Archive for the ‘comizio’ Category

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sabato 12 novembre 2022

Come scrivevo qualche giorno fa, mi sono iscritto a mastodon.uno. Per fare in modo di avere pubblicati lì i link dei post che faccio qui ho seguito questa guida (grazie a Corax):

Pubblicare contenuti su Mastodon da un Feed RSS con IFTTT

A integrazione di quanto scritto lì, aggiungo che una volta creata l’applicazione su mastodon, per ricavare il token di accesso bisogna ritornare sullo stesso menu di creazione dell’applicazione e selezionare il nome dell’applicazione creata. Nella pagina web che vi si aprirà avrete tutti i dati e i codici dell’applicazione che possono servirvi, fra qui il token di accesso.

L’altra cosa che segnalo è che il tag <br> nel body nella configurazione di IFTTT non viene interpretato come dice l’autore (forse nel frattempo è cambiato qualcosa). Vi comparirà il testo <br> e le linee non andranno a capo. Io ho messo un più normale %20 (lo spazio). Fate delle prove e vedete come vi piace di più, ma le istruzioni sono fatte molto bene e sono molto utili.

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Giuseppe

sabato 12 novembre 2022

Mercoledì 28.09.2022 io e la Comizietta andiamo alla manifestazione pro diritto all’aborto. Il ritrovo è sotto il Pirellone. Siamo qualche migliaio di persone. Pensavo fosse solo un piccolo presidio, invece è stata una discreta manifestazione. C’erano tante giovanissime e alcuni vecchi militanti, con i capelli bianchi.

La manifestazione è stata indetta dall’associazione Non una di meno. Chi guida il corteo usa la schwa e il neutro per essere inclusiva nei confronti di tutti, ma il suono di questi generi calati dall’alto, nel parlato, a un vecchio bacucco come me, suonano strani, oserei dire ridicoli.

Sono contento di questa partecipazione. La società non è tutta rassegnata al nuovo corso fascio leghista nazionale. C’è ancora chi vuole dire la sua in merito a come vivere in società, alle regole comuni. Certo, mi sarebbe piaciuto vedere meglio rappresentata la mia fascia di età, fra i 40 e i 60 anni, ma ogni singola presenza è significativa, mi scalda il cuore, mi commuove.

Al ritorno, al capolinea della MM3 S. Donato, sono quasi le 20 e quando usciamo mia figlia attira la mia attenzione su un senza tetto. Si sta lagnando, sulle scale, della sua situazione, ma non si capisce bene di cosa ha bisogno, chiede soldi. Ha delle brutte ferite a una gamba, delle ulcere, ha dei fogli per terra, delle ricette mediche, un tubetto quasi finito di una pomata, le bende sporche e mezze strappate. Ci fermiamo a chiedere, a capire. Anche altre due persone si fermano a chiedere e capire.

Si chiama Giuseppe (nome di fantasia), ha la barba lunga, i capelli incolti e sporchi, un’età imprecisata, il volto scavato dalla sofferenza e forse dalla fame. Penso che abbia attorno ai 45-50 anni, più o meno la mia età. Per le ulcere alla gamba è stato visitato, non abbiamo chiesto dove, ma immagino all’ospedale di S. Donato o al Policlinico. Gli sono state prescritte le medicine e gli è stata fatta una prima fasciatura, ma ovviamente va cambiata giornalmente e lui non ha i mezzi per farlo. Non capiamo perché non è stato ricoverato. I medici gli hanno detto che queste cose sono seguite ambulatorialmente. Ma come fa una persona senza fissa dimora a farsi regolarmente delle fasciature? Le medicine le ha ordinate, arriveranno domani. Dovrebbe prendere del paracetamolo, immagino per il dolore, ma non ce l’ha, quello non viene passato dal sistema sanitario, che io sappia. Non sappiamo se gli è stato detto o proposto di rivolgersi a qualche servizio che lo può seguire dal punto di vista medico, ma pensiamo di no.

Noi quattro che ci siamo fermati decidiamo di andare a casa, prendere quanto abbiamo in casa che gli possa servire per l’urgenza attuale, e ritornare sul posto con bende, garze, qualche vecchio maglione, qualche altro genere di conforto.

Giuseppe dice di essere diplomato come restauratore di mobili – esiste questo diploma? – e fino a quattro anni fa montava mobili per un venditore fino a quando questo venditore è fallito, suo padre è morto, la casa in cui abitava con il padre era in affitto e dopo pochi mesi si è trovato in strada, incapace di ritrovare un nuovo lavoro.

Gli do appuntamento per venerdì, sempre lì al capolinea della MM3 S. Donato.

La notte di mercoledì dormo poco e male. Come è possibile ritrovarsi così, per strada, in una città ricca come Milano? Di realtà che aiutano persone in difficoltà ce ne sono tante, io stesso finanzio Emergency e l’Opera di San Francesco, ma so che ce ne sono molte altre. Come è possibile che queste realtà non riescano a intercettare persone come Giuseppe? Mi pongo molte domande e pian piano mi accorgo di essere completamente alieno rispetto a questo mondo fatto di povertà e disperazione. Non so nulla. Non so cosa fare.

