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Pacifista del cazzo

sabato 30 aprile 2022

È dal 24 febbraio che cerco di scrivere qualcosa su questa guerra. Essere poi politicamente antimilitarista e pacifista, di questi tempi, mi fa sentire come un vegano in una macelleria.

È ovvio che emotivamente non posso che parteggiare con il paese aggredito e invaso, l’Ucraina, non si può non vedere l’aggressività e la pericolosità della politica di Putin e immagino che i miei quattro lettori rimanenti non vedano l’ora di vedere l’esercito russo sconfitto dal Davide ucraino.

Ai quattro gatti che con la sola forza della parola chiedono la fine del conflitto, la ripresa della diplomazia e l’interruzione della corsa agli armamenti gli si oppone la dura verità di un avversario temibile e determinato che sta radendo al suolo una nazione intera. Il mondo, in questo conflitto, è diventato improvvisamente in bianco e nero. Di qui e di là, non solo in politica, anche in famiglia (non la mia, per fortuna). Ma stanno davvero così le cose? Non esattamente.

Che la Russia, dopo la fine dell’Unione Sovietica, fosse governata da una oligarchia molto poco democratica e attenta ai diritti civili lo si sa da sempre. I paesi europei e molti personaggi politici dei paesi democratici hanno fatto finta di nulla. I più zelanti hanno speso parole di stima per Putin e l’Unione Europea, mentre l’IPCC ci intimava di smettere di usare combustibili fossili, provvedeva al raddoppio del gasdotto proveniente dalla Russia e nulla è cambiato dopo la prima invasione del 2014. A febbraio 2022 l’Unione Europea ha scoperto improvvisamente – dopo tutto otto anni cosa sono, se non un attimo? – di essere uno dei finanziatori della Russia. Correre ai ripari ora è come smettere di fumare quando è stato diagnosticato un tumore ai polmoni. Forse è tardi e i rimedi rischiano di essere altrettanto nefasti, tipo aumentare le importazioni di gas da altri stati che non brillano proprio per democrazia e diritti civili. Ma quelli, ad oggi, non mettono a rischio la nostra pancia piena, non ancora.

Questo piccolo esempio di economia spicciola, di metano e politici poco lungimiranti, rende macroscopica la verità di un mondo che è globalmente e irrimediabilmente interconnesso, socialmente, culturalmente, economicamente e politicamente, ma è governato da politiche locali, per lo più incentrate sull’interesse immediato e la gestione del potere corrente. (Dovevamo averlo imparato con la pandemia da Sars-Cov-2, ma siamo un specie che impara poco dai suoi errori.)

Ed è qui che il pacifismo muore e rimane senza armi, per rimanere nella metafora bellica. Il pacifismo non è una medicina che si dà all’ammalato, il pacifismo è una pratica per non ammalarsi. Il pacifismo richiede lungimiranza e collaborazione mondiale, richiede di rinunciare a un poco di potere locale per un bene superiore. L’idea di una ONU un po’ meno imbolsita dell’attuale è stata un’idea di Einstein nel 1932, discussa con Freud in una discussione promossa dalla allora Società delle Nazioni. Se ne è costruita una dopo il 1945, ma con un peccato originale: la divisione del mondo secondo le logiche della Guerra Fredda. Ora questa logica non ha più ragione di esistere, ma l’ONU non è cambiata, con una manciata di paesi che hanno diritto di veto su ogni decisione comune.

Ma se non armare i contendenti, gli ucraini in particolare, può sembrare quasi una cattiveria senza senso, le attuali misure contro la Russia hanno un comune denominatore che ritrovo spesso in molti commenti giornalistici: hanno effetti imprevedibili. (Sull’armare i contendenti i rischi invece sono notissimi.) Alcune risultano colpire indiscriminatamente la popolazione russa, come un vero e proprio attacco armato. Non sappiamo quanto a lungo potremo tenere le sanzioni economiche contro la Russai. Non sappiamo il loro effetto nel medio e lungo termine, nell’immediato ci porterà a un calo del PIL e a un aumento dell’inflazione. Non sappiamo fino a che punto fermeranno la macchina bellica russa. Non sappiamo se sproneranno il popolo russo a rivoltarsi a Putin o se, viceversa, si creerà una opinione pubblica rancorosa e desiderosa di un riscatto, a discapito degli ucraini, ma anche dell’Europa. In un prossimo futuro andrà al potere uno ancora più bellicoso di Putin? Non lo sappiamo. Le armi che daremo all’Ucraina rimarranno all’esercito o saranno distribuite ai civili? E che armi stiamo dando all’Ucraina? La Russia interpreterà questa cessione come una aggressione aumentando l’estensione del conflitto? Non lo sappiamo, molto semplicemente. Un aumento della spesa militare europea porterà sicuramente due cose: sarà più facile farsi la guerra e toglierà le risorse a quelle iniziative che invece la guerra la rendono meno probabile e la curano: cultura, cooperazione e sanità. (Qui potete leggere quello che sta succedendo in Germania.)

