Posts Tagged ‘psicologia’

[libro] Autolesionismo

venerdì 24 settembre 2021

Autrici: Cecilia Di Agostino, Marzia Fabi, Maria Sneider
Titolo: Autolesionismo – Quando la pelle è colpevole
Editore: L’Asino d’Oro
Altro: ISBN: 9788864433752; 9,80€; p. 126; genere: saggistica, psicologia; I ed. 2016

Voto: 7/10

Piccolo manuale di inquadramento del problema, con i miti da sfatare, una tassonomia dei sintomi, una piccola digressione sulla storia psichiatrica della malattia, un accenno a fenomeni sociali correlati (la fustigazione religiosa e la moda emo), una indicazione terapeutica e una incursione nel mondo del cinema. Tutto molto ben fatto, con anche qui due note poco chiare.

Come voi sapete non sono un medico e nemmeno uno psicoterapeuta, quindi ne so poco di più di una persona normale e quel poco di più che so è per via di esperienze personali e naturale passione scientifica. Affermare in modo apodittico che l’autolesionismo non ha sicuramente causa organiche o genetiche senza accennare a uno studio di riferimento è quanto meno incauto, così come attaccare colleghi che affermano l’esatto opposto. Il cervello è molto complesso e si adatta a molte situazioni. La verità probabilmente starà nel mezzo e, anche a detta delle stesse autrici, lo studio sul fenomeno è ancora agli inizi. Siamo ancora molto ignoranti. Inoltre le autrici sono le prime a dire che l’approccio terapeutico a volte è anche farmacologico; buttare dalla finestra le cause organiche, in modo così perentorio, senza vedere che rientrano in qualche modo dal portone principale mi sembra quanto meno azzardato. Dovrebbe essere maggiormente argomentato.

Il secondo punto che mi ha convinto poco e l’aver abbracciato, sembra quasi in modo acritico, la teoria della nascita di Massimo Fagioli. Semplificando con l’accetta: il vuoto affettivo che i ragazzi sentono e che li porta a tagliarsi deriva dall’aver avuto una madre anaffettiva o assente nel primo anno di vita. Solo che le autrici portano casi clinici dove l’assenza della madre non pare proprio il punto principale. A volte è il padre o altre figure di riferimento a essere assenti. Prendendo per vera questa teoria, non credo affatto che una infanzia con madre assente porti necessariamente a questa patologia. Non potremmo spiegare la grande varietà del fenomeno nelle epoche storiche e nelle varie culture.

Detto questo, però, consiglio a tutti la lettura di questo breve saggio, anche come primo approccio al problema.

Buona lettura!

[libro] Attacchi di panico

venerdì 10 settembre 2021

Autori: Claudia Dario, Riccardo Sala, Luana Testa
Titolo: Attacchi di panico – Il corpo che grida
Editore: L’asino d’oro
Altro: ISBN: 9788864434384; 14,00€; 124 p.; I ed. 2018; revisione scientifica: Alice Masillo, Miriam Scarciglia; genere: saggistica, psicologia

Voto: 7

Trattasi di un brevissimo saggio sull’argomento, dove si descrive come nella storia è stata vista la malattia, dove la si descrive in modo puntuale, dove si fa una panoramica delle più recenti strategie di cura e dove si descrive un tentativo di trovarne la vera causa, perché gli autori pensano che l’attacco di panico sia un sintomo e non la vera malattia. Tutto perfetto tranne l’ultimo punto che mi ha convinto poco. La vera malattia, secondo gli autori, consiste in un vissuto abbandonico traumatico (per noi mortali: un trauma derivante da un abbandono) vissuto nel primo anno di età di cui sembra quasi esclusivamente colpevole la madre. Da questo trauma deriverebbe l’incapacità di gestire il cambiamento e i successivi distacchi che il bambino, e poi l’adulto, dovrà affrontare. L’attacco di panico è quindi un campanello di allarme che il cervello fa scattare quando rivive questo pericolo. Questo punto mi ha convinto pochissimo, forse perché gli autori non hanno potuto portare sufficienti argomentazioni per via della brevità dell’opuscolo. Già la mie inutile e limitata esperienza personale mi porta a dire che l’abbandono traumatico potrebbe essere di molto posteriore al primo anno, non necessariamente causato dalla madre e soprattutto mi pare ragionevole pensare che non tutte le persone reagiscano allo stesso modo, ovvero con gli attacchi di panico, a vissuti abbandonici traumatici. In altre parole: faccio fatica a credere in un meccanismo causa effetto così lineare come è stato presentato nel libro. Non essendo io psichiatra né psicoterapeuta (gli autori lo sono) è lecito pensare che abbiano ragione loro e che il poco spazio a disposizione non sia stato sufficiente a convincermi della cosa.

Libro comunque interessante e illuminante.
Buona lettura.

Teoria del complottismo

mercoledì 25 agosto 2021

Mi è venuta una curiosità: cosa frulla dentro la testa di un complottista? Una brevissima ricerca in rete mi ha portato qui:

Teorie del complotto. Cosa può dirci la psicologia?
di Bruno Gabriel Salvador Casara

e qui:

Psicologia del complottismo
di Michele Mezzanotte

Citando il primo articolo: “la società in cui viviamo permette di avere accesso ad una enorme mole di dati in costante mutamento e spesso contraddittori, la possibilità di contare sempre su ragionamenti analitici semplicemente non è sempre presente” Da qui la necessità, per preservare la nostra immagine positiva e/o per paura, di farsi una teoria coerente. C’è chi si butta sulla scienza, chi sulla religione, chi sui complotti. “Rimane quindi da chiarire perché alcune persone preferiscano aderire alle teorie del complotto piuttosto che ad altre fonti.” Sul significato evolutivo del complottismo: “è invece possibile che un certo grado di sospetto verso potenziali complotti possa promuovere richieste di maggior trasparenza da parte dei gruppi che detengono il potere, sia esso politico, economico o culturale.”

Gli ingredienti del complottismo sono quindi: la percezione di un mondo caotico e ingovernabile (nella nostra società iperconnessa significa avere tanti dati a disposizione, ma contraddittori e caotici) –> paura -> necessità di uno schema semplice e rassicurante dove inquadrare i dati. Chiunque può finire in questa trappola, indipendentemente dal livello di istruzione. Le altre due “trappole” conclusive di questo schema sono la religione (magari anche laica, come la politica) e la scienza. La scienza è l’unica risposta ragionevole e che porta a qualche risultato non catastrofico, a patto che non diventi essa stessa religione o sia guidata essa stessa dalla paura. Per questo c’è bisogno di una maggiore cultura scientifica abbinata a una educazione alla complessità. Anche una società più fiduciosa in se stessa, in chi si deve occupare dei vari problemi e indicare le soluzioni, potrebbe aiutare a non vedere sempre con sospetto una soluzione a portata di mano. Affrontare i complotti è quindi un gioco sul lungo periodo.

Su come affrontare un complottista singolo, penso che prima di tutto vada riconosciuta la sua paura e il suo sgomento davanti ai tanti dati contraddittori che riceve e, con molta pazienza e senza fretta e solo a patto che voglia ascoltarci, fargli vedere che altre spiegazioni sono più coerenti e ragionevoli. Non bisogna dimenticare che il complottista, grazie ai social cosi, frequenta altri suoi simili e quindi un suo cambio di visione lo metterà in cattiva luce fra i suoi pari, generando ulteriore resistenza. Può risultare una fatica improba e bisogna valutare bene se lo sforzo porterà ragionevolmente a un cambio di visione.

Aggiornamento 29/09/2021:

Che fare con lo zio complottista?

di Massimo Polidoro

Riassunto: tanta pazienza e dialogo.

L’importanza del dissenso

sabato 1 Maggio 2021

Un lungo articolo su ilPost che ritengo debba essere letto e meditato:

Dovremmo essere meno d’accordo con noi stessi
Diversi studi sull’intelligenza collettiva dicono che le decisioni migliori derivano dalla considerazione di opinioni eterogenee

L’ho collegato a uno che leggevo qualche tempo fa:

Un’intelligenza artificiale le farà sapere
I software che automatizzano la selezione del personale sono sempre più diffusi, ma c’è un esteso dibattito sui limiti e il rischio di discriminazioni

Dove si descrivevano l’obiettivo aziendale di avere dipendenti uniformi nei pensieri e nei comportamenti. E io pensavo: “che cosa deleteria!”, ma in modo meno eufemistico.

L’abilità che fa la differenza è imparare a litigare in maniera costruttiva. Sono riuscito a farlo poche volte in vita mia (diciamo meno di quanto avrei voluto), ma devo dare atto che è molto gratificante e molto produttivo.

[libro] A tua insaputa

sabato 22 settembre 2018

Autore: John Bargh
Titolo: A tua insaputa – La mente inconscia che guida le nostre azioni (Before You Know It: The Unconscious Reasons We Do What We Do)
Editore: Bollati Boringhieri
Altro: ISBN: 9788833926599; I ed. ling. orig. 2017; I ed. it. 2018; genere: saggistica, psicologia; traduzione di Sabrina Placidi; p. 422; 25,00 €

Voto: 8/10

Cosa ci fa fare il nostro inconscio? Come è influenzato dal nostro passato e dal nostro presente? Lo sapevate che anche le nostre intenzioni future lo guidano?

In questo saggio, ricco di aneddoti sugli esperimenti svolti, Bargh riassume la sua quarantennale ricerca sul tema dell’inconscio.

Fra comportamentismo (il mondo là fuori ci condiziona in ogni aspetto) e cognitivismo (solo la nostra volontà conta in quello che facciamo), Bargh crea una posizione nuova sostenendo che il nostro inconscio è fondamentale per la nostra sopravvivenza, anche quando sembra in balia di eventi esterni e che la nostra volontà, se vengono riconosciuti i meccanismi di questo lato nascosto, può essere di grande aiuto per raggiungere i nostri obiettivi. Ci sono però due punti di attenzione: il primo è che il nostro inconscio si è strutturato e funziona per una società che ora non c’è più, fatta di poche persone facilmente riconoscibili. Sapere questi limiti può essere utile per fermare alcune tendenze che ci portano a essere diffidenti con chi è diverso da noi, per esempio. Il secondo è che al nostro inconscio non possiamo mentire. Se il nostro vero obiettivo è avere più potere, non riusciremo a ingannare noi stessi e gli altri con gesti di generosità. Prima o poi ci tradiremo. (Bargh, a proposito della gestione del potere, sostiene che ci sono persone più “egoiste”, sempre pronte ad approfittare della propria posizione di potere, e persone più “altruiste”, più attente alla collettività.)

Le implicazioni e gli usi di questi studi sono notevoli: dalla propaganda politica a quella sulla salute. Dalla motivazione allo studio, alla gestione del potere.

Gli ultimi capitoli sono dedicati a come usare il nostro inconscio per raggiungere i nostri obiettivi. Non riconoscere il ruolo e il potere del nostro inconscio porta di solito a esserne in balia in modo maggiore rispetto ad altri. Per questo conoscere meglio questi meccanismi nascosti e alcuni suggerimenti potrebbero renderci persone migliori.

Buona lettura!

[film] Inside out

domenica 20 settembre 2015

Titolo: Inside Out
Regia: Pete Docter, Ronnie del Carmen (co-regia)
Soggetto: Pete Docter, Ronnie del Carmen
Sceneggiatura: Pete Docter, Meg LeFauve, Josh Cooley
Altro: produttore: Pixar, Anno: 2015, paese: USA, durata: 94 minuti, genere: animazione, direzione del doppiaggio: Carlo Valli

(Fonte dati Wikipedia e Antonia Genna per il doppiaggio.)

Voto: 8/10

È il titolo del momento e con ragione.

La storia è quella di una bambina prima e ragazzina poi che all’alba dei suoi 11 anni fa i conti con le numerose emozioni che ha dentro: i grandi cambiamenti dovuti ad un trasloco, la scuola, gli amici. Il punto di vista non è quello della ragazzina, ma quello delle sue emozioni impersonificate da cinque personaggi: Gioa, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura i quali interagiscono dentro il Quartier Generale, la parte cosciente della ragazza. La storia sarà un lungo viaggio nel mondo interiore di Riley.

Film divertente, non banale, con moltissimi spunti di riflessione e numerosi richiami ad altri film della pixar.

Molto curato nella grafica e nella sceneggiatura.

Adatto, secondo me, dagli 8 anni in su.

Segnalo qui due articoli sul film tratti da ilPost:

5 cose da leggere prima di vedere Inside Out
Le cose da sapere per arrivare preparati all’ultimo film della Pixar: quali sono le basi scientifiche, ad esempio, e quali gli easter egg da tenere d’occhio

“Inside Out” e la vittoriosa sconfitta
di Roberto Gagnor

Rientro al lavoro

sabato 27 giugno 2015

Credo ci sia qualcosa di perverso nell’organizzazione del lavoro delle grandi strutture. La vivo sulla mia pelle ogni giorno anche se ho un’esperienza limitata a quanto visto in questi ultimi 16 anni nei dintorni di Milano nelle piccole, medie e grandi aziende; non sono mai stato il pensatore o l’ideatore di simili strutture e processi, non avendo avuto ruoli di responsabilità e organizzazione.

L’ultima mia nuova mansione mi ha lasciato alquanto perplesso, nonostante mi sia stato spiegato che è necessaria ed è molto più importante e delicata di quanto sembri e io ci credo.

In questi giorni il mio ruolo consiste nel fare da interfaccia fra due strutture che non si devono parlare direttamente, per quanto possibile. Di fatto faccio il passacarte, se ci fossero ancora le carte. Ma non posso solo leggere e girare mail. Pur non sapendo nulla dei dettagli sul lavoro svolto dalle due strutture, devo imparare a intuire quando le richieste sono “ragionevoli” e le risposte “giuste”, con “giuste” e “ragionevoli” che si traducono di volta in volta in “politicamente corretto”, “tecnicamente corretto”, “tecnicamente ragionevole” e “costoso il giusto”. Nel caso si devi dalla retta via devo convincere i contraenti a ritornare sui loro passi, tradurre le risposte e le richieste, avvisare megacapi. Devo anche evitare di essere escluso dalle comunicazioni, che ci vuole un attimo a perdere il controllo della situazione.

Siete disorientati? Avete capito poco? Vi chiedete perché queste due strutture non possono parlarsi senza la mia mediazione? Ecco, allora siete nei miei panni.

E questa non è nemmeno la cosa più brutta e strana che mi è capitata, perché essere pagati per fare il segnaposto senza aver nulla da fare – senza che la cosa turbi nessuno, sia detto per chiarezza – è peggio e lasciare all’improvviso lavori ormai avviati non è una bella sensazione. Sembra anche che questa cosa sia considerata di più alto profilo, anche se a me non sembra proprio. Forse sono troppo abituato ad avere il ruolo di quello che mette le mani dentro il motore con il cacciavite e si sporca le mani di grasso, o forse dovrei dire di byte, perché il cacciavite ogni tanto in mano l’ho davvero. Il mio spirito, attualmente, è “Vediamo dove porta questa strada”, ma ad oggi la cosa mi pare parecchio strana.

Interessi economici e organizzativi, giochi di potere, controllo, psicologia. Questi sono gli ingredienti del mondo del lavoro che vedo intorno a me, dove le competenze tecniche hanno un ruolo sempre più marginale, almeno nel mio campo, dove le novità sono giornaliere e il tempo per assorbirle e farle proprie è sempre ridotto al minimo. Con marginale intendo che sono date per scontate, facilmente acquisibili e intercambiabili, anche quando non è vero. Il filmato dell’esperto è esplicativo.

In questo mondo si rischia di perdere il senso delle cose, di lavorare il doppio per raggiungere anche piccoli obiettivi, di vedere le proprie conoscenze – tecniche, ça va sans dire – inutilizzate.

Io non so se è possibile fare meglio, se in altri posti si faccia meglio, se forse un giorno le cose mi appariranno sotto un’altra luce. Oggi sento che così è e un poco ne soffro.

Speed FAQ

sabato 17 gennaio 2015

Da ilPost:

36 domande per innamorarsi in 45 minuti
di Giulia Balducci

Dove si riportano i risultati di uno studio che fece lo psicologo Arthur Aron nel 1997: sembra che rispondere a 36 domande e stare in intimità per 45 minuti con una persona sconosciuta, magari anche guardandosi negli occhi, predisponga all’innamoramento o almeno all’amicizia. Spero di poter cambiare le domande, che su alcune sono impreparato. (Cappero, nemmeno all’università tante domande in così poco tempo!)

[ebook] Quella volta che sono morta

martedì 19 agosto 2014

Autrice: Cetta De Luca
Titolo: Quella volta che sono morta
Editore: DuDag
Altro: formato epub, 101 kB, genere narrativa, racconto lungo, I edizione novembre 2013, 1 €

Voto: 6/10

Voto 6, ma non sono mica sicuro. No, non di meno, forse siamo a 7. 6,5 e non ne parliamo più.

La narratrice protagonista è morta per 12 minuti e non ricorda nulla. Per essere precisi è stata in arresto cardiaco per 12 minuti. Poi l’hanno rianimata. Vuole recuperare quel tempo, vuole ricordare quel trauma, e lo farà con l’aiuto di una psicoterapeuta freudiana. In sette sedute, e siamo già nel genere fantascientifico. (Cetta, è già la seconda volta che ti faccio questa osservazione. Quando inizi ad affrontare il genere?) Come minimo erano settanta, c’è gente in psicoterapia da anni, ma Cetta ha concentrato il racconto.

Lei [la psicoterapeuta, ndr] vorrebbe trattenermi adesso. Vorrebbe continuare. Fino alla settantesima seduta.

Una scusa per rivedere il proprio passato, per riflettere sulle proprie idiosincrasie, i propri errori, le proprie capacità. Mica facile. Fino ad arrivare ai fatidici 12 minuti. Mica vi dico come va a finire.

Anche in questo racconto ho la sensazione che Cetta metta la propria biografia al centro della narrazione. Mentre in Nata in una casa di donne questo aspetto non disturba, qui mette quasi a disagio, come se finzione e realtà si fossero mescolati male. È questo che mi spinge ad abbassare il voto, mica altro. Non ho nessun elemento a supporto della mia sensazione, non conosco Cetta così bene, ci siamo solo incontrati una volta de visu e scambiati qualche mail e qualche commento sui rispettivi blog. Però rimane forte.

Racconto breve, scorrevole, scritto bene.

Nota tecnica: Ho avuto qualche problema di visualizzazione nel Sony PRS-T1: qualche linea è stata stiracchiata dalla giustificazione bilaterale. Forse perché ho allargato un poco il font originale? (Dopo i quarant’anni i font rimpiccioliscono, @#!)

Domande esistenziali /14

mercoledì 28 Maggio 2014

La mia collega 365giornisenzauomini (collega nel senso di blogger, non nel senso che lavoriamo assieme) mi pone una domanda esistenziale:

Quanto conta il sesso in una relazione?

Il mio spirito bastian contrario mi farebbe dire “nulla” solo perché lei ha detto “tanto”. Però la domanda è importante e ritorno serio noioso.

Devo ammettere che la risposta che darò oggi non è uguale a quella che avrei dato di anni fa. Anni fa avrei detto anch’io “tanto” e morta lì. Avrei detto anche “conta la qualità” per darmi un tono. Ma oggi no, quelle risposte non mi appartengono più. Puoi fare sesso anche tutti i giorni con il tuo partner, ma questo non ti permette di dire che la relazione va a gonfie vele. E anche la cosiddetta qualità (mi fa godere tantissimo!) conta poco se manca altro.

In realtà il tema mi interessa eccome e ho già trovato parte delle mie riposte nel febbraio 2013.

In pratica, più della quantità degli amplessi, conta il mantenimento del desiderio. Se si mantiene quello si possono stare mesi senza avere un rapporto fisico con il proprio amore. Il mantenimento del desiderio è una cosa molto delicata, personale, fatta di molti equilibri, sogni e desideri e deve contenere anche un elemento che nelle cose d’amore viene sempre esclusa: la volontà. E la volontà non può esserci da una parte sola.

Letture consigliate:
[libro] Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere
[libro] L’albergo delle donne tristi
[libro] La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo
[libro] Straniero in terra straniera

E se qualcuno avrà dei dubbi su alcuni titoli, sarò pronto ad arrampicate sugli specchi! :-)