Archive for the ‘comizio’ Category

Cosa resterà di noi?

mercoledì 31 marzo 2021

Prendo spunto da un post di Cetta di Luca.

In queste vacanze di Natale [NdR: questo post è stato a maturare nelle bozze da fine dicembre 2018], mia madre mi ha dato l’ultima lettera che suo padre le scrisse pochi giorni prima di morire. Non c’è nessuna particolare riflessione, mio nonno morì improvvisamente di infarto pochi giorni dopo, nel 1974. Io avevo poco più di tre anni e mezzo, lui XY. All’epoca le lettere arrivavano veloci ed erano il mezzo più economico per fare due chiacchiere a distanza, lui in un paesino delle Marche, noi a S. Donato Milanese. L’equivalente di un messaggio di Telegram, per fare un paragone con le cose di oggi. La lettera racconta di una piccola lamentela con i parenti, una richiesta di informazioni, il tempo che fa, i baci a me, piccolo nipote.
Mi ha fatto molto piacere riceverla perché sono fra le poche, pochissime cose, che mi sono rimaste di mio nonno. Ho anche pochi ricordi, molto vaghi, vista la mia piccola età. È morto relativamente giovane e se fosse vissuto ai giorni nostri avrebbe sicuramente abbracciato le nuove tecnologie come gli smartphone e i pc. Sarebbe stato divertente averlo come nonno più a lungo.

Ho ovviamente fatto leggere la lettera a Lacomizietta e mi ha fatto una domanda interessante. “Ma io come farò a leggere le cose che hai scritto tu?” Ecco, non sarà facile. Le cose più personali sono infatti sul pc e chi vorrà leggerle dovrà scavalcare qualche “fossato”: mie organizzazioni mentali e, soprattutto, dovrà avere le password per tutti i file di archivio crittografati. Io nel tempo ho scritto tantissimo, non solo pubblicamente qui e altrove con il mio vero nome. Ho scritto, dal 1996, moltissime mail, a tante persone, alcune raccontano di cose molto intime, arrabbiature furiose e dichiarazioni d’amore. Quelle mail non sono più nemmeno sui server, sono solo sul mio pc, archiviate e criptate. Fra 40 o 50 anni a chi potranno interessare? Si potranno ancora leggere? Cosa racconteranno? Non solo idee ed emozioni personali, ma anche visioni del mondo che cambiano, luoghi e abitudini di un tempo che non ci sarà più. (Ci saranno ancora le mail, fra 40 anni?)

E cosa colpirà chi leggerà dopo di noi? Forse quello che meno ci aspettiamo. L’ortografia, come nella lettera di mio nonno, le banalità di tutti i giorni. O forse un’osservazione, un dettaglio. O forse un’intuizione che si rivelerà importante.

Non sono credente. Penso che quello che lasciamo a chi viene dopo di noi (opere, pensieri, ricordi) sia l’unica via per vivere dopo la morte. Chi viene ricordato vive, e se viene ricordato per sempre, vivrà per sempre.

Baricco 4

martedì 30 marzo 2021

Finiscono qui le elucubrazioni di Baricco sul pensiero novecentesco e il prossimo futuro.

A questo punto non ho nulla da dire. Il mio ex prof di matematica avrebbe detto “poche idee, ma ben confuse” o anche “ciò che è nuovo non è giusto e ciò che è giusto non è nuovo”. E con queste frasi fatte penso di chiudere la questione Baricco. Mai più, veramente.

Una personalissima teoria

venerdì 19 marzo 2021

Dopo aver ascoltato questo podcast di Radio3Scienza:

Perché nel Regno Unito non si sono avuti dubbi sulla sicurezza del vaccino Astrazeneca?

Mentre l’Europa continentale ha temporaneamente sospeso l’impiego del vaccino Astrazeneca in attesa di un pronunciamento definitivo sulla sua sicurezza da parte dell’Agenzia europea del farmaco (EMA), nel Regno Unito si continua a utilizzarlo. Il numero delle persone vaccinate con questo farmaco ha già superato gli 11 milioni. Perché decessi e casi di trombosi, che pure lì si sono verificati, non hanno destato particolari preoccupazioni tra le autorità britanniche preposte alla farmacovigilanza? Come viene percepita dai cittadini d’oltre Manica la sospensione di Astrazeneca decisa in molti altri Paesi, non solo europei? Rispondono Paolo Vineis e Giorgio Gilestro, rispettivamente epidemiologo e neurobiologo all’Imperial College di Londra.

Al microfono Marco Motta

mi sono fatto una mia personalissima teoria sullo stop della vaccinazione di AstraZeneca. Più che una mia teoria, ho tentato di tirare una linea fra le varie cose dette nella trasmissione per rispondere a una mia domanda.

In una intervista su Repubblica.it, Nicola Magrini, direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), il 15/03/2021 disse:

“Si è arrivati alla sospensione perché diversi Paesi europei, tra cui Francia e Germania, hanno preferito interrompere la vaccinazione dopo singoli casi recenti di eventi avversi, che hanno suggerito di fare una pausa per le verifiche e poi ripartire. È stata una scelta di tipo politico”.

e mi chiedevo: ok, uno stop politico. Ma per fare cosa? Chiesto da chi? Per quale ragione?

Ebbene, nel podcast si spiega come la stampa europea (e italica in particolare, dico io) abbia montato a neve le presunte reazioni avverse dei vaccini e in particolare di AstraZeneca. Stampa che non è abituata a fare valutazioni sui dati e sulle evidenze scientifiche. I relatori della trasmissione ci informano che invece nel Regno Unito su questo punto sono qualche passo avanti e la paura è arrivata parecchio dopo, ma comunque la popolazione si fida ancora delle istituzioni. Nessuno stop nel Regno Unito, quindi, perché semplicemente non c’erano dati a supporto per fermare la campagna vaccinale. E nel resto d’Europa? Nel resto d’Europa invece la paura montava a la popolazione non voleva più vaccinarsi con AstraZeneca, molte le disdette degli appuntamenti. Di fatto la sospensione delle vaccinazioni era in atto. La sospensione dell’EMA quindi è servita per prendere di nuovo le redini della situazione. Diciamo che ci fermiamo, che valutiamo la situazione, tanto sappiamo già che non ci sono motivi per fermare nulla e fra qualche giorno ne avremo ancora di più (come in effetti è successo), e diciamo che è tutto a posto e si può ricominciare a vaccinarsi. La politica era: tranquillizziamo la popolazione.

Ok, mi sta bene.

Personalmente mi fido dell’EMA, dell’AIFA e dei metodi che si usano per testare e valutare i vaccini e i farmaci in generale. So che ci possono essere errori umani, corruzione e tante cose che possono andare male, ma il sistema è quello giusto, i protocolli ci sono, le conoscenze e le competenze pure. Queste cose vanno applicate e affinate. Semmai questo stop della vaccinazione mette in evidenza un punto: questi metodi sono sconosciuti ai più. Non sono divulgati, fatti conoscere. Si ha scarsissima dimestichezza di concetti base della statistica e di matematica in generale, tanto che dopo un anno di pandemia non abbiamo capito come funziona una progressione geometrica o una curva esponenziale. La stragrande maggioranza della stampa italica è ancora alla ricerca di lettori attraverso il panico, la paura e il sensazionalismo. La politica non è messa meglio, anche lei alla ricerca del riflettore, della posa giusta e attenta a non scontentare nessuno o comunque meno persone possibile. Questa miopia si paga in malati e morti.

Un pessimo politico qualche anno fa disse che con la cultura non sia mangia. Sarà vero, ma forse ci farebbe sopravvivere. Sempre che non ci estinguiamo prima.

