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[libro] Vita liquida

domenica 29 ottobre 2017

Autore: Zygmunt Bauman
Titolo: Vita liquida (Liquid life)
Editore: Editori Laterza
Altro: ISBN 9788842085706; 9,50€; p. 192; genere: saggistica, sociologia; I ed. originale 2005; I ed. econ. 2008; traduzione di Marco Cupellaro

Voto: 8/10

Un saggio decisamente difficile, anche per impostazione, visto che per stessa ammissione dell’autore

Questo volume è una raccolta di intuizioni su vari aspetti della vita liquida, ossia della vita nella società liquido-moderna: raccolta che non ha pretesa di completezza.

A volte si ha quindi la sensazione, forse corretta, di passare di palo in frasca e di non avere una coerenza interna e molti concetti sono ripetuti più volte. Difficile anche la prosa di Bauman, sempre a citare pensieri altrui, spesso di rimbalzo: “Come dice Tizio, citando Caio nell’opera Zeta, eccetera”.

Detto questo, le intuizioni di Bauman sono degne di riflessione e cercano di spiegare, almeno dal punto di vista sociologico, molte cose che viviamo ogni giorno: dalla crisi della politica a quella della coppia, dal terrorismo alla crisi del mondo del lavoro. Tanti aspetti diversi che hanno un filo in comune.

Prima di tutto una definizione:

Una società può essere definita «liquido-moderna» se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Il carattere liquido della vita e quello della società si alimentano e si rafforzano a vicenda. La vita liquida, come la società liquido-moderna, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo.

Credo non sia difficile, per molti di noi, ritrovarci in questa definizione. Per quanti punti fissi abbiamo nella nostra vita, siamo fin troppo consci della loro precarietà. E questa precarietà ci logora in modi che Bauman descrive molto bene; situazioni che messe in fila danno un discreto senso di disagio, che l’autore si guarda bene dal lenire con qualche speranza di soluzione.

L’origine di questa liquidità Bauman la colloca nel nostro modello economico consumista: oggi non è più importante possedere o produrre, come poteva ancora essere all’inizio del ‘900. È importante consumare: prendere un oggetto, usarlo, cambiarlo, ad un ritmo sempre più serrato. (Concetto che lessi anche in un racconto di fantascienza alquanto profetico.) Chi è fuori da questo vortice, chi non riesce a consumare a ritmi serrati, è fuori dalla società, è un paria.

Questo modello si è poi trasferito a molti aspetti della nostra società: nell’urbanistica (i centri commerciali, luoghi pensati per il consumo), nella politica (ricerca del consenso e perdita di una visione futura), nelle relazioni di coppia (libertà sessuale, ma senza nessuno scopo), nell’arte (opere precarie e incomplete) eccetera. Questo cambiamento, oltre a perdere di qualità, genera molta insicurezza che viene ricercata in altri modi: nella quantità, per esempio, creando così un corto circuito.

Nell’ultimo capitolo, Pensare in tempi oscuri (rileggendo Arendt e Adorno), Bauman sposa la visione dell’intellettuale di Adorno: esso è chiamato a lanciare il suo messaggio nel mare della conoscenza nella speranza che qualcuno lo recepisca, se non oggi, almeno in un futuro più o meno lontano. Bauman è molto scettico per quanto riguarda una qualche evoluzione positiva della società liquida, anche se qualche dritta per uscire da questa liquidità nel saggio c’è: il risveglio della politica intesa come dialogo/scontro fra interessi contrastanti; l’esclusione delle logiche di mercato nell’istruzione; la riflessione su cosa abbiamo perso guadagnando in libertà personale. Se non un messaggio di resa, sicuramente una presa di coscienza e un rinvio alle future generazioni sul da farsi.

[libro] A noi vivi

mercoledì 9 dicembre 2015

Autore: Robert Anson Heinlein
Titolo: A noi vivi (For Us, the Living)
Editore: Mondadori
Altro: scritto nel 1939, prima edizione inglese: 2004, questa edizione: Urania Collezione n. 142 novembre 2014, p. 235, prezzo: 5,90€, genere: fantascienza, traduzione di Silvia Castoldi, collana a cura di Giuseppe Lippi

Voto: 6/10

La trama di questo romanzo – ma è un romanzo? – è di mero supporto al pippone che il buon Heinlein ci vuole propinare. Se è stato pubblicato postumo, per la prima volta nel 2004, ci sarà un motivo, no? Ma partiamo dall’inizio.