Venerdì mattina, 8:15, sempre al capolinea della MM3 di San Donato, Giuseppe sta dormendo al riparo dalla pioggia, sul marmo dell’ingresso della metropolitana. Lo sveglio. Gli ho portato altre garze e la colazione. Mezzo rincoglionito dal sonno mi ringrazia, bofonchia qualcosa. Gli do appuntamento per la sera, dopo le 18, quando ritorno dal lavoro. Alla sera è ancora sulle scale che si lamenta per chiedere l’elemosina, ancora la fasciatura mezza distrutta. È stato di nuovo visto da un medico, dice. Avrà di nuovo il controllo fra 15 giorni e non fra un mese come gli era stato detto in un primo momento. Dice che i medici gli hanno paventato l’amputazione della gamba, che dovrebbe andare in un dormitorio; ma dice che ci vogliono 3 euro al giorno, anticipati, minimo 3 giorni, quindi 9 euro, e lui non ce li ha. Non credo di poter durare a lungo ad aiutarlo in questa rincorsa all’ultima emergenza. Io passo dalle parti del capolinea della MM3 di San Donato tre volte alla settimana. Non sono in grado di fare delle medicazioni, anche se dice che lui si arrangia. Non sono in grado di valutare come sta andando la situazione.

Comincio a farmi delle domande. Perché mi sto prendendo a cuore Giuseppe? Assieme a lui, lì nel capolinea della metro, ci sono almeno altre quatto persone. Un marocchino, a detta di Giuseppe, e due tossici, di cui una ragazza incinta. Perché aiuto Giuseppe e non tutti e quattro? È solo un problema di risorse e soldi? O forse Giuseppe mi ricorda che potrei essere io al suo posto? Che una serie di disavventure familiari ed economiche possono mettere in strada chiunque, anche uno come me. Mi rispecchio nella sua situazione?

Venerdì sera, contrariamente alla mio politica di non dare soldi a queste persone, gli do i soldi per il dormitorio e i soliti beni di conforto. Ci diamo appuntamento per domenica verso le 13. Gli porterò altre bende e da mangiare e i soldi per altri tre giorni, ma questo non glielo anticipo.

Intanto nel fine settimana mi informo. Di realtà del terzo settore che seguono persone come Giuseppe ce ne sono veramente tante. Una amica immaginaria, come la chiamo io visto che frequentiamo lo stesso social network e non ci vediamo così spesso come fanno gli amici reali, mi indirizza verso un contatto del Progetto Arca. Questa associazione fa tutto quello che servirebbe a Giuseppe. Ora c’è da capire come farlo entrare nei loro programmi. Il contatto mi dice di contattare il Centro Sammartini del comune di Milano, la struttura pubblica che si occupa di questi casi e fa da coordinamento. Mi sembra un’ottima notizia.

Alle 13 di domenica 2 ottobre io e la Comizietta siamo al capolinea della MM3 di San Donato, come concordato. Ci sono i due tossici, ci sono alcune cose di Giuseppe, ma lui non c’è. Aspettiamo, giriamo, chiediamo, ma non c’è. Gli lasciamo da mangiare affianco alle sue cose e un biglietto. Ripasseremo alle 18.

Lo ritroviamo alle 18, sulle scale che piange e si dispera per la fasciatura distrutta e le ferite. Lo calmiamo, gli diamo altre garze e altri vestiti che io non uso più. Se li divideranno i senza tetto che stazionano lì. Mi racconta che lui ha già incontrato il centro Sammartini e l’associazione Arca. Che il dormitorio dove va lo gestisce quella associazione. Ma l’indirizzo e la zona che mi dà non corrispondono alle cose che trovo sul web, scoprirò poi. Che il centro gli ha proposto di andare in Valtellina, a Morbegno, dove c’è una struttura che fa per lui, ma non sapeva come arrivarci. Che ha parlato, nel dormitorio, con un certo Edoardo, del centro Sammartini, e che la proposta è ancora valida. Io rimango perplesso. Non si fa problemi a girare in metropolitana senza biglietto, che cosa può rischiare ad andare in treno fino a Morbegno con lo stesso sistema? Ma anche: come fa uno con una gamba malata, denutrito e demoralizzato intraprendere da solo un simile viaggio? È possibile che un centro che si occupa di questi problemi non tenga conto di queste difficoltà? Ancora una volta non so se Giuseppe è confuso, ha capito male, o mi mente. Non so se invece queste pratiche sono normali e hanno un senso, come forse hanno senso i 3 euro del dormitorio che si chiedono agli avventori. Ancora una volta io mi trovo fuori da questo mondo, sono un completo alieno. Mi sento completamente inadeguato.

La mia idea è di pagargli il dormitorio e dargli assistenza fino a quando non sarò sicuro che qualcuno, qualche associazione o i servizi pubblici, lo prenderà in carico. Penso che se opportunamente incoraggiato e aiutato Giuseppe possa uscirne. Mi rendo anche conto che la mia valutazione potrebbe essere completamente errata. Dopo tutto ho letto che, per i senza tetto, riprendere una vita normale non è così semplice come potrebbe sembrare. Come è traumatico finire per strada, potrebbe essere traumatico uscirne. Sono paradossi che capitano anche a chi è stato in carcere per lungo tempo e ha finito la pena. Fino a oggi l’ho sentito solo raccontato da altri. Con Giuseppe questo paradosso lo vivrò più da vicino? Inoltre lo stesso Giuseppe è ben conscio che indurre pietà è l’unico modo per sopravvivere e ricevere il minimo indispensabile per la giornata. Che abbia trovato il mio punto debole e lo sfrutti? Sono pensieri scomodi, ma inevitabili.

