Posts Tagged ‘lavoro’

Nuovo lavoro

sabato 12 febbraio 2022

Lavoro nel campo dell’informatica e l’azienda per cui lavoro offre vari servizi ai propri clienti, dalla consulenza hardware a quella software, assistenza sistemistica, programmatori, analisti e potrei stupirvi con tante sigle ed espressioni inglesi, ma spero abbiate capito. Dove c’è un problema di tipo informatico noi possiamo metterci lo zampino, farci pagare e risolvere problemi.

In questi ultimi due mesi sono stato coinvolto in una nuova attività per $grande_compagnia_telefonica, che per brevità chiameremo $GCT. E’ un lavoro parecchio strano perché se da un lato lo si potrebbe considerare un’attività al limite del data entry e quindi ben poco professionale, dall’altro sono contento che abbiano pensato di rifilarlo a me e sinceramente sarei molto preoccupato se lo avesse in mano un collega con poca o nessuna esperienza. Si tratta di mettere mano a sistemi “in produzione” per la gestione degli SMS e del roaming e quindi una configurazione sbagliata, un errore, può generare grandi problemi e creare danni economici notevoli. Anche se nessuno è immune dal fare cazzate, io compreso, bisogna lavorare con questa consapevolezza e l’esperienza può fare la differenza. Senza contare che si ha che fare con dati molto sensibili, numeri di telefono, nomi, cognomi, indirizzi eccetera delle persone; si lavora su sistemi iper controllati, non si possono usare “per gioco” e “vediamo se c’è il numero del mio amico”. Bisogna saper stare in una “sala macchine”, quegli enormi stanzoni molto rumorosi sempre a 20-23 gradi, estate (e quindi lì dentro si gela) e inverno (e quindi lì dentro fa molto caldo, a meno che non dobbiate sedervi sopra il bocchettone dell’aria fredda proveniente dal condizionatore, in quel caso congelerete.), pieni di server perennemente accesi e che mai vorreste vedere spenti o in avaria. (Ciao, sono quello che, all’inizio della mia carriera, ha spento un server di produzione perché mi sembrava una cosa intelligente spegnere quel monitor inutilmente acceso.)

Ma la parte difficile non è questa, è quella al contorno: $CPT ha una struttura molto complessa al suo interno, centinaia di persone che lavorano incessantemente per assicurarci di poter telefonare senza problemi in ogni parte del mondo, organizzate a volte in maniera contro intuiva e a volte in maniera assurda, ma non riuscirete mai a distinguere quando sarete davanti a una assurdità o a una ragione bene precisa. Si viene a contatto con decine di procedure, tecnologie e sigle esotiche, molte delle quali nessuno mi spiegherà mai perché non di mia competenza. Arrivano nella mia casella di posta qualche centinaio di mail al giorno e quelle di cui mi devo occupare io sono spesso meno di 10 o nessuna. Bisogna sapersi destreggiare fra nomi, uffici, persone diverse. Questa complessità al primo impatto può essere molto disorientante.

Poi, preso il ritmo, dopo due o tre mesi, tutto sembra “facile”, ma non lo è mai, perché una nuova mansione, una nuova procedura esotica, un nuovo ostacolo è sempre dietro l’angolo. Si diventa improvvisamente “esperti” del proprio angolino anche in modo buffo. Ieri un nuovo collega, un esterno come me che aiuta $CPT nei suoi lavori, mi ha chiamato “perché gira voce che hai risolto quel problema di accesso, magari puoi darmi una mano”, io che all’interno di $CPT ho meno potere del due di coppe a briscola quando comanda bastoni e sono arrivato l’altro ieri. Eppure, visto che ho messo del mio per uscire da certe assurdità e ci sono riuscito, sono già “esperto” in qualcosa.

Fuori da quel mondo non sono esperto di nulla e non credo di poter rivendere nessuna competenza tecnica specifica. Oppure la mia esperienza sta proprio nel saper stare in questi mondi ibridi, pieni di cose incomprensibili che rimangono tali e pieni di cose da imparare, a volte in modi molto faticosi, con molto intuito, fortuna e determinazione. Saper stare nell’ingranaggio e saperne uscire quando è necessario. Immettere dati, ma con un certo criterio. Essere come un chirurgo che non ha paura a tagliare o a dare quel comando rm -r *, che cancella inesorabilmente tutto, che sa di non dover toccare certi vasi sanguigni o certi cavi e certi interruttori. Dopo 23 anni anni di lavoro mi sono accorto di non essere veramente esperto di nulla, e di poter fare tutto. Per fortuna non ho intenzione di cambiare azienda, che non saprei proprio come spiegare questo concetto e rendere appetibile questa mia capacità, anche se so che è una competenza richiesta in molte attività del mio settore, che non tutti hanno e che penso sia molto sottovalutata.