Siamo negli USA del 1939. Il protagonista Perry Nelson, tenente di marina, ha un incidente d’auto e si risveglia nel 2086. Una donna, Diana, lo raccoglie nel punto della caduta e lo porta a casa sua. Scoperto il salto temporale fatto da Perry, Diana si offre di introdurlo nella nuova società americana e con questo espediente ci viene raccontata la storia futura dal 1939 al 2086. Con un ulteriore piccolo stratagemma narrativo, che vi lascio volentieri scoprire, Heinlein inizia ad entrare nei dettagli e a descrivere la società USA del futuro dal punto di vista politico, economico e sociale. Per quanto riguarda gli aspetti economici si entra nei dettagli, con tanto di appendice, non facilmente inquadrabili per chi è a digiuno di economia come il sottoscritto. (Sono ragionamenti sensati almeno per le conoscenze del ’39 o siamo nel puro campo della fantasia?) Io posso solo dire che alcune idee economiche e politiche mi ricordano il programma politico del Movimento 5 Stelle, ma non vorrei sottovalutare la visione di Heinlein.

Non vi anticipo la visione politica di Heinlein, sia mai ci sia un estimatore del genere fra i miei quattro lettori. Solo alcune curiosità: nel 2086 l’uomo non è ancora andato sulla Luna. Ci si muove con aerei ad atterraggio verticale e in città con nastri trasportatori di asimoviana memoria. L’Europa Unita, dopo una prima fase di splendore, è caduta in disgrazia ed è ritornata al Medio Evo. Per chi non rispetta le regole non ci sono carceri, ma chi non si sottopone volontariamente al programma di recupero è esiliato. Ma a parte queste curiosità la visione di Heinlein è utile anche per toccare con mano quanto il nostro presente influenzi la nostra visione di futuro e di come il caso, molto più spesso di quanto pensiamo, plasmi la storia.

Concludo dicendo che se non siete molto interessati all’autore o alla fantapolitica questo libro si può tranquillamente saltare. Io, non so perché, l’ho letto in tempi ragionevoli e non l’ho buttato dalla finestra. Forse, per me, era il momento di leggerlo. Segnalo inoltre un’ottima bibliografia italiana di Heinlein in fondo al volume.

Comizi altrui /3

giovedì 26 novembre 2015

Due letture interessanti, ma che non hanno nulla in comune:

Certificato di Garanzia
di Sphera

Il racconto superficiale del digitale
di Massimo Mantellini

[libro] Data and Goliath

sabato 4 luglio 2015

Autore: Bruce Schneier
Titolo: Data and Goliath – The Hidden Battles to Collect Your Data and Control Your World
Editore: W. W. Norton & Company
Altro: ISBN 9780393244816, pagine: 320, prezzo: 27,95 $, prima edizione: marzo 2015, genere: saggistica (informatica, privacy, società, politica, sicurezza), lingua: inglese.

Voto: 9/10

(Dichiaro qui ufficialmente che io amo Bruce Schneier. Amore intellettuale, sia chiaro, tanto che lo metterei come lettura obbligatoria in ogni scuola di ordine e grado, ma ho paura di essere un tantino esaltato e quindi è un bene che siano in pochi a leggermi.)

In questo saggio Schneier descrive una situazione drammatica: la raccolta di informazioni sulla nostra vita da parte di aziende e governi fa apparire 1984 di Orwell come uno scherzo di un ragazzino senza fantasia. La cosa, detta così, sembra l’affermazione di un paranoico, ma lo studio di questi argomenti è il secondo lavoro di Schneier e quanto affermato nel saggio è ampiamente documentato. Tenete conto che metà del tomo sono note e riferimenti a documenti presenti in Rete, a libri e riviste. Anzi, Schneier stesso dice che senza la fuga di notizie di Snowden il saggio non avrebbe potuto nascere, che prima si avevano sospetti fondati e non prove, ma solo per quanto riguarda la raccolta delle informazioni da parte dei governi. La raccolta di informazioni da parte delle aziende è spesso alla luce del sole e comunque molto più facilmente visibile o intuibile. Insomma, c’è un sacco di gente che, potenzialmente, potrebbe sapere tutto della nostra vita, anche cose che noi abbiamo dimenticato o non vediamo subito, tipo che il nostro partner ha l’amante. Dico potenzialmente perché la raccolta dei nostri dati è indiscriminata, ma il loro uso non lo è sempre.

