico illuminato, capace di cavalcare la complessità del mondo che lo circonda. Da questo punto di vista penso che non ci sia stata virgola che non sia stata valutata attentamente. (C’è anche un pdf con le domande, come a scuola, forse per i giornalisti, per guidare o stimolare le interviste.) E del resto come dargli torto? Se la può tirare. Capace è stato capace, forse fra i migliori presidenti che gli USA abbiano avuto. Un gigante, se paragonato al suo successore.

Quello che mi piace di Obama è il metodo con cui affronta le cose: si è circondato di tanti esperti e anche con opinioni molto distanti dalle sue. Ha imbarcato attivisti dei diritti civili e persone di chiare simpatie repubblicane. Ha sempre incoraggiato l’espressione del dissenso. Ha coltivato l’arte del dubbio. Ha curato in modo maniacale la comunicazione e non ha mai incolpato i suoi elettori per non essere capito e apprezzato, ma ha cercato, con ogni mezzo, di esprimersi al meglio, di portare a se chi lo ascoltava. A volte questo suo impegno non è stato sufficiente, perché l’elettorato, nel suo insieme, è ben poco incline all’ascolto e alla ragionevolezza, ma questa è un’altra storia.

Detto questo, il racconto di Obama è illuminante non tanto per i fatti che descrive: la crisi economica, le relazioni estere, le battaglie politiche eccetera, tutte cose ampiamente documentate con maggior rigore da altri giornalisti e studiosi; è interessante la visione dall’interno dell’amministrazione governativa di questi temi. Ho scoperto quindi che la vita di un presidente degli Stati Uniti è orribile: si inizia dalla candidatura, che vuol dire andare in giro per un paese immenso, tentando di convincere milioni di persone con interessi molto diversi a votarti e a finanziarti, dove si è continuamente sotto i riflettori e anche andare a mangiare un panino inizia a diventare un problema; si continua con la presidenza, con l’enorme peso che la carica comporta, i continui motivi di frustrazione per le limitazioni del proprio agire, dall’uscire a pranzo con la moglie, all’ostruzionismo assurdo su leggi concordabili con la minoranza, ai guai imprevisti che capitano, come la Deepwater Horizon. Si lavora 24 ore su 24 da molto prima del giuramento, quasi due anni prima. Il tutto per soli 400.000$ annui, esclusa la campagna elettorale, quella è a carico del candidato. Io poi non so se menta spudoratamente nel suo racconto, ma le sue giornate, ho fatto un paio di conti, mi sono sembrate spesso di 48 ore. Come fai a fare fiumi di riunioni e consultazioni con il tuo staff, preparare, limare e provare i discorsi pubblici, pensare a cosa fare per risolvere problemi mondiali, e poi anche passare del tempo con tua moglie e le figlie, fare sport, divertirti con gli amici e andare a dormire? Soprattutto: come faceva a dormire con tutti i grattacapi che aveva per le mani? Dimenticavo: la gratitudine dei cittadini per un lavoro ben fatto non è scontata. Va coltivata anche quella e spesso non arriva quando serve o non arriva tout court.

Lo sguardo di Obama mi è stato utile per conoscere la mentalità americana diffusa: i suoi tabù, le sue idiosincrasie, l’ideologia prevalente.

Per esempio: la questione razziale, la convivenza fra bianchi e neri, è una zona minata, frutto di circa due secoli di ingiustizie e violenze da parte dei bianchi sulla popolazione nera, ingiustizie e violenze che hanno intaccato nel DNA le persone. Tutto questo ha reso problematico molte cose: una semplice opinione, una frase, una battuta, possono essere interpretati in questa chiave e scivolare nella polemica molto aspra e a volte nella violenza. C’è un passaggio in cui Obama dice “questa frase che ho detto non va bene, dovevo dirla in un altro modo, per non alimentare polemiche”. E io ho visto una normalissima e innocua frase, ma la stampa che lo tallonava no. In un altro passaggio, per mia fortuna, ha dato anche la frase “corretta”, quella che avrebbe dovuto dire, e io non sono stato capace di vedere la differenza.

Lo Stato che regola la vita dei cittadini: un altro tabù americano. L’impossibilità di avere una sanità pubblica negli USA non è solo di ordine pratico e organizzativo e nemmeno di volontà politica, quella alcuni illuminati ce l’hanno. È che il cittadino USA vede con sospetto qualsiasi cosa lo Stato organizzi o regolamenti, limitando la sua libertà, soprattutto se questo non ha un effetto positivo immediato sul suo interesse personale. E anche se lo avesse, l’interesse immediato, l’elettore USA sarebbe capace di essere contrario alla norma che lo ha protetto appena non ne avesse più bisogno. Con questo spirito anche la regolamentazione delle armi è estremamente difficile: limiterebbe la libertà del singolo e questa cosa è, nella maggior parte della popolazione, assolutamente inaccettabile. Nonostante la libertà individuale sia un caposaldo della cultura USA, uscire dalle regole sociali non è però visto con favore, specialmente per un politico. Nella lettura potrete toccare con mano la parte conservatrice della famiglia Obama.

Il capitolo finale è dedicato all’uccisione di Osama bin Laden. Qui si tocca con mano un altro punto chiave della mentalità USA: siamo una superpotenza, lo sappiamo, belli i diritti umani, la democrazia e la libertà e la giustizia, ma se ci tiri giù le Torri Gemelle e noi pensiamo che sia stato tu, ti veniamo a cercare dovunque tu sia e ti facciamo il processo come nei film di Sergio Leone: con una pallottola in fronte. E così hanno fatto e secondo Obama nessuno ha avuto da ridire sulla cosa e anzi il Pakistan, o meglio, il suo Presidente, che avrebbe potuto legittimamente protestare per l’ingerenza subita dall’intervento dei Marines, Obama ce lo racconta come “sollevato” e “grato” per aver tolto di mezzo un evidente fardello che non è mai stato capace di arginare. Sono (siamo?) un popolo molto evoluto, sotto molti aspetti, ma altri sono rimasti ancora alle tavole di Hammurabi.

Un libro lungo, complesso, denso, sicuramente di parte, ma decisamente scorrevole e illuminante.

Qui un pdf con il sommario dei temi trattati.

Buona lettura!

L’importanza del dissenso

sabato 1 maggio 2021

Un lungo articolo su ilPost che ritengo debba essere letto e meditato:

Dovremmo essere meno d’accordo con noi stessi
Diversi studi sull’intelligenza collettiva dicono che le decisioni migliori derivano dalla considerazione di opinioni eterogenee

L’ho collegato a uno che leggevo qualche tempo fa:

Un’intelligenza artificiale le farà sapere
I software che automatizzano la selezione del personale sono sempre più diffusi, ma c’è un esteso dibattito sui limiti e il rischio di discriminazioni

Dove si descrivevano l’obiettivo aziendale di avere dipendenti uniformi nei pensieri e nei comportamenti. E io pensavo: “che cosa deleteria!”, ma in modo meno eufemistico.

L’abilità che fa la differenza è imparare a litigare in maniera costruttiva. Sono riuscito a farlo poche volte in vita mia (diciamo meno di quanto avrei voluto), ma devo dare atto che è molto gratificante e molto produttivo.