Lunedì 3 ottobre 2022, ore 8:15. Incontro Giuseppe al solito capolinea della MM3 di San Donato. Gli ho portato una brioche e una bottiglia d’acqua. Vorrebbe anche altri soldi per mangiare, ma ho solo 30 centesimi. Grazie. Prego. Ci salutiamo, ci diamo appuntamento nel pomeriggio, che gli dovrò dire se sono riuscito a chiamare il centro Sammartini.

Dal lavoro chiamo al telefono il centro Sammartini per quattro volte, due al mattino e due al pomeriggio. Nessuno mi risponde. A questo punto mando una mail. Non credo che potrò pretendere una risposta prima di 24 ore. Dovrò attendere, pazientare, con i miei dubbi e con le esigenze di Giuseppe.

La mia idea, in attesa degli eventi, è di accompagnare Giuseppe in dormitorio. Così almeno evito di dare i soldi a lui e mi sincero che al dormitorio ci arrivi. Magari ne approfitto per farci altre quattro chiacchiere. Per capire meglio cosa sta succedendo realmente.

Non succederà nulla di tutto questo. Il Centro Sammartini mi chiama e dice che deve essere Giuseppe ad andare da loro. Però comunque manderanno qualcuno sul posto per le medicazioni. Ma da quel giorno Giuseppe non lo incontro più. Per un po’ di giorni riconosco le sue cose nel solito mosto al capolinea della metro, ma lui, quando passo io, non c’è. Poi spariranno anche le sue cose. Dopo pochi giorni non ci sarà più nessuno di quelli che avevo incontrato. Non so nulla di loro, di cosa sia successo, se si sono semplicemente spostati o se hanno trovato il modo di farsi aiutare.

Comunicazione col trascendente

sabato 12 novembre 2022

Feci le elementari seguendo un metodo di studio sperimentale, che si discostava molto da quello canonico con il sussidiario. Io non ebbi un sussidiario, ma avevamo una mini biblioteca di classe. All’epoca c’era il maestro (maestra, nel mio caso) unico, ma le nostre cinque sezioni si scambiavano le insegnanti. Si facevano riunioni fra classi per discutere di argomenti vari. Dei lavori collettivi e individuali le insegnanti e gli alunni ciclostilavano a scuola, nel pomeriggio, (le fotocopie erano un lusso) le copie da distribuire a tutti. Ho ancora buona parte di questi fascicoli. Uno di questi ha come frontespizio [fra parentesi quadra le mie integrazioni e omissioni]:

SCUOLA ELEMENTARE STATALE DI [omissis]

IL NOSTRO 2° LIBRO DI ANTROPOLOGIA
I BISOGNI DELL’UOMO
NELLA NOSTRA SOCIETÀ

• NUTRIRE IL PROPRIO CORPO
• COSTRUIRE E UTILIZZARE STRUMENTI
• CONOSCERE
• COMUNICARE

IL CICLOSTILATO È FRUTTO DEI DIBATTITI E DEI LAVORI INDIVIDUALI E DI GRUPPO DELLE CLASSI IVC E IVE.
Ins. [omissis] [Nora] [Jole]

[AS 1979-1980]

La mia insegnante e la sua collega della sezione accanto erano dichiaratamente atee, eppure molto sensibili al tema religioso. Uno dei nostri dibattiti si è concentrato sulla “comunicazione col trascendente”, ovvero con Dio. Dall’anno scolastico e dal testo si deduce che l’incontro avvenne il 28/02/1980. Il mio intervento, mi trovate come il Comizietto verso la fine, testimonia la mia precoce propensione all’ateismo. In realtà il mio percorso religioso fu tutt’altro che lineare, ma in quell’unico intervento – avevo nove anni – è descritto il mio futuro e, come dire?, la mia filosofia di vita, quell’essere San Tommaso che deve verificare tutto, ma in modo scientifico. Non stupisce, con gli occhi di oggi, il mio aver studiato fisica.

Il testo mi sembra una bella testimonianza storica e anche per questo lo pubblico.

Ecco cosa si diceva in una classe delle elementari del 1980. Buona lettura.