Come vengono raccolti i nostri dati? Attraverso la tecnologia di tutti i giorni. Smartphone, portatili, pc, ebook reader, carte di credito, bancomat, qualsiasi cosa che sia collegata a Internet o ad una qualsiasi rete telematica o comunque ad altre apparecchiature. Chiunque usi mail, servizi via internet, socialcosi, lascia una quantità impressionante di dati e questi vengono tutti salvati e tenuti. Il costo della raccolta indiscriminata è infimo e, con budget tutto sommato alla portata di grandi potenze come gli USA, consente di tracciare interi popoli. (È documentata la registrazione di tutte le telefonate – voce compresa – fatte in Afganistan nel 2013 (p.65).) La situazione è talmente grave che mantenere l’anonimato nella nostra società è impossibile. Anche agenti segreti addestrati a non lasciare tracce hanno molte difficoltà (p.43).

Che utilizzo si fa dei dati? Per quanto riguarda le aziende è chiaro: venderci prodotti e servizi, convincerci ad acquistare. Per quanto riguarda i governi gli scopi sono molto più subdoli e sottili. Ufficialmente la raccolta indiscriminata di dati serve per combattere i “cattivi”, dove i cattivi possono essere, di volta in volta, i terroristi, i pedofili, gli evasori fiscali, fino ad arrivare ai contestatori e i dissidenti. La divisione fra spionaggio commerciale e governativo è solo formale. In realtà le grandi multinazionali dei servizi spesso collaborano, più o meno volontariamente, alla raccolta dati governativa.

Ma serve questa enorme raccolta? Dipende. Per le aziende è fondamentale. Anche se imprecisa, nei grandi numeri la profilazione degli utenti consente di dare servizi e pubblicità su misura che migliorano di molto il rendimento degli investimenti. Per quanto riguarda la prevenzione degli atti terroristici e la lotta ai cattivi in generale, scusa con cui ogni governo ci controlla, questa raccolta indiscriminata si è dimostrata più volte assolutamente inutile. È facile seguire un obiettivo specifico, è assolutamente impossibile trovare un comportamento che si rivelerà deviante. La imprevedibilità dei comportamenti umani genera troppi falsi allarmi per rendere utile qualsiasi indagine preventiva. Nessuno sa in anticipo come si comporteranno i cattivi. Solo che nessuno vuole perdere un potere acquisito e nessuno vuole apparire debole nella prevenzione dei disastri. Gli uffici come la NSA, per esempio, sono un centro di potere ormai autonomo e nessuno ha voglia di perdere il proprio posto venendo accusato pubblicamente di non fare abbastanza (sindrome del “mi salvo le chiappe”).

Ma allora Schneier cosa propone? Propone tante cose, più di 80 pagine di suggerimenti. Se da un lato sembra irrealistico smettere questa raccolta di dati, visto che in molti casi il loro uso si dimostra utile (indagini di polizia, servizi, salute pubblica), la raccolta e il loro utilizzo indiscriminato dovrebbe cessare. Schneier illustra i numerosi danni dell’assoluta mancanza di anonimato: danni all’espressione del libero pensiero, alla capacità di ribellarci alle ingiustizie e a creare una vita più consona alle nostre esigenze. Il punto di equilibrio fra l’interesse pubblico e quello privato della raccolta dei dati dovrebbe essere portato nell’agenda politica pubblica. Le persone dovrebbero essere informate. Del tema bisognerebbe parlare. Dovremmo tutti pretendere un maggiore rispetto della nostra riservatezza.

Schneier dà anche qualche consiglio sulla nostra vita pratica di internauti, per evitare di essere completamente trasparenti ai big dei servizi che ci profilano. Già su questo tema si potrebbe scrivere un libro a parte, ma mi è piaciuto molto scoprire che molti dei suoi consigli li sto già seguendo.