Anche nel mondo scientifico, nel tempio delle cooperazione pacifica e del progresso, il CERN, questo virus divisivo ha interrotto, per motivi politici, ogni nuova cooperazione con la Russia. Quando l’ho saputo sono stato male, ho pianto.

La filosofa Donatella Di Cesare, in un intervento sul canale YT di Emergency, parla del vero dramma della guerra: la rigidità di pensiero.

Ammetto di non sapere quale sia l’intervento più efficace e sensato per mettere fine a questa guerra (e a molte altre) in tempi brevi. Sicuramente interventi non ponderati e sull’onda dell’emotività porteranno altra incertezza e quindi forse aumenteranno la probabilità di una estensione del conflitto. So invece molto bene quali sono le politiche guerrafondaie, ben rappresentate dalle destre del mondo, ma che, poco o tanto, ormai sono patrimonio indiscusso di ogni partito politico.

Sono politicamente stanco. Stanco di politiche che non si occupano del futuro della società, della sua sua salute e dei diritti degli individui. Sono stanco di politiche che hanno la lungimiranza della mezza giornata, in balia dei sondaggi e degli umori dei social. Vorrei poter dire quello che penso su questa guerra senza essere incasellato, per forza e in modo arbitrario, da qualche parte e in questi giorni mi è molto difficile.

Gino Strada

venerdì 13 agosto 2021

Oggi è venuto a mancare Gino Strada.

Medico, fra i fondatori di Emergency, pacifista.

Che uomo che fu. L’ho sempre ammirato molto, per il suo coraggio e la sua determinazione, il suo linguaggio schietto, le sue posizioni estremiste. Mi mancherà.

Aggiornamento 15/08/2021:

L’ultimo articolo di Gino Strada pubblicato su La Stampa: così ho visto morire Kabul
Non mi sorprende questa situazione. La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali

Il ricordo della figlia Cecilia.

Il ricordo di Stefano Tartarotti.

Il ricordo di Spinoza.

Una iniziativa per ricordarlo. Cambiare Piazza Cadorna in Piazza Gino Strada a Milano.

Aggiornamento 17/08/2021:

Gino Strada, da sabato a lunedì la camera ardente nella sede Emergency di Milano. Ma non ci saranno funerali pubblici
di Zita Dazzi
Per tre giorni il quartier generale dell’associazione da lui fondata in via Santa Croce sarà aperta per chi vorrà dare un ultimo saluto al medico. Non ci saranno funerali ma un evento a settembre per ricordarlo

Sarà allestita sabato a partire dalle 16 in via Santa Croce 19, la sede milanese di Emergency, la camera ardente di Gino Strada […] I vertici dell’associazione hanno deciso di dare la possibilità agli amici di Emergency di commemorare Strada nelle giornate di sabato, domenica (10-22) e lunedi (10-14). Gli ingressi da via Santa Croce saranno liberi, ma contingentati nel rispetto delle norme anti Covid.

Fa la cosa giusta

martedì 1 aprile 2014

Domenica io e Lacomizetta siamo andati alla FieraMilano City per l’undicesima edizione di Fa la cosa giusta, “fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili”. Noi, più che interessati al consumo equo e solitario, come diciamo scherzosamente in famiglia, eravamo interessati a dei nostri amici, conosciuti l’anno scorso al mare.

I nostri amici fanno parte del gruppo Giullari senza frontiere. Sì, lo so, il loro sito non rende l’idea di quello che fanno, anche perché non è aggiornato da molto, ma le foto in mostra e il libro che promuove l’iniziativa raccontano altro. L’idea è semplice: andare a fare i buffoni dove c’è ben poco da ridere, zone di guerra (con Emergency), zone rurali sperdute, zone povere, Brasile, Sikkim, Etiopia… Ci si fa ospitare dalla gente del posto, si entra in contatto con la realtà locale e si fanno spettacoli gratuiti per la comunità che ospita. Il divertimento deve essere tanto, sia per chi lo fa, sia per gli spettatori, ma queste iniziative hanno un costo notevole e sono tutte autofinanziate dai promotori. Lo stand alla fiera serviva per raccogliere i fondi per i prossimi viaggi.

Io e Lacomizietta ci siamo ovviamente divertiti e ho anche avuto la possibilità di visitare i numerosi stand della fiera mentre Lacomizietta giocava con la sua amica Fiammetta.

Un comizio recensione sulla fiera non ve lo leva nessuno. Prima cosa, il titolo: Fa la cosa giusta. Parliamone. Che cosa vuol dire? C’è qualcuno per caso che non vorrebbe fare la cosa giusta? Uno si alza alla mattina e dice a se stesso “Vorrei fare la cosa sbagliata, oggi. Insulterò un Vigile Urbano. E per essere nel torto più completo, lo insulterò senza motivo.” Ok, si può fare, ma io non vi verrò a trovare a S. Vittore, né vi porterò le arance. La vera domanda, la vera sfida, il vero problema è: che @#! è giusto fare? A questo punto ho avuto dei dubbi.

Fra gli espositori c’era di tutto e di più. Dalla Coop, alle stampanti 3D, dal cibo bio-eco-vegan-solidale-antitumorale-antiallergico-cheaiutaadattraversarelevecchiette, alla carne di Koala rosso ma italiana e macellata ecologicamente senza sporcare da nessuna parte, dai viaggi eco-consapevoli che sei tu a fare da sherpa agli autoctoni, ai sindacati, che non so perché ma sono eco pure loro. In parole povere: metà stand erano produzioni artigianali, molto belle, molto eco, ma la vedo dura far vivere 6 miliardi di persone con le produzioni artigianali. Non è sostenibile. Un quarto offrivano cibo e idem come sopra, molto eco, alcuni cibi erano anche buoni, ma non riesco ad immaginarmi tutto il mondo che si ciba di Koala rossi allevati nella brughiera milanese. Non è sostenibile nemmeno questo. Il resto erano associazioni e cooperative più o meno eco-pacifiche-sostenibili, tanto per dire c’era anche l’ATM che lasciamo perdere. Insomma, i veri eco e anche pacifico e anche sostenibili, come appunto i Giullari senza frontiere, l’ADSINT ed Emergency, per citare realtà che conosco, c’erano, ma non erano certo la maggioranza.

E veniamo al lato folk della fiera: i numerosi stand di eco-wedding. Ovvero come sposarsi senza spendere un patrimonio, distruggere un’intera Foresta Amazzonica e senza uccidere Koala rossi della Padania, che nel frattempo girano nello spiedo degli stand. Come viaggio di nozze si va a fare la traversata in bicicletta della catena dell’Himalaya. Se lo fai senza dire che è eco-wedding, come abbiamo fatto in tempi non sospetti io e l’ex moglie, mio fratello e consorte e almeno un cognato e cognata, rischi di apparire un morto di fame e antisociale, ma se usi il prefisso eco e il termine inglese wedding allora cambia tutto. No, non siamo andati a fare un giro in bicicletta sull’Himalaya, non abbiamo arrostito Koala rossi della Padania, ma ci siamo divertiti molto a prezzi modici. Ricordo ai più distratti, che per sposarsi sono necessari solo i soldi per le marche da bollo, circa una trentina di euro. Tutto il resto lo decidete voi. Il margine per essere ecologici (e divertirsi molto spendendo poco) è notevole.

Termino con lo stand sull’inquinamento elettromagnetico o per essere più precisi, sulle geopatie. Trovate tutto quello che c’è da sapere sul CICAP:
I nodi di Hartmann e le geopatie: il bioarchitetto bussa alla porta
di Roberto Vanzetto

Gli organizzatori della fiera, però, non devono aver preso molto in simpatia l’associazione promotrice: l’hanno piazzata di fianco ad un produttore di pannelli fotovoltaici. Ma forse l’elettromagnetismo del sole è più eco, chi lo sa?

Nota Eco: Nessun Koala rosso è stato maltrattato per scrivere questo post. Anche perché non credo esistano i Koala rossi…