COMUNICAZIONE COL TRASCENDENTE

Premessa delle insegnanti

Nell’esaminare i vari tipi di comunicazione abbiamo potuto osservare che i bambini erano molto sensibili a notare tutte le sfumature che rendevano le comunicazioni diverse le une dalle altre. Gli schemi che sono serviti da struttura di lavoro sono scaturiti dalle discussioni e si sono poi sostanziati nei lavori di gruppo e individuale che qui vengono riportati.
Abbiamo notato però l’assoluta mancanza da parte dei bambini di accenni al rapporto comunicativo con il trascendente. Un solo alunno ha parlato dell’esame di coscienza a proposito della comunicazione con se stesi, certamente influenzato dall’educazione catechistica che sta ricevendo in attesa di fare la Ia Comunione. Nessuno insomma, nonostante riceva una educazione religiosa, aveva pensato che il rapporto con “Dio” potesse costituire una forma di comunicazione di tipo particolare, come non riteneva “conoscenza” le nozioni che al riguardo gli venivano fornite.
Per favorire questo processo di autocoscienza, abbiamo stimolato con queste parole di dibattito sulla conoscenza trascendentale.
Jole: Voi, normalmente, intrattenete un tipo di rapporto e di comunicazione particolare che finora nelle discussioni non è emerso. Questa comunicazione porta ad una conoscenza che è diversa da quelle che accumulate nel modo normale. A cosa ci riferiamo?
Matteo: Alla comunicazione con Dio.
Jole: Come comunicate con Dio?
Sandro: Attraverso la preghiera.
Simona: Andando in Chiesa.
Matteo: Facendo i “bravi” e amando il prossimo.
Paola: Seguendo i comandamenti di Dio.
Jole: Quando vi capita di comunicare con Dio?
Donatella: La domenica perché è il giorno del Signore.
Rosella: quando mi trovo in difficoltà.
Valentina: Quando mi si è rotto l’orologio e speravo di ripararlo senza che la mamma se ne accorgesse. (Fulvio ha un’esperienza simile.)
Simona: la sera e la mattina.
Matteo: Tutti i giorni.
Angelo: Quando stiamo facendo catechismo.
Simona e Stefi: Quando qualche persona cara è in pericolo.
Paola: Quando temo di ricevere un castigo.
Sandro: Ho saputo che i monaci Cistercensi pregano tutto il giorno: penso che debbano avere una grande fede per farlo.
Fulvio: A me è capitato di confessare una cosa alla mamma, perché non facendolo mi sentivo di non avere la coscienza a posto né con lei, né con Dio.
Valentina: Io quando faccio qualcosa in contrasto con quello che ci insegna Dio, mi sento colpevole.
Stefi: Al catechismo insegnano che quando si riceve un’offesa, si deve porgere l’altra guancia; io a volte lo faccio, ma sono scema perché nessuno lo fa (molti sghignazzano): quando però non lo faccio, mi sento in colpa.
Jole: Da quanto ho potuto ascoltare finora devo notare che la vostra religione è piuttosto formale (cioè esteriore, che si limita ad alcune pratiche fatte più per abitudine che per altro). Mi sembra anche che sia un po’ utilitaria: cioè vene servite nel momento del bisogno.
Donatella: A proposito del perdono, io a volte lascio perdere perché non ho voglia di arrabbiarmi, altre volte però lo faccio proprio perché voglio bene a Dio.
Simona: Io trovo che Donatella, grande e grossa com’è è molto buona: potrebbe vendicarsi e non lo fa.
Nora: Voi credete in Dio perché ve l’hanno insegnato. Chi è stato il primo uomo che ha creduto in Dio? Perché l’ha fatto?
Fulvio: Perché Dio gli ha parlato.
Sandro: Perché lo ha sentito dentro di sé.
Jole: Tu lo senti qualche volta?
Sandro: Io sì veramente, quando ho commesso qualcosa in contrasto con quello che Dio ci insegna, e allora chiedo perdono. C’è anche lo “zampino” del mio pensiero a spingermi a farlo: però credo che Dio mi parli.
Volevo fare un’altra osservazione sul problema di perdonare quelli che ci prendono in giro o ci stuzzicano: ho capito che si guadagna di più a lasciar perdere perché così loro non ci provano più gusto e smettono.
Nora: Noi, parlando di Dio, pensiamo al Dio dei Comandamenti. Prima di Mosè che li ha ricevuti sul monte Sinai, gli uomini credevano lo stesso in qualcosa?
Tutti: Credevano in tanti dei (politeismo): le prime civiltà avevano dei per ogni necessità. Tutti credevano in qualcosa. (Stefi.)
Nora: questi Dei com’erano?
Sandro: Belli, forti, assomigliavano agli uomini, ma a volte a certi animali; avevano più poteri degli uomini, erano immortali e gli uomini credevano in loro come noi crediamo oggi nel nostro Dio. Erano Dei che avevano un corpo.
Jole: Anche Gesù, pur essendo Dio, è stato un uomo e quindi ha avuto il corpo che poi è stato assunto in cielo. Cosa succede nell’eucarestia[?]
Fulvio: Si mangia l’ostia che è fatta di farina, sale ed è senza lievito.
Jole: Ma la religione ti dice che dopo che è stata consacrata, l’Ostia diventa il corpo e il sangue di Gesù Cristo e quindi tu mangi il corpo di Dio.
il Comizietto: Non si è mai fatta l’analisi per vedere e diventava veramente carne e sangue di Cristo?
Simona: Per i credenti è così, anche senza analisi.
Stefi: L’Ostia è il cibo dell’anima.

(Prima di battere a macchina questa conversazione del 28 febbraio [1980], la facciamo sentire a Matteo (omissis) che era assente per conoscere anche il suo parere. Ecco quello che ci ha detto:

Matteo2: La religione non è solo un contatto con Dio quando ci fa comodo per poi dimenticarlo; non è come una scopa che si usa per spazzare e quando si ha finito si rimette nello sgabuzzino. Alla religione si deve pensare in tutte le occasioni, altrimenti non si è un buon fedele. Quindi non si deve andare in Chiesa solo la domenica o per pregare se si rompe l’orologio: si deve chiedere aiuto per noi quando ne abbiamo bisogno, ma anche per gli altri. Prego Dio anche per i doni che mi ha dato, per una bella giornata, per un evento felice, ecc.[)]
Simona: La religione per un cristiano deve essere sempre presente perché è la sua vita; invece lei (a Jole) che è atea in Chiesa ci va solo per vedere le belle cose che ci sono. Per un vero credente la Chiesa vale più della famiglia.
Jole: È vero, io vado in Chiesa ad ammirare i bei quadri o ad ascoltare della buona musica perché la religione, quando è sincera, può ispirare sentimenti molto nobili e opere d’arte che meritano d’essere conosciute. Del resto io ammiro tutte le cose belle fatte dall’uomo, sia che si tratti di un credente sia che si tratti di un non credente. Ammiro naturalmente anche la natura. È questa la mia religione: credo nell’uomo e in quello che può fare di bello e di buono, ma anche in altre cose che qui non sto a ripetervi.

L’approfondimento del tema viene rimandato ai prossimi mesi nel corso dei quali questo aspetto culturale verrà esaminato in parallelo con gli altri nel confronto fra culture diverse.

Mastodon

sabato 5 novembre 2022

Sono 15 anni oggi che ho il blog e mi sono iscritto a Mastodon senza sapere nulla. Verso l’ignoto e oltre.

[comizi altrui] Come riconoscere i nazisti e Nazistania

lunedì 26 settembre 2022

Ripassiamo i fondamentali:

Come riconoscere i nazisti

Nazistania

di Astutillo Smeriglia

Questioni di principio

mercoledì 17 agosto 2022

Sei temi a impatto economico zero (almeno nell’immediato) su cui sarebbe bello un dibattito politico in vista delle prossime elezioni. Magari a sinistra, perché la destra, su molti di questi punti, ha idee chiarissime e tutte retrograde.

1) Eutanasia. Recentemente c’è stata una proposta di referendum. La Corte Costituzionale da anni dice che è ora di legiferare. È ora di tirare fuori una proposta. Una qualsiasi va bene, ma che se ne parli.

2) Attualmente in Italia non c’è una legge ordinaria che regolamenta la figura giuridica del partito politico. Ci si affida solo alla Costituzione. Poi succedono i macelli come quelli successi nel M5S. Basterebbe una cosa minima, snella, quello che si pretende da una ONLUS qualsiasi, poco più, poco meno.

3) Le droghe leggere e pesanti, nuovi modi per uscirne e per utilizzarle in campo medico. La nostra legislazione è per lo più ancora di stampo repressivo e questa politica ha evidenziato tutti i suoi limiti, per usare un eufemismo. Sarebbe ora di metterci mano prendendo spunto dai paesi che sono riusciti a cambiare qualcosa, tipo il Portogallo.

4) I migranti, il diritto d’asilo, come ottenere la cittadinanza. Lo stato attuale della legislazione e dell’organizzazione dell’accoglienza ha creato enormi ingiustizie e da più parti si chiede una revisione dei modi di accoglienza. La paura dell’invasione straniera paventata dalla destra semplicemente non esiste, visto che l’Europa tutta ha una popolazione in declino e con un preoccupante tasso di invecchiamento.

5) Questioni di genere, DDL Zan e dintorni, diritti alle persone diversamente accoppiate di avere figli, potersi sposare, divorziare, di non essere discriminate, rafforzare il diritto all’aborto e alla contraccezione. Qualcosa si è mosso, ma siamo tremendamente indietro rispetto al resto del mondo occidentale. Non parliamo di maggiori risorse per combattere l’uscita dalla prostituzione e dalla violenza familiare, che abbiamo detto di occuparci di riforme a costo vicino allo zero. Ma ci siamo capiti.

6) Sarebbe ora di una unione politica europea: proporre una costituente dell’UE, un esercito europeo, mandare in pensione la NATO, almeno in Europa.

Se avete notizia di un partito qualsiasi che ha tre proposte su questi sei punti e non rema contro negli altri tre (tipo: è ha favore dell’eutanasia, ma è contro la UE), fate un fischio.

Addio a Piero Angela

sabato 13 agosto 2022

Pochi giorni fa la RAI ci dice che Piero aveva lasciato questo messaggio per i suoi telespettatori:

Cari amici, mi spiace non essere più con voi dopo 70 anni assieme. Ma anche la natura ha i suoi ritmi. Sono stati anni per me molto stimolanti che mi hanno portato a conoscere il mondo e la natura umana. Soprattutto ho avuto la fortuna di conoscere gente che mi ha aiutato a realizzare quello che ogni uomo vorrebbe scoprire. Grazie alla scienza e a un metodo che permette di affrontare i problemi in modo razionale ma al tempo stesso umano. Malgrado una lunga malattia sono riuscito a portare a termine tutte le mie trasmissioni e i miei progetti (persino una piccola soddisfazione: un disco di jazz al pianoforte…). Ma anche, sedici puntate dedicate alla scuola sui problemi dell’ambiente e dell’energia. È stata un’avventura straordinaria, vissuta intensamente e resa possibile grazie alla collaborazione di un grande gruppo di autori, collaboratori, tecnici e scienziati. A mia volta, ho cercato di raccontare quello che ho imparato. Carissimi tutti, penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese. Un grande abbraccio.

Caro Piero, so che la vita non è eterna e che prima o poi tu non saresti più stato con noi.