Anche se incentrato sul dibattito politico e sulla legislazione USA, il saggio si rivela interessante e necessario anche per noi europei. La strada da fare è ancora tanta. Schneier è fiducioso che sarà percorsa. Io un po’ meno. Ma informarsi è il primo passo per iniziare. Questo libro è un ottimo inizio.

Rientro al lavoro

sabato 27 giugno 2015

Credo ci sia qualcosa di perverso nell’organizzazione del lavoro delle grandi strutture. La vivo sulla mia pelle ogni giorno anche se ho un’esperienza limitata a quanto visto in questi ultimi 16 anni nei dintorni di Milano nelle piccole, medie e grandi aziende; non sono mai stato il pensatore o l’ideatore di simili strutture e processi, non avendo avuto ruoli di responsabilità e organizzazione.

L’ultima mia nuova mansione mi ha lasciato alquanto perplesso, nonostante mi sia stato spiegato che è necessaria ed è molto più importante e delicata di quanto sembri e io ci credo.

In questi giorni il mio ruolo consiste nel fare da interfaccia fra due strutture che non si devono parlare direttamente, per quanto possibile. Di fatto faccio il passacarte, se ci fossero ancora le carte. Ma non posso solo leggere e girare mail. Pur non sapendo nulla dei dettagli sul lavoro svolto dalle due strutture, devo imparare a intuire quando le richieste sono “ragionevoli” e le risposte “giuste”, con “giuste” e “ragionevoli” che si traducono di volta in volta in “politicamente corretto”, “tecnicamente corretto”, “tecnicamente ragionevole” e “costoso il giusto”. Nel caso si devi dalla retta via devo convincere i contraenti a ritornare sui loro passi, tradurre le risposte e le richieste, avvisare megacapi. Devo anche evitare di essere escluso dalle comunicazioni, che ci vuole un attimo a perdere il controllo della situazione.

Siete disorientati? Avete capito poco? Vi chiedete perché queste due strutture non possono parlarsi senza la mia mediazione? Ecco, allora siete nei miei panni.

E questa non è nemmeno la cosa più brutta e strana che mi è capitata, perché essere pagati per fare il segnaposto senza aver nulla da fare – senza che la cosa turbi nessuno, sia detto per chiarezza – è peggio e lasciare all’improvviso lavori ormai avviati non è una bella sensazione. Sembra anche che questa cosa sia considerata di più alto profilo, anche se a me non sembra proprio. Forse sono troppo abituato ad avere il ruolo di quello che mette le mani dentro il motore con il cacciavite e si sporca le mani di grasso, o forse dovrei dire di byte, perché il cacciavite ogni tanto in mano l’ho davvero. Il mio spirito, attualmente, è “Vediamo dove porta questa strada”, ma ad oggi la cosa mi pare parecchio strana.

Interessi economici e organizzativi, giochi di potere, controllo, psicologia. Questi sono gli ingredienti del mondo del lavoro che vedo intorno a me, dove le competenze tecniche hanno un ruolo sempre più marginale, almeno nel mio campo, dove le novità sono giornaliere e il tempo per assorbirle e farle proprie è sempre ridotto al minimo. Con marginale intendo che sono date per scontate, facilmente acquisibili e intercambiabili, anche quando non è vero. Il filmato dell’esperto è esplicativo.

In questo mondo si rischia di perdere il senso delle cose, di lavorare il doppio per raggiungere anche piccoli obiettivi, di vedere le proprie conoscenze – tecniche, ça va sans dire – inutilizzate.

Io non so se è possibile fare meglio, se in altri posti si faccia meglio, se forse un giorno le cose mi appariranno sotto un’altra luce. Oggi sento che così è e un poco ne soffro.

Populismi e democrazia

martedì 20 Mag 2014

Da Micromega:

Il populismo è democratico: Machiavelli e gli appetiti delle élite
di LORENZO DEL SAVIO e MATTEO MAMELI
L’anti-populismo può facilmente diventare un’arma nella mani delle élite, un’arma che pone a rischio la stessa convivenza democratica. Questo ci può insegnare Machiavelli attraverso un dibattito anglosassone sui rapporti tra i Discorsi e il neo-repubblicanesimo contemporaneo.

Sulla democrazia machiavelliana di McCormick: perché il populismo può essere democratico
di LORENZO DEL SAVIO e MATTEO MAMELI
I populismi, o perlomeno alcune forme di populismo, sono una risorsa fondamentale per la democrazia in questa fase della sua travagliata storia. In uno scenario globale in cui le disuguaglianze si estremizzano e si radicano sempre più, lo sviluppo di idee e movimenti anti-oligarchici e anti-plutocratici è fondamentale per la sopravvivenza della democrazia. Forse solo il populismo può salvare la democrazia.

(Ringrazio Giovanna Cosenza per la segnalazione.)

Prism

martedì 11 giugno 2013

Qualcuno di voi avrà letto dello scandalo PRISM negli USA, ovvero come il governo americano si fa i fatti altrui senza nessuna necessità specifica di indagine, ma solo per una generica “sicurezza nazionale” contro un famigerato “terrorismo” che però, nei fatti, ha dimensioni omeopatiche.

Schneier, che si è occupato del tema per anni, ha scritto un pezzo sulla questione nel suo blog.

Government Secrets and the Need for Whistle-blowers

Purtroppo per voi (e per me) è tutto in inglese. La platea dei suoi lettori è di alto livello e i commenti sono tutti molto interessanti, vale la pena leggerli, anche se la cosa vi richiederà un po’ di tempo e di pazienza.

Io ho fatto la mia domanda:
Bruce, pensi che queste intercettazioni servano veramente per combattere il terrorismo?
Risposta laconica di Schneier:
NO.
Rimangono due altre ipotesi per giustificare queste intercettazioni, che non si escludono a vicenda:
1) sindrome “salviamoci le chiappe”, ovvero nessuno potrà dire loro di non aver fatto abbastanza;
2) controllo sociale, ovvero a grandi linee dove sta andando e cosa sta facendo la società americana.

Le grandi aziende come Google & C. non sono affatto interessate a IlComizietto come persona fisica, ma all’animale sociale in relazione con altri animali sociali, che naviga in un certo modo, si collega con un certo provider, abita in un posto Z, vede e legge certe pagine e soprattutto, compra X al posto di Y. In altre parole: IlComizietto potrebbe anche essere un alieno venuto da Marte, e la cosa non interessa nessuna BigCompany, ma in che modo fa girare l’economia? Se con il mio comportamento riesco ad eludere una piccola parte di questo controllo, la cosa non interessa nessuno. Io sono 1 su 1.000.000.000, sono lo zero virgola delle loro statistiche.

Mentre l’industria ha bisogno di dati per fare soldi, lo Stato ha bisogno di dati per fare cosa? E ci riesce?

Buona riflessione.

PS: Pare che anche l’Italia abbia il suo PRISM. Ho provato a leggere il decreto. E’ legalese stretto, non so quanto sia fondata la paura di ZeusNews. Soprattutto tenendo conto di come vengono gestite da noi certe cose… ci sono società che non riescono nemmeno ad emettere fatture corrette, figuriamoci a controllare grandi quantità di dati.

Da ZeusNews:
Anche in Italia il governo ci può spiare come negli USA
Un decreto legge del governo Monti permette di acquisire i dati personali degli italiani senza autorizzazione della magistratura.

Cory Doctorow a Berlino

lunedì 9 gennaio 2012

Segnalo una conferenza tenuta da Cory Doctorow a Berlino il 27 dicembre scorso alla Chaos Communication Congress. Ne parla Paolo Attivissimo e vi spedisco lì per il video con i sottotitoli in italiano, la traduzione scritta e un breve commento:

L’imminente guerra contro il computer generico: lezione magistrale di Cory Doctorow

di P. Attivissimo

La tesi è che il computer è potenzialmente fonte di infinita libertà. Chi ha potere ne ha paura. Chi ha potere cerca di convincerci che non abbiamo bisogno di un computer, ma di un elettrodomestico capace solo di fare ciò che chi lo produce vuole che faccia. Il tutto detto molto meglio.

Un unico appunto, come dicevo nei commenti da Attivissimo. Doctorow parla ad un pubblico elitario, che queste cose le sa già o che comunque riesce a capirle. Tre gatti in tutto.

Io lavoro nel settore informatico, fra gente spesso laureata o almeno diplomata. Quando accenno ai problemi citati da C.D. mi guardano come se arrivassi da Marte. Se raccