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[libro] Questioni di un certo genere

sabato 27 novembre 2021

Autori: AA.VV.
Titolo: Questioni di un certo genere – Le identità sessuali, i diritti, le parole da usare: una guida per saperne di più e parlarne meglio
Editore: ilPost (collana Cose spiegate bene) in collaborazione con Iperborea
Altro: ISBN: 9788870919530; 19,00€; p. 224; I ed. 2021; genere: giornalismo, saggistica; A cura di: Arianna Cavallo, Ludovica Lugli, Massimo Prearo; illustrazioni di Sarah Mazzetti

Voto: 9/10

Una piccola premessa: io, per decidere di avere i baffi e il pizzetto, ci ho impiegato 6 mesi e altri 6 mesi, dopo 20 anni, ci ho messo per decidere di toglierli. Non cambio taglio di capelli da praticamente sempre. Non modificherei il mio corpo nemmeno con dei buchi alle orecchie per degli orecchini, tanto meno con un tatuaggio permanente. Se c’è una persona che non capisce come sia possibile voler cambiare sesso, quella sono io. Non puoi capire! Sì, è vero.

Messi i puntini sulle i, questo breve volumetto è un riassunto di tutto quello che si deve sapere sulle questioni di genere. In parte sono articoli, forse riadattati, apparsi sul sito de ilPost. Altri sono contenuti originali. Cos’è l’identità di genere, come si fa a cambiare sesso in Italia, le questioni linguistiche (la questione dei pronomi e la schewa. Bella la schewa, ma si fa molta fatica a leggerla: o la scambio per una e o rimango con un disagio interiore, non riuscendo ad associarle un suono e nemmeno una immagine mentale), le questioni teologiche (Dio è maschio o femmina?), la rappresentazione delle persone trans in TV e nel cinema, chi sono gli intersessuali, essere genitori trans, i femminismi e altro ancora. C’è proprio tutto. A essere pignoli nella sezione riferimenti avrei messo qualche link alle associazioni citate nell’ultima parte del volumetto, ma si dovrebbero trovare facilmente in rete, volendo.

Pur avendo in parte già letto alcuni interventi, pur non partendo da zero sulla questione, ad ogni pagina mi sono chiesto Cosa cazzo succede? Come è possibile?. Su praticamente tutto. Lasciando da parte i motivi che portano una persona a voler cambiare sesso, una delle domande che mi sono posto di più è stata: Ma perché rompere così il cazzo alle persone trans? Perché lo Stato vuole sapere, nei miei dati anagrafici, di che sesso sono? Ci sono tasse e diritti che si basano sul sesso, reale, biologico, percepito e qualsiasi altra cosa? No. Quindi perché all’anagrafe ti devo dire di che sesso sono? E se per qualche motivo non lo so? (V. persone intersessuali) Non ho diritto ad esistere? A prendermi il tempo per decidere? Perché rendere difficile la vita a queste persone? E poi: medici che non sanno affrontare pazienti trans, di sicuro dal lato umano, ma forse anche da quello medico. Non dovrebbero essere i medici e le strutture sanitarie i primi a sapere come trattarli? Invece se sei un uomo trans potrebbe essere difficile andare dal ginecologo. Ma perché?

E altre cose assurde: movimenti femministi transfobici, v. terf, studi sulla maschilità osteggiati dai movimenti LGBTQUIA+, la stessa sigla LGBTQUIA+, nata per indicare una presa di coscienza partendo dall’omosessualità e si è semplicemente allungata diventando impronunciabile e confusa. Forse è ormai troppo tardi per cambiarla, non so, ognuno vuole la sua lettera di visibilità, chissà cosa c’è dentro il +. Ci sarò anche io, maschio cisgender eterosessuale?

Ma più in generale tutto questo proliferare di sensibilità, esigenze, sfumature sulla propria sessualità porta a due risultati contrapposti: da un lato rende meno importante come ci definiamo (cosa vuol dire essere femmine ed essere maschi, se in mezzo ci sono ennemila sfumature? E poi: è veramente così importante definirci, se i diritti dovrebbero essere per tutti?), dall’altro rende questo processo di identificazione, di posizionamento all’interno di uno spettro amplissimo, assolutamente imprescindibile. Vogliamo essere visti! (v. incel) In questo senso la sigla LGBTQUIA+ rappresenta molto bene questa tendenza contrapposta.