Baricco e l’intelligenza novecentesca

mercoledì 10 marzo 2021

Questo mio comizio è una risposta all’articolo apparso ieri su ilPost:

Mai più, prima puntata
«Esiste un’intelligenza non novecentesca? La stiamo formando da qualche parte, in qualche scuola, in qualche azienda, in qualche centro sociale? Abbiamo ragione di pretendere che emerga in superficie nella gestione del mondo, e di pretenderlo con una rabbia pericolosa?»
di Alessandro Baricco

Si parla della morte dell’anima che l’isolamento dovuto alla pandemia induce, al TINA anche conosciuto come “there is no alternative”, fenomeno per cui, date certe premesse, è d’obbligo agire in un certo modo. E poi Baricco si chiede: Esiste un’intelligenza non novecentesca?

Ho trovato questa analisi molto povera e “vecchia”.

Molto povera perché ha uno sguardo molto limitato del fenomeno. Nel mondo la pandemia è stata affrontata in modi molto diversi, con sistemi sanitari molto peggiori e molto migliori del nostro, con politiche molto diverse dalla nostra. Alcuni Stati avevano un piano per la pandemia e l’hanno seguito, altri Stati la pandemia l’hanno negata, altri ancora non hanno, ancora oggi, le risorse per affrontarla. In tutti i casi le rispettive popolazioni hanno pagato un prezzo sociale, economico, psicologico. Le premesse diverse ci sono state da qualche parte del mondo, eppure gli effetti si sono visti anche lì e in nessun caso sono stati piacevoli. Quindi in questa frase

“Rimesse in sella dalla pandemia, le élites novecentesche se ne stanno ben salde ai tavoli di comando della cosa pubblica, dirigendo le operazioni strategiche contro il virus.”

Baricco di chi sta parlando? Di Conte o di Draghi? Di Bolsonaro o di Xi Jinping? Di Trump o di Biden? Perché non hanno fatto e detto tutti la stessa cosa.

Per quanto riguarda il fenomeno TINA è curioso che questo veniva descritto da Tolstoj in Guerra e Pace nel 1800. Non è nemmeno un modo di raccontare le cose novecentesco, è anteriore. Affascinante, ma non racconta tutto ed è solo un modo per vedere le cose. Non è l’unico.

Vedremo se Baricco riuscirà a raccontare anche cosa c’è di poco novecentesco in questa pandemia. Ma parto prevenuto.

“Completano questa grandiosa ritirata dal vivere facendo un uso massiccio e ipnotico di oggetti, i device digitali, che erano nati per moltiplicare l’esperienza e ora risultano utili a riassumerla in un ambiente igienizzato e sicuro.”

Il fatto che possiamo vederci, sentirci, leggere, vedere cose, informarci, in molti casi lavorare e avere uno stipendio con una rete che nel 1900 non esisteva è, per Baricco, un modo per avere una esperienza asettica e sicura e disumanizzante che rende inevitabile isolarci per non ammalarci. Non è una risorsa mai avuta prima che detta nuove regole, apre nuove possibilità, che ha dei pro e dei contro. Ci toglie semplicemente l’anima.

Le premesse non mi sembrano buonissime per la nascita di un pensiero post novecentesco. Vedremo se nelle prossime puntate ci saranno delle novità.

Aggiornamento:

Un comizio altrui sempre sul tema del post di Baricco:

Appena
di Squonk

Aggiornamento 13/03/2021:

Un altro comizio altrui:

Quel po’ di pace
di LoScorfano

Perseverance

domenica 21 febbraio 2021

Il 18 febbraio scorso è atterrata su Marte Perseverance, il nuovo robot targato NASA che esplorerà il pianeta rosso. Come sempre ci sono stati quelli che hanno detto che sono soldi buttati via. E quindi mi sono fatto un paio di conti, così, a spanne.
Il programma Mars2020 è costato circa 2,8 miliardi di USD spalmati in 10 anni. Facciamo 3 miliardi, cifra tonda. 300 milioni di dollari l’anno che danno da mangiare, a occhio, a circa 1000 persone. Tanto? Poco? Non so.
Vediamo quanto spendono gli USA per distruggere il pianeta e altri esseri umani. Spese militari USA del 2019: 732 miliardi di USD, il 3,4% del PIL del paese. Calcoliamo 732/0,3 e viene fuori 2440. Siamo generosi e facciamo 2400. Come stima di massima possiamo dire che gli USA spendono 2400 volte in cose militari rispetto a quanto spendono per la ricerca spaziale su Marte. La spesa militare di un giorno e mezzo è maggiore di quello che spendono in 10 anni per andare su Marte.

Senza contare che la ricerca della NASA è ricerca pubblica e quindi i risultati sono a disposizione di tutti. La tecnologia coinvolta la useremo presto per i nostri usi quotidiani.

Io però sento troppo spesso che la ricerca di base è troppo costosa e troppo poco che le spese militari si dovrebbero ridurre drasticamente.

Detto questo, abbiamo avuto in tempo reale (11 minuti circa di ritardo per la distanza) la conferma dell’atterraggio su Marte e quattro foto straordinarie. Da 202 milioni di km di distanza. Se a voi questa cosa non appare incredibile, non so. Cos’altro può stupirvi?

(Quanto sia difficile arrivare su Marte lo si vede da quanti tentativi sono andati falliti. Qui.)

La morte morta, la merda merdosa

sabato 13 febbraio 2021

Quando hai toccato il fondo puoi sempre iniziare a scavare. È così che si dice quando tutto va male, giusto? Sì, sto parlando di questo governo arlecchino, nella mia personale classifica il peggiore che si potesse immaginare. Non tanto per il Presidente del Consiglio e nemmeno per i singoli ministri, anche se la signora tunnel dei neutrini, da (ex) fisico, l’avrei lasciata a casa. È proprio il messaggio politico che dà che è devastante.

La politica dovrebbe avere un progetto di futuro, un progetto sociale di convivenza, avere degli ideali condivisi o condivisibili a cui tendere; questi progetti e ideali dovrebbero essere ben identificabili. Da tutto questo si dovrebbe trarre l’indicazione per governare. Se un progetto non ha i numeri per governare dovrebbe entrare in campo la mediazione.

Cosa abbiamo oggi di tutto questo? La destra, paradossalmente, è quella che un ideale e un progetto futuro ce l’ha. Prima gli italiani, abbasso le tasse, chi sgarra in galera, ma solo se ha la pelle scura o si droga. Poco altro. Una visione di cortissimo respiro, tutta chiusa nella paura di perdere il piccolo privilegio di benessere che pensa di avere. La sinistra non pervenuta. Forse ha anche idee meravigliose, ma non si vedono. In compenso si vedono benissimo gli ennemila partitini più o meno personali che nascono come funghi, per difendere un comunismo ormai improponibile, un ecologismo mai nato o un dinamismo di facciata dal sapore piduistico. Un velo pietoso per il M5S che sta incarnando molto bene tutto quello che si prometteva di combattere.

E il governo Draghi? Il governo Draghi ha imbarcato tutti: un progetto di destra fallito (FI), l’ala xenofoba (Lega), quelli che dovevano combattere la politica (M5S), quelli che non si sa cosa vogliono (PD) e lui, l’autore di questo ultimo passaggio verso il basso, Matteo Renzi. Come nota di colore ci sono anche i wannabe comunisti (LeU). La scusa per questo puzzle psichedelico è che la legislatura va salvata perché c’è la pandemia, andare a votare non sarebbe saggio. (No, non sarebbe saggio, anche se sarebbe molto meglio di questa accozzaglia di partiti al governo.) E fra molto poco dovremmo anche cambiare il Presidente della Repubblica. Pensare a questi problemi prima di aprire una crisi di governo pareva brutto, evidentemente.

Ma torniamo agli effetti politici di questo nuovo governo. Cosa impara l’elettore da questa crisi politica? Che un progetto di futuro non c’è più. Non ci sono futuri alternativi da scegliere. Ci sono tante persone più o meno competenti che fanno cose per tenere insieme la baracca, ma senza una strada condivisa o mediata da percorrere. C’è una emergenza sanitaria mondiale, ma si darà priorità all’economia o alle persone? Le vaccinazioni saranno ancora lasciate alle regioni o saranno date in mano allo Stato? O sarà ancora tutto di nuovo incerto, un po’ così e un po’ cosà come l’ultimo governo Conte? Anzi, ancora di più, viste le differenze fra i partiti che compongono questa maggioranza. Sempre che ci siano le differenze, a questo punto. Ma Draghi potrebbe anche fare un ottimo lavoro, no? Certo. Confermerebbe in altro modo che i partiti non servono a nulla. Sono delle pedine messe lì per essere manovrate dal Draghi di turno. Insomma, qualsiasi cosa accada il messaggio è uno solo: la politica è morta e sepolta.

2020

giovedì 31 dicembre 2020

Scrive il mio amico immaginario Carlo Paschetto:

Mentre il Covid mi ha rivoluzionato la vita costringendomi a terra, a lasciare l’auto in garage per mesi e a mettermi la mascherina anche per portar giù la spazzatura, c’è gente che quest’anno, indossando la stessa mascherina e facendo mille attenzioni al distanziamento sociale come me, si è presa un tumore, un infarto, si è rotta una gamba, ha avuto un incidente stradale.
Direte voi, come sempre. Certo, come sempre. Ma di norma sempre è quando mandi avanti la tua vita normale fino a un attimo prima preoccupandoti del mutuo, non quando passi le giornate a difenderti dalla pandemia del secolo e ti svegli ogni mattina pensando “belìn, che assurdo anno di merda”.
Sempre è quando finisci in ospedale e non devi augurarti che in ospedale ci sia posto e che i medici non abbiamo bisogno della stessa rianimazione che serve a te.
Sempre è un’altra cosa.

E dunque il 2020 è stato, nonostante tutte le cose normali che sarebbero comunque accadute, un anno straordinario. Straordinario per tutti.

Lo ricorderò per la paura di questa malattia, un timore che oscilla fra un blando e rassicurante “sono statisticamente fra quelli che ce la possono fare senza grandi patemi” e un “se sto in ospedale un mese come il mio coetaneo è una catastrofe”. (Voi non sapete perché, io sì.)

Lo ricorderò perché ho imparato a cosa servono i funerali. La morte mi ha sempre portato grande imbarazzo, oltre al dolore. Non so mai cosa dire, come dirlo, mi sento sempre fuori luogo. Non sono credente, non nel senso che intendono le religioni, e non ho un rituale da seguire, non ne ho mai sentito la necessità. Quest’anno ho capito che questo mio imbarazzo è dovuto al fatto che per me la morte non ha una forma e che un rituale è necessario per dare forma e nome alla morte. Un rituale collettivo è meglio di uno personale, condividere un lutto è una forma di protezione, di definizione. Come si saluta chi nasce c’è bisogno di salutare chi muore. No, non è importante cosa fare, è importante farlo. Quest’anno ho salutato mia zia Vincenza, mio cugino Emanuele e un nipote acquisito, Samuele, gli ultimi due decisamente troppo giovani per lasciarci. Morti normali, come direbbe Paschetto, non dovute al Covid-19, ma che non lo sono state affatto a causa della pandemia: sono state molto più difficili.

Ricorderò il primo lockdown: le strade deserte, un silenzio irreale per città come San Donato Milanese e Milano, i pranzi sul balcone a primavera inoltrata (mai fatti prima, eppure avremmo potuti farli dal 2012), le passeggiate nel quartiere per non farsi crescere le rotelle sui glutei, il lavoro da casa, una novità per me. E la didattica a distanza, una novità per tutti, insegnanti e studenti, con gli inevitabili incidenti, malintesi, difficoltà.

Ricorderò il lavarsi le mani dopo ogni uscita, cosa che facevo anche prima, ma ora con più attenzione e diligenza.

Ricorderò le mascherine, con le incertezze iniziali (Servono? Non servono? Quanto servono?) e le certezze successive (Servono!). E quindi ogni uscita ha ormai la sua mascherina d’ordinanza. Poi alcuni hanno scoperto che le mascherine vanno portate correttamente e sempre, non a singhiozzo, ma questo forse lo impareremo tutti nella prossima pandemia. Noto però che i messaggi martellanti di ATM sui mezzi pubblici servono a qualcosa, diminuendo in modo drastico l’uso scorretto di questo semplice strumento.

Ricorderò la mancanza assoluta nel supermercato, in primavera, di farina, lievito, alcool denaturato, guanti in lattice e, appunto, ogni tipo di mascherina. Non ho neanche cercato un gel disinfettante, rientrato nelle vendite solo a maggio inoltrato.

Ricorderò le file per entrare al supermercato, una novità assoluta per tutti. Poi mi sono fatto più furbo, cambiando giorno e orario.

Ricorderò le discussioni da bar su numeri, curve statistiche, epidemiologia, virologia. Chissà se qualcuno avrà con l’occasione imparato qualcosa? Io di sicuro ho imparato che fare l’epidemiologo deve essere estremamente difficile e frustrante, specie durante le pandemie.

Lo ricorderemo per alcune strane regole dei DPCM e dei suoi moduli di autorizzazione a uscire. I meme sul web si sprecano.

Ho vissuto una strana forma di solitudine, fatta di tanti contatti a distanza, ma sempre di solitudine si è trattato. Vedersi di persona spesso non serve, altre volte è di importanza vitale; ho imparato anche questo. Ho rivisto alcuni miei ex compagni di scuola, dopo molti anni. Ho cominciato a gennaio e continuato a giugno. Una cosa straordinaria due volte, se ci penso. Ma anche la vicinanza può essere un problema: vivere in casa per molti giorni con una adolescente è stato davvero difficile, per lei lo è stato ancora di più e lo sarà ancora per mesi.

Lo ricorderò per altre piccole cose, alcuni cambiamenti personali e familiari: abbiamo visto nuove serie TV, nuove categorie di video su YouTube, una ripresa della lettura, dopo una stasi iniziale, il trasloco della mia azienda, una strana vacanza estiva (troppo corta), uno stranissimo Natale, io e la Comizietta in salotto con un albero e le luci (mai fatte come quest’anno), alcune sfighe domestiche (una lavastoviglie guasta e un acquisto di un pc molto sfortunato) e molto, molto altro.

Lo ricorderò per la strana sensibilità alle notizie nefaste, come a giustificare un 2020 difficile per tante ragioni e non per una sola. Una quasi terza guerra mondiale a inizio anno, le cavallette, una tremenda esplosione e Beirut ad agosto, gli incendi in Amazzonia, California e Australia, un disastro ambientale in Kamchatka ad ottobre, terremoti vari. Lascio continuare il lavoro a ilPost che ha raccolto le prime pagine di quest’anno e altri eventi importanti.

E per finire il vaccino contro questo virus. Fatto e testato a tempo di record con tecniche rivoluzionarie. Ci ricorderemo di questo quando sarà ora di finanziare la ricerca di base? Io ingenuamente ci spero.

Molto di quanto ho raccontato e vissuto continuerà anche nel 2021, perché il 31.12.2020 è solo una data, ma inaugureremo l’anno con il levarci dall’orizzonte un presidente USA nefasto. Spero sia di buon augurio per tutti.

Fantascienza

mercoledì 30 dicembre 2020

In questi giorni la Comizietta mi ha fatto una domanda che mi ha provocato una brivido nella schiena:

“Papi, ma la fantascienza e il fantasy non sono un po’ la stessa cosa?”

Stavo meditando di avviare le pratiche per disconoscerla, quando si è salvata dicendo:

“Voglio capire che differenza c’è fra i due generi, che non mi è chiarissima.”

Su questo blog avevo citato un pensiero della Lessing sul tema e forse quanto dirò lo avrò già detto in qualche mio post, qui o altrove. (Ri)Provo a dire la mia in modo sintetico.

La fantascienza (FS) è un genere letterario (e cinematografico) che ha sempre una domanda di fondo: “Cosa accadrebbe se?” e anche “Chi siamo noi? Cosa ci caratterizza?” e ancora “Come è fatto il mondo?”. In altre parole:
Fanta = facciamo finta di essere in questo contesto ipotetico.
Scienza = Come siamo fatti? Come ci comportiamo in questo nuovo ambiente? Come indaghiamo questo mondo ipotetico?

Non importano molto i maghi, i draghi e nemmeno le astronavi. C’è dell’ottima FS fatta senza scienza e senza tecnologia, spesso al confine con il fantasy, ma ha sempre questa domanda di fondo sul nostro essere umani: come ci comporteremmo se fossimo in un mondo diverso? Rientra quindi nella FS Il pianeta del miraggio, di Heinlein, che è fantateologia, Avatar, pieno di draghi da cavalcare, Dune, con molte cose al limite del magico, per non parlare del ciclo di Canopus in Argos della Lessing, con zero scienza e molta filosofia e psicologia, se non direttamente religione. Star Wars in effetti è più simile a un fantasy per via della sua epicità, della lotta del Bene contro il Male; non si domanda affatto “come sarebbe l’Uomo se?”.

Il fantasy queste domande non le ha, o se le ha sono accessorie, non sono il motivo principale. Nel fantasy è più importante la magia, le gesta eroiche, la lotta fra il Bene e il Male, il gesto cavalleresco e romantico.

A me questa ricerca su come siamo e su come potremmo essere interessa. Il fantasy mi annoia, escluse poche eccezioni.

Psicoterapia

sabato 19 dicembre 2020

Otto anni di psicoterapia di gruppo. Ho terminato qualche giorno fa questa straordinaria avventura, iniziata nel novembre 2012 a seguito della fine del mio matrimonio. Sono cambiate tante cose in questi anni, smontare un matrimonio dove avevo investito tutta la mia vita non è stato facile. I legami si insinuano ovunque, in un quadro appeso, in una targhetta sul citofono, in un mutuo in comune, in un modo di dire o un modo di esprimersi, persino nel colore delle pareti. Ora posso dire di aver sgomberato tutte le macerie che si erano accumulate da quel disfacimento, ma sono sicuro che troverò altra polvere in giro, negli angoli nascosti di casa.

Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio raccontare cosa ho imparato in psicoterapia. Ho iniziato perché penso che confrontarsi con gli altri sia il modo migliore per capire cosa ci accade. Ho esordito come un fiume in piena e ho chiesto consigli e aiuto. Cosa devo fare? Il gruppo ha fatto da specchio alle mie emozioni e alle mie richieste, ma il riflesso non è sempre stato consono alle mie aspettative. Nessuno poteva dirmi cosa fare. Nessuno in realtà poteva aiutarmi o consigliarmi. Non perché mancasse la volontà o la capacità, ma semplicemente perché non si può ricevere aiuto se non si è pronti a riceverlo; quello che gli altri ci dicono non necessariamente è adatto alla nostra situazione e al nostro sentire. Quando l’aiuto sembra arrivare da fuori, in realtà è maturato dentro di noi, e l’altro gli ha dato solo una spinta. Questa la prima lezione.

Ho poi imparato che c’è una distanza fra quello che si dice e quello che gli altri capiscono, che la parte emotiva e la parte razionale del nostro dire non sono sempre in sincronia. Ho imparato a essere più chiaro nel raccontarmi, ma ho anche imparato che è impossibile andare contro i pregiudizi o i radicati convincimenti altrui. Ho imparato quindi a lasciarli dove sono, addosso agli altri.

Ho imparato che le radici del nostro disagio sono lunghissime e portano in molti meandri dei nostri pensieri e dei nostri ragionamenti. Ho imparato che si ha paura dell’ignoto, tutti hanno paura dell’ignoto, di quello che non ha un nome o una ragione. Una persona che affronta un pericolo, anche folle, non ha veramente paura, perché ha deciso di sfidare quel pericolo, sa perché lo fa. Mettete quella stessa persona nel caso, nell’arbitrio altrui, nell’oscurità della ragione, e avrà paura come tutte.

Ho imparato che spesso è utile sospendere il giudizio su quello che succede agli altri e su quello che fanno. Ho imparato che questo giudizio è utile sospenderlo anche verso noi stessi, per non farci schiacciare da eventi di cui non abbiamo il controllo. Giudichiamo in continuazione, senza nemmeno accorgerci. Va bene, ma ricordiamoci almeno che il nostro giudizio è un’arma, una spada che spesso ferisce. Siamo fragili, troppo fragili, quando siamo sensibili a ogni giudizio, persino al nostro, ma siamo lo stesso fragili quando non sentiamo nessun giudizio altrui. Da qualche parte c’è un punto di equilibrio. Non chiedetemi però dove sia.

Ho imparato ad aspettare, che poi quello che deve succedere succede e il mio turno per raccontarmi arriva. Ho imparato che abbiamo bisogno di essere ascoltati e di ascoltare. Ho visto la paura di non essere capiti, di non sentirsi accolti, di non riuscire a dire ciò si aveva dentro. E vederlo in un gruppo costruito per capire, accogliere e ascoltare è stato veramente una sorpresa che mi ha fatto riflettere sulla natura della sofferenza altrui e sulla mia.

Ho imparato che anche quando tutto sembra immobile, in realtà non lo è. Le paure rimangono, le debolezze pure, i punti deboli non spariscono, nessun pianto mi è stato risparmiato, ma viene anche il coraggio di muoversi, sono stati dati dei nomi agli eventi, ho visto che non sono solo. Le cose belle capitano comunque, nonostante tutto e tutti; i momenti di difficoltà ritorneranno, anche loro. Spero di non dimenticare quanto ho imparato, che siano state tutte lezioni dell’anima e non solo della ragione.

Ho imparato che ci sono diversi modi di uscire da una relazione, da un gruppo, e non tutti sono uguali. Ho imparato che molto spesso non è importante quello che si fa, ma come lo si fa.

Ho terminato questo percorso perché penso che si siano esauriti i motivi per cui era iniziato. Questo non vuol dire che non avrei potuto rimanere nel gruppo ancora otto anni e non vuol nemmeno dire che non riprenderò un nuovo percorso più avanti, chi lo sa? Il gruppo mi mancherà, questo è certo, abbiamo fatto tanta strada assieme.

Un grande grazie a tutti i pazienti e ai terapeuti.

La lettura di autori e autrici

giovedì 26 novembre 2020

È di questi giorni la polemica innescata da un tweet di Alessandro Laterza e allora mi sono fatto due conti in tasca e una mini riflessione.

In 10 anni ho letto 160 libri (a meno di errori per difetto). Il 71% libri di autori uomini. Il 24% autrici. Il 5% di autori e autrici.

Non ho mai rifiutato di leggere un libro a causa del genere dell’autore, semmai è avvenuto il contrario con la fantascienza, dove le donne sono poche e la mia curiosità mi ha spinto alla lettura. Ho sempre letto per curiosità, anche autori distanti dal mio sentire, come la Miriano e Fabio Volo, e ho letto per piacere. Non rinuncerei mai a questo criterio per adeguarmi a un femminismo di facciata. Non ho mai notato una differenza sostanziale fra i contenuti di autrici e autori. Ho notato invece, molto di più, chi scrive bene e chi meno. Non ho mai sentito l’esigenza di dividere la mia lettura secondo categorie di genere.

Tutto a posto? No. Non ho dati alla mano, ma secondo i miei amici, da una stima a occhio, le pubblicazioni rispecchiano molto le proporzioni di genere delle mie letture. La cosa è singolare, certo, ma non sorprende. Se le case editrici pubblicano per vendere – e il capitalismo è una questione di potere – e gli uomini sono la maggioranza nei posti chiave (nell’editoria, ma anche fuori), giocoforza questi equilibri si riflettono in quanto pubblicato. Le case editrici su questa stortura potrebbero fare qualcosa? Non lo so. Forse, ma forse anche no, visto il mercato non floridissimo dell’editoria e i pochi lettori italiani. Per cambiare le cose sono necessari investimenti e andare contro corrente non sempre è economicamente vantaggioso. Sicuramente i premi letterari potrebbero fare molto, questo sì. Un occhio di riguardo alla questione di genere potrebbe innescare un ciclo virtuoso.

Nota per i curiosi: La polemica inizia qui, passa da Giulia Blasi, è transitata da Mantellini ed è finita su Repubblica.