Ti ho seguito sempre, in quasi tutte le tue trasmissioni e in alcuni dei tuoi libri, anche se non tutti. Sei stato uno dei punti di riferimento intellettuale per tutta la mia giovinezza e adolescenza e se ho studiato fisica e mi sono sempre appassionato ai temi scientifici e alla loro divulgazione è anche un poco merito tuo. So che lo sai, ma penso tu abbia contribuito a formare almeno due generazioni di adulti che si sono dedicati alla scienza.

Ricordo con nostalgia le puntate di Quark nel primo pomeriggio, con quella sigla per me ipnotica, affascinante, dove l’estremo interesse per i temi trattati doveva combattere con l’abbiocco post prandiale. Ma non c’era verso, eri un appuntamento fisso.

Hai portato nelle case degli italiani un metodo non solo di indagine del mondo che ci circonda, ma anche di divulgazione.

Le persone come te sono rare ed è per questo che la tua mancanza si farà sentire.

Un grande abbraccio ricambiato.

Aggiornamento 17.08.2022: Il ricordo del figlio Alberto.

Essere genitori

sabato 25 giugno 2022

Ammetto, con una certa vergogna, che mi è capitato, negli anni passati, di pensare “ma cosa ne capisci tu di figli, che non ne hai!”. È un pensiero che mi ha sorpreso, trovarmelo addosso è stato imbarazzante. Io per primo ho opinioni su situazioni che non ho vissuto e non potrei vivere e ne vado molto fiero. Come potevo muovere una simile accusa ad altri?

A mia parziale discolpa c’era il fatto che quelle osservazioni non gradite erano state espresse su situazioni delicate, complesse, con una lunga storia e dal forte impatto emotivo e non avevo bisogno di qualcuno che mi desse soluzioni e punti di vista, ma forse solo comprensione e supporto emotivo.

Forse il punto non era (è) essere genitori dal punto di vista biologico, ma essersi trovati nel ruolo di genitori. Farsi carico di una persona piccola e indifesa, prenderla per mano, farla crescere e renderla autonoma. Si può essere genitori a scuola, sul lavoro, con un amico, con una adozione, un affido e chissà in quanti altri modi, anche senza avere partorito o messo incinta una donna. Forse l’altro che mi ha fatto osservazioni che mi davano tanto fastidio non condivideva la mia stessa idea di essere genitore.

Giovanna Cosenza, che non è stata madre dal punto di vista biologico, lo è stata dal punto di vista del ruolo e ha voluto condividere la sua idea di maternità (lei parla di maternità, ma la che cose che dice valgono anche per i padri). Mi sono molto ritrovato nelle suo parole, ho notato non solo una sintonia sulla teoria genitoriale, ma anche – e forse questa è la cosa fondamentale, che sulla teoria siamo bravi tutti – sulla difficoltà nel mettere in pratica questa teoria. Poche parole che mi hanno fatto pensare “non avrai partorito, ma sei una buona madre”. Lascio parlare Giovanna, che è sicuramente più brava di me con le parole.

Aggiungo un ultimo punto, un aspetto che spesso è tenuto nascosto, negato, ma che invece è necessario rendere visibile affinché non ci distrugga la vita. Essere genitori è molto faticoso, a volte ci si trova a essere genitori per caso, senza volerlo (e non solo dal punto di vista biologico). Per essere buoni genitori bisogna mettere in discussione noi stessi, bisogna smontare i propri stereotipi, e prima di smontarli bisogna riconoscerli, altra cosa difficilissima e poi a volte non ci si riesce. Si fanno i conti con le proprie debolezze e la propria impotenza, altra cosa molto frustrante. Quante volte avrei voluto una bacchetta magica per cancellare le numerose difficoltà che ha dovuto affrontare la Comizietta? Tante. E invece non c’era nessuna bacchetta magica, è stato necessario soffrire, prendere decisioni sbagliate, camminare in mezzo alla selva oscura con un Virgilio altrettanto insicuro o del tutto assente. Quante volte ho pensato “Ma chi me lo ha fatto fare?”. Queste debolezze, queste difficoltà, questi dubbi vanno espressi, esplicitati. Nulla tolgono al nostro ruolo di genitori, anzi, lo arricchiscono, lo rendono più umano e vero. Eppure è molto vivo, specie per le madri, lo stereotipo del genitore eternamente felice e grato di esserlo. Che lo è, ma non come vorrebbe lo stereotipo. Lo è a patto di avere la possibilità di esprimere la fatica, i dubbi e, se possibile, di prendersi una pausa. (Essere in due aiuta molto.)

E poi la cosa più importante di tutte, il principio zero dell’essere genitori: avere molta pazienza, soprattutto con se stessi.

Pacifista del cazzo

sabato 30 aprile 2022

È dal 24 febbraio che cerco di scrivere qualcosa su questa guerra. Essere poi politicamente antimilitarista e pacifista, di questi tempi, mi fa sentire come un vegano in una macelleria.

È ovvio che emotivamente non posso che parteggiare con il paese aggredito e invaso, l’Ucraina, non si può non vedere l’aggressività e la pericolosità della politica di Putin e immagino che i miei quattro lettori rimanenti non vedano l’ora di vedere l’esercito russo sconfitto dal Davide ucraino.

Ai quattro gatti che con la sola forza della parola chiedono la fine del conflitto, la ripresa della diplomazia e l’interruzione della corsa agli armamenti gli si oppone la dura verità di un avversario temibile e determinato che sta radendo al suolo una nazione intera. Il mondo, in questo conflitto, è diventato improvvisamente in bianco e nero. Di qui e di là, non solo in politica, anche in famiglia (non la mia, per fortuna). Ma stanno davvero così le cose? Non esattamente.

Che la Russia, dopo la fine dell’Unione Sovietica, fosse governata da una oligarchia molto poco democratica e attenta ai diritti civili lo si sa da sempre. I paesi europei e molti personaggi politici dei paesi democratici hanno fatto finta di nulla. I più zelanti hanno speso parole di stima per Putin e l’Unione Europea, mentre l’IPCC ci intimava di smettere di usare combustibili fossili, provvedeva al raddoppio del gasdotto proveniente dalla Russia e nulla è cambiato dopo la prima invasione del 2014. A febbraio 2022 l’Unione Europea ha scoperto improvvisamente – dopo tutto otto anni cosa sono, se non un attimo? – di essere uno dei finanziatori della Russia. Correre ai ripari ora è come smettere di fumare quando è stato diagnosticato un tumore ai polmoni. Forse è tardi e i rimedi rischiano di essere altrettanto nefasti, tipo aumentare le importazioni di gas da altri stati che non brillano proprio per democrazia e diritti civili. Ma quelli, ad oggi, non mettono a rischio la nostra pancia piena, non ancora.

Questo piccolo esempio di economia spicciola, di metano e politici poco lungimiranti, rende macroscopica la verità di un mondo che è globalmente e irrimediabilmente interconnesso, socialmente, culturalmente, economicamente e politicamente, ma è governato da politiche locali, per lo più incentrate sull’interesse immediato e la gestione del potere corrente. (Dovevamo averlo imparato con la pandemia da Sars-Cov-2, ma siamo un specie che impara poco dai suoi errori.)

Ed è qui che il pacifismo muore e rimane senza armi, per rimanere nella metafora bellica. Il pacifismo non è una medicina che si dà all’ammalato, il pacifismo è una pratica per non ammalarsi. Il pacifismo richiede lungimiranza e collaborazione mondiale, richiede di rinunciare a un poco di potere locale per un bene superiore. L’idea di una ONU un po’ meno imbolsita dell’attuale è stata un’idea di Einstein nel 1932, discussa con Freud in una discussione promossa dalla allora Società delle Nazioni. Se ne è costruita una dopo il 1945, ma con un peccato originale: la divisione del mondo secondo le logiche della Guerra Fredda. Ora questa logica non ha più ragione di esistere, ma l’ONU non è cambiata, con una manciata di paesi che hanno diritto di veto su ogni decisione comune.

Ma se non armare i contendenti, gli ucraini in particolare, può sembrare quasi una cattiveria senza senso, le attuali misure contro la Russia hanno un comune denominatore che ritrovo spesso in molti commenti giornalistici: hanno effetti imprevedibili. (Sull’armare i contendenti i rischi invece sono notissimi.) Alcune risultano colpire indiscriminatamente la popolazione russa, come un vero e proprio attacco armato. Non sappiamo quanto a lungo potremo tenere le sanzioni economiche contro la Russai. Non sappiamo il loro effetto nel medio e lungo termine, nell’immediato ci porterà a un calo del PIL e a un aumento dell’inflazione. Non sappiamo fino a che punto fermeranno la macchina bellica russa. Non sappiamo se sproneranno il popolo russo a rivoltarsi a Putin o se, viceversa, si creerà una opinione pubblica rancorosa e desiderosa di un riscatto, a discapito degli ucraini, ma anche dell’Europa. In un prossimo futuro andrà al potere uno ancora più bellicoso di Putin? Non lo sappiamo. Le armi che daremo all’Ucraina rimarranno all’esercito o saranno distribuite ai civili? E che armi stiamo dando all’Ucraina? La Russia interpreterà questa cessione come una aggressione aumentando l’estensione del conflitto? Non lo sappiamo, molto semplicemente. Un aumento della spesa militare europea porterà sicuramente due cose: sarà più facile farsi la guerra e toglierà le risorse a quelle iniziative che invece la guerra la rendono meno probabile e la curano: cultura, cooperazione e sanità. (Qui potete leggere quello che sta succedendo in Germania.)

Anche nel mondo scientifico, nel tempio delle cooperazione pacifica e del progresso, il CERN, questo virus divisivo ha interrotto, per motivi politici, ogni nuova cooperazione con la Russia. Quando l’ho saputo sono stato male, ho pianto.

La filosofa Donatella Di Cesare, in un intervento sul canale YT di Emergency, parla del vero dramma della guerra: la rigidità di pensiero.

Ammetto di non sapere quale sia l’intervento più efficace e sensato per mettere fine a questa guerra (e a molte altre) in tempi brevi. Sicuramente interventi non ponderati e sull’onda dell’emotività porteranno altra incertezza e quindi forse aumenteranno la probabilità di una estensione del conflitto. So invece molto bene quali sono le politiche guerrafondaie, ben rappresentate dalle destre del mondo, ma che, poco o tanto, ormai sono patrimonio indiscusso di ogni partito politico.

Sono politicamente stanco. Stanco di politiche che non si occupano del futuro della società, della sua sua salute e dei diritti degli individui. Sono stanco di politiche che hanno la lungimiranza della mezza giornata, in balia dei sondaggi e degli umori dei social. Vorrei poter dire quello che penso su questa guerra senza essere incasellato, per forza e in modo arbitrario, da qualche parte e in questi giorni mi è molto difficile.

Nuovo lavoro

sabato 12 febbraio 2022

Lavoro nel campo dell’informatica e l’azienda per cui lavoro offre vari servizi ai propri clienti, dalla consulenza hardware a quella software, assistenza sistemistica, programmatori, analisti e potrei stupirvi con tante sigle ed espressioni inglesi, ma spero abbiate capito. Dove c’è un problema di tipo informatico noi possiamo metterci lo zampino, farci pagare e risolvere problemi.

In questi ultimi due mesi sono stato coinvolto in una nuova attività per $grande_compagnia_telefonica, che per brevità chiameremo $GCT. E’ un lavoro parecchio strano perché se da un lato lo si potrebbe considerare un’attività al limite del data entry e quindi ben poco professionale, dall’altro sono contento che abbiano pensato di rifilarlo a me e sinceramente sarei molto preoccupato se lo avesse in mano un collega con poca o nessuna esperienza. Si tratta di mettere mano a sistemi “in produzione” per la gestione degli SMS e del roaming e quindi una configurazione sbagliata, un errore, può generare grandi problemi e creare danni economici notevoli. Anche se nessuno è immune dal fare cazzate, io compreso, bisogna lavorare con questa consapevolezza e l’esperienza può fare la differenza. Senza contare che si ha che fare con dati molto sensibili, numeri di telefono, nomi, cognomi, indirizzi eccetera delle persone; si lavora su sistemi iper controllati, non si possono usare “per gioco” e “vediamo se c’è il numero del mio amico”. Bisogna saper stare in una “sala macchine”, quegli enormi stanzoni molto rumorosi sempre a 20-23 gradi, estate (e quindi lì dentro si gela) e inverno (e quindi lì dentro fa molto caldo, a meno che non dobbiate sedervi sopra il bocchettone dell’aria fredda proveniente dal condizionatore, in quel caso congelerete.), pieni di server perennemente accesi e che mai vorreste vedere spenti o in avaria. (Ciao, sono quello che, all’inizio della mia carriera, ha spento un server di produzione perché mi sembrava una cosa intelligente spegnere quel monitor inutilmente acceso.)

Ma la parte difficile non è questa, è quella al contorno: $CPT ha una struttura molto complessa al suo interno, centinaia di persone che lavorano incessantemente per assicurarci di poter telefonare senza problemi in ogni parte del mondo, organizzate a volte in maniera contro intuiva e a volte in maniera assurda, ma non riuscirete mai a distinguere quando sarete davanti a una assurdità o a una ragione bene precisa. Si viene a contatto con decine di procedure, tecnologie e sigle esotiche, molte delle quali nessuno mi spiegherà mai perché non di mia competenza. Arrivano nella mia casella di posta qualche centinaio di mail al giorno e quelle di cui mi devo occupare io sono spesso meno di 10 o nessuna. Bisogna sapersi destreggiare fra nomi, uffici, persone diverse. Questa complessità al primo impatto può essere molto disorientante.

Poi, preso il ritmo, dopo due o tre mesi, tutto sembra “facile”, ma non lo è mai, perché una nuova mansione, una nuova procedura esotica, un nuovo ostacolo è sempre dietro l’angolo. Si diventa improvvisamente “esperti” del proprio angolino anche in modo buffo. Ieri un nuovo collega, un esterno come me che aiuta $CPT nei suoi lavori, mi ha chiamato “perché gira voce che hai risolto quel problema di accesso, magari puoi darmi una mano”, io che all’interno di $CPT ho meno potere del due di coppe a briscola quando comanda bastoni e sono arrivato l’altro ieri. Eppure, visto che ho messo del mio per uscire da certe assurdità e ci sono riuscito, sono già “esperto” in qualcosa.

Fuori da quel mondo non sono esperto di nulla e non credo di poter rivendere nessuna competenza tecnica specifica. Oppure la mia esperienza sta proprio nel saper stare in questi mondi ibridi, pieni di cose incomprensibili che rimangono tali e pieni di cose da imparare, a volte in modi molto faticosi, con molto intuito, fortuna e determinazione. Saper stare nell’ingranaggio e saperne uscire quando è necessario. Immettere dati, ma con un certo criterio. Essere come un chirurgo che non ha paura a tagliare o a dare quel comando rm -r *, che cancella inesorabilmente tutto, che sa di non dover toccare certi vasi sanguigni o certi cavi e certi interruttori. Dopo 23 anni anni di lavoro mi sono accorto di non essere veramente esperto di nulla, e di poter fare tutto. Per fortuna non ho intenzione di cambiare azienda, che non saprei proprio come spiegare questo concetto e rendere appetibile questa mia capacità, anche se so che è una competenza richiesta in molte attività del mio settore, che non tutti hanno e che penso sia molto sottovalutata.

Comunque, se non vi arrivano gli SMS del servizio LoSai o ChiamaOra, prima di rompere le balle all’assistenza, assicuratevi di avere un credito residuo sopra i 2€ e se fate una prova segnatevi data e ora esatta, al secondo, e date all’assistenza anche il numero del chiamato o del chiamante.