Personalmente penso che l’organizzazione della società debba lasciare spazio vivibile a tutti, indipendentemente da quello che abbiamo fra le gambe o vogliamo essere, indipendentemente da chi siamo attratti. Siamo veramente tanti, c’è spazio per ogni sfumatura e ogni esigenza. Si può essere disorientati da queste novità, da queste nuove sensibilità? Sì, certo. Ma dobbiamo solo prenderci il tempo per rifletterci. Questo libricino potrebbe essere un ottimo punto di partenza. Se rimarremo umani – è questa la cosa importante – il tempo farà la sua parte.

La lettura di autori e autrici

giovedì 26 novembre 2020

È di questi giorni la polemica innescata da un tweet di Alessandro Laterza e allora mi sono fatto due conti in tasca e una mini riflessione.

In 10 anni ho letto 160 libri (a meno di errori per difetto). Il 71% libri di autori uomini. Il 24% autrici. Il 5% di autori e autrici.

Non ho mai rifiutato di leggere un libro a causa del genere dell’autore, semmai è avvenuto il contrario con la fantascienza, dove le donne sono poche e la mia curiosità mi ha spinto alla lettura. Ho sempre letto per curiosità, anche autori distanti dal mio sentire, come la Miriano e Fabio Volo, e ho letto per piacere. Non rinuncerei mai a questo criterio per adeguarmi a un femminismo di facciata. Non ho mai notato una differenza sostanziale fra i contenuti di autrici e autori. Ho notato invece, molto di più, chi scrive bene e chi meno. Non ho mai sentito l’esigenza di dividere la mia lettura secondo categorie di genere.

Tutto a posto? No. Non ho dati alla mano, ma secondo i miei amici, da una stima a occhio, le pubblicazioni rispecchiano molto le proporzioni di genere delle mie letture. La cosa è singolare, certo, ma non sorprende. Se le case editrici pubblicano per vendere – e il capitalismo è una questione di potere – e gli uomini sono la maggioranza nei posti chiave (nell’editoria, ma anche fuori), giocoforza questi equilibri si riflettono in quanto pubblicato. Le case editrici su questa stortura potrebbero fare qualcosa? Non lo so. Forse, ma forse anche no, visto il mercato non floridissimo dell’editoria e i pochi lettori italiani. Per cambiare le cose sono necessari investimenti e andare contro corrente non sempre è economicamente vantaggioso. Sicuramente i premi letterari potrebbero fare molto, questo sì. Un occhio di riguardo alla questione di genere potrebbe innescare un ciclo virtuoso.

Nota per i curiosi: La polemica inizia qui, passa da Giulia Blasi, è transitata da Mantellini ed è finita su Repubblica.

Cinquanta sfumature sessuali

venerdì 14 febbraio 2014

Sinceramente non ho mai capito perché il fisco voglia sapere il mio sesso tanto da inserirlo nel codice fiscale. Qui in Italia, ancora, non si pagano tasse diverse a seconda del sesso, vero? Però è così.

Capisco, per esempio, che alcuni servizi web abbiano bisogno di sapere il mio sesso. Se mi iscrivo ad un sito di incontri, mi sembra il minimo, che i nostri incontri sono spesso decisi in base al sesso. Un servizio come Facebook, invece, non è affatto interessato alla nostra identità di genere se non per il fatto che usa i nostri dati per fare affari e il nostro sesso influenza i nostri acquisti. Idem tutti gli altri servizi gratuiti on line.

Negli ultimi anni l’identità di genere ha subito una singolare, quanto necessaria, evoluzione. Siamo esseri sempre più distanti dalla nostra fisicità, siamo prima di tutto esseri culturali e i due sessi biologici che madre natura ci ha fornito ci stanno decisamente stretti. Abbiamo creato una serie di categorie che cercano di esprimere l’estrema variabilità della nostra cultura e dei nostri sentimenti. Dopo anni di costrizione, di M e F, ci siamo sbizzarriti nella creazione di nuove categorie. Il fisco, per ora, si limita a due sole scelte, che, salvo rare eccezioni, corrispondono al sesso biologico. Facebook, invece, segue il dio denaro e la nostra cultura di genere è molto utile per profilare i nostri acquisti. A volte, però, si esagera. Sinceramente non capisco chi ha preso in giro chi e non so nemmeno quanto sia utile questa granularità nella definizione della nostra identità di genere. Da ilPost:

Facebook e l’identità di genere
Il social network ha aggiunto oltre 50 nuove opzioni oltre alle tradizionali “uomo” o “donna”, ricevendo molti apprezzamenti dalla comunità LGBT

(via .mau.)

Cose da maschi e cose da femmine

martedì 20 marzo 2012

In questo post Loredana Lipperini dà spazio ai dubbi di una mamma di una bambina che vuole mettersi lo smalto sulle unghie.

Questione interessante, perché ci sono passato anch’io. Poi però la determinazione de Lacomizietta e la saggezza de La Mami hanno prevalso e mi sono accorto di una cosa. Gli adulti vedono con gli occhi degli adulti, ma i bambini no. Per i bambini (maschi e femmine) lo smalto sulle unghie è un gioco. C’è a chi piace e a chi no. Alle femmine piacerà di più perché vedono altre femmine che lo fanno e quindi si chiederanno perché io no e la mamma/nonna/sorella/zia sì? Il problema è che ci sarà qualche maschio attratto dalla cosa e ci sarà subito un adulto a dirgli che queste cose per lui non sono adatte e non si  fanno. Ecco lo stereotipo che si manifesta e che viene insegnato. Stereotipo degli adulti, ovviamente, non dei bambini. Il problema non è lo smalto a scuola. Il problema è: lo smalto possono metterlo anche i bambini? Se sì, sarà un gioco divertente, se no sarà l’educazione allo stereotipo di genere.

Ai bambini piace crearsi un’identità di genere, come fanno gli adulti del resto, e dividono i giochi in giochi da maschi e giochi da femmine. Un gioco anche questo a cui va dato spazio. Infatti quando è ora di giocare veramente ognuno gioca con ciò che ama e le divisioni rimangono sullo sfondo. A meno che non intervenga un adulto, ovviamente. Non bisogna impedire i bambini di fare le distinzioni di genere. Bisogna impedire che diventino muri invalicabili.

E quindi Lacomizietta da qualche anno si mette lo smalto sulle unghie e da sempre si mette i braccialetti, le collane e tutti quegli accessori femminili che le piacciono tanto. Fa le divisioni di cose da maschio e da femmina e se ne dimentica all’istante quando il suo interesse e la sua curiosità prevalgono.

Noi cerchiamo di non insegnare stereotipi (Ma ci divertiamo a fare le distinzioni! E’ bello dividere le cose da maschi e da femmine! Come il gioco cose di destra e di sinistra.) e soprattutto facciamo vedere tutti i giorni che le cose da maschio le possono fare le femmine e viceversa.

Lacomizietta in questo percorso impara e ci educa: non possiamo decidere noi il colore dello smalto che si mette!

Aggiornamento 21/03/2012:
Mi sono accorto, leggendo i commenti del post della Lipperini, che il mio comizio non dice nulla di particolare. I commenti invece lasciano trasparire la paura, direi il terrore, di vedere i propri figli omologati agli stereotipi della nostra società. Anzi, peggio: c’è la paura, direi il terrore, di non poter cambiare il corso degli eventi, non incidere in nulla nell’educazione dei figli. Molti si aggrappano alla scuola come ultimo baluardo per un cambiamento. (Nella politica non ci spera più nessuno.) Ho la sensazione che la pressione culturale e sociale sia enorme e costringa molti di noi ad avere comportamenti e atteggiamenti che non sentiamo nostri, soprattutto nelle questioni di genere. C’è una richiesta disperata di aiuto nei commenti. Mi ha colpito molto.