Comunque, se non vi arrivano gli SMS del servizio LoSai o ChiamaOra, prima di rompere le balle all’assistenza, assicuratevi di avere un credito residuo sopra i 2€ e se fate una prova segnatevi data e ora esatta, al secondo, e date all’assistenza anche il numero del chiamato o del chiamante.

Il “Fertility Day” e la qualità del lavoro

lunedì 26 settembre 2016

Segnalo un post di Giovanna Cosenza che a sua volta segnala un articolo di Massimo Guastini:

“Fertility Day: andiamo oltre i capri espiatori”, di Massimo Guastini

Il tema è la pessima campagna del Fertility Day del Ministero della Salute, le considerazioni però sono riguardanti il mondo del lavoro nel mondo della pubblicità.

A quanto scritto sul post citato io ho da aggiungere questo.

Premesso che non guadagno 236mila euro, se accade al ministero quello che accade nel mio piccolo mondo lavorativo, il fatto che un lavoratore sia in grado o meno di svolgere un’attività è cosa sempre più spesso marginale. Le competenze stanno diventando facoltative e ormai questa tendenza la vedo da molti anni. Quante volte ho detto “non so fare questa cosa” e mi è stato risposto “leggiti il manuale“? Tante. Se c’è qualche difficoltà poi tanto si “scala”, che nel gergo lavorativo significa “troviamo qualcuno che sa fare veramente le cose o che almeno si prenda la colpa del lavoro fatto male“. Pennac, col suo Malaussène, è stato un visionario.

Nell’era dei servizi e delle relazioni il tecnico ha assunto sempre più un ruolo marginale e viene pagato di conseguenza. Solo che mentre ieri il tecnico era solo quello con la chiave inglese in mano, oggi lo è anche chi sa programmare in Perl o scegliere una giusta foto per una campagna sanitaria.

I risultati di chi non investe più nella parte tecnica del lavoro sono sotto gli occhi di tutti.

Rientro al lavoro

sabato 27 giugno 2015

Credo ci sia qualcosa di perverso nell’organizzazione del lavoro delle grandi strutture. La vivo sulla mia pelle ogni giorno anche se ho un’esperienza limitata a quanto visto in questi ultimi 16 anni nei dintorni di Milano nelle piccole, medie e grandi aziende; non sono mai stato il pensatore o l’ideatore di simili strutture e processi, non avendo avuto ruoli di responsabilità e organizzazione.

L’ultima mia nuova mansione mi ha lasciato alquanto perplesso, nonostante mi sia stato spiegato che è necessaria ed è molto più importante e delicata di quanto sembri e io ci credo.

In questi giorni il mio ruolo consiste nel fare da interfaccia fra due strutture che non si devono parlare direttamente, per quanto possibile. Di fatto faccio il passacarte, se ci fossero ancora le carte. Ma non posso solo leggere e girare mail. Pur non sapendo nulla dei dettagli sul lavoro svolto dalle due strutture, devo imparare a intuire quando le richieste sono “ragionevoli” e le risposte “giuste”, con “giuste” e “ragionevoli” che si traducono di volta in volta in “politicamente corretto”, “tecnicamente corretto”, “tecnicamente ragionevole” e “costoso il giusto”. Nel caso si devi dalla retta via devo convincere i contraenti a ritornare sui loro passi, tradurre le risposte e le richieste, avvisare megacapi. Devo anche evitare di essere escluso dalle comunicazioni, che ci vuole un attimo a perdere il controllo della situazione.

Siete disorientati? Avete capito poco? Vi chiedete perché queste due strutture non possono parlarsi senza la mia mediazione? Ecco, allora siete nei miei panni.

E questa non è nemmeno la cosa più brutta e strana che mi è capitata, perché essere pagati per fare il segnaposto senza aver nulla da fare – senza che la cosa turbi nessuno, sia detto per chiarezza – è peggio e lasciare all’improvviso lavori ormai avviati non è una bella sensazione. Sembra anche che questa cosa sia considerata di più alto profilo, anche se a me non sembra proprio. Forse sono troppo abituato ad avere il ruolo di quello che mette le mani dentro il motore con il cacciavite e si sporca le mani di grasso, o forse dovrei dire di byte, perché il cacciavite ogni tanto in mano l’ho davvero. Il mio spirito, attualmente, è “Vediamo dove porta questa strada”, ma ad oggi la cosa mi pare parecchio strana.

Interessi economici e organizzativi, giochi di potere, controllo, psicologia. Questi sono gli ingredienti del mondo del lavoro che vedo intorno a me, dove le competenze tecniche hanno un ruolo sempre più marginale, almeno nel mio campo, dove le novità sono giornaliere e il tempo per assorbirle e farle proprie è sempre ridotto al minimo. Con marginale intendo che sono date per scontate, facilmente acquisibili e intercambiabili, anche quando non è vero. Il filmato dell’esperto è esplicativo.

In questo mondo si rischia di perdere il senso delle cose, di lavorare il doppio per raggiungere anche piccoli obiettivi, di vedere le proprie conoscenze – tecniche, ça va sans dire – inutilizzate.

Io non so se è possibile fare meglio, se in altri posti si faccia meglio, se forse un giorno le cose mi appariranno sotto un’altra luce. Oggi sento che così è e un poco ne soffro.

Della depressione e della pressione

lunedì 30 marzo 2015

Stavo riflettendo sull’incidente aereo capitato in questi giorni, dove pare che il copilota Lubitz abbia causato il disastro e dove pare la sua paura fosse quella di rimanere senza lavoro e carriera. Mi venivano in mente alcune persone che conosco – e fra queste mi ci metto pure io – che a volte si fanno prendere dall’ansia da prestazione e vanno al lavoro anche quando non dovrebbero. Tanto è solo un raffreddore, tanto per questo piccolo taglietto che mi sono fatto al lavoro non vale la pena dire nulla e così via. Perché? Per non perdere le scadenze, per non avere guai con i superiori. Poi il raffreddore lo prendono tutti, e qualcuno con la febbre, e una piccola ferita da 2 giorni diventa una piaga da una settimana di prognosi. Ok, nessuno ammazza volontariamente e direttamente 150 persone, però lo spirito è quello: la società mi chiede di sacrificare la mia salute in nome delle produttività/dei soldi/di altre cose e io lo faccio perché altrimenti sono fuori. Tutti noi, ad un certo punto, ci fermiamo in questo gioco. Lubitz, probabilmente, non ce l’ha fatta: si è vendicato. Parlo per ipotesi, ovviamente, che probabilmente la verità – le ragioni di Lubitz – non la sapremo mai.

Uno psichiatra, però, sul ilPost ci mette in guardia dal deresponsabilizzarci socialmente e dal caricare sulla presunta malattia del pilota – la depressione – tutte le cause della sciagura. Troppo facile. Non funziona:

Lubitz e la depressione, andiamoci piano
di Anne Skomorowsky – Slate
Una psichiatra spiega che trarre conclusioni avventate sulle condizioni del copilota di Germanwings è sbagliato: chi uccide 150 persone non ha semplici intenzioni suicide

La rivincita degli operai

martedì 11 marzo 2014

Da Repubblica:

LA RIVINCITA DEGLI OPERAI
Il termine tecnico è workers buyout, ovvero, l’acquisizione di un’azienda fallita da parte dei suoi dipendenti. In Italia si contano 39 casi, soprattutto in Emilia Romagna e Toscana. Il 78% riesce a sopravvivere: una percentuale di successo molto più alta di quella delle startup. Il capitale iniziale viene dal tfr e dai fondi delle associazioni di cooperartive. Ma c’è anche chi ipoteca casa per rilevare la società che lo aveva licenziato
di ARCANGELO ROCIOLA con un servizio di CINZIA FRANCESCHINI

Cosa serve al lavoro

venerdì 28 febbraio 2014

Da ilPost:

5 cose che Google cerca in un suo dipendente
Nessuna di queste ha a che fare con le competenze informatiche o i voti presi all’università: per esempio la capacità di cambiare idea

7000 euro possono bastare

domenica 26 gennaio 2014

Secondo una ricerca del sito Salary (che non ho consultato) riportata da LaRepubblica.it le casalinghe (i casalinghi evidentemente no), guadagnerebbero, se fossero remunerate secondo criteri di mercato, quasi 7000 euro al mese.

Io sono pronto a lasciare il mio lavoro per 2500 euro netti al mese, senza tredicesima e buoni pasto. A dire il vero dovrei mettermi a calcolare le ore dedicate alla casalinghitudine per vedere dove arriverei. (Però fatemi conoscere uno psicologo che prenda 28 euro l’ora.) E’ anche vero che se uno non lavora (nel senso di ufficio) non si riduce a succhiare surgelati alla sera (cit. W. Allen) ma cucina più ore, salvo poi fare la dieta dello yogurt o spendere quanto guadagnato in palestra.

Fate i vostri conti.

La busta paga virtuale delle casalinghe “Il loro lavoro vale 7mila euro al mese”
Cuoche, autiste, psicologhe nello stesso tempo: uno studio calcola lo stipendio che meritano
di IRENE MARIA SCALISE

Minaccioni lavoro

giovedì 19 dicembre 2013

Ringrazio Mantellini per l’ottimo riassunto:

Giovani straccioni laureati

Ragazzi era una scherzo, ci avevate creduto?

Se leggete i commenti la notizia peggiora.
(Ogni riferimento alla rubrica di 610 è voluto.)

La fine del mondo è vicina /16

giovedì 4 luglio 2013

Pochi minuti fa sono venuto a conoscenza di un nuovo livello di eperienza aziendale: Visionary.

Immagino venga dopo quella di Evangelist.

Io non potrò mai arrivarci. Non ho il physique du rôle.

Trova la differenza /4

mercoledì 24 ottobre 2012

Senza saperlo ormai sono alla quarta edizione di questa rubrica.

Fornero e recenti predecessori vs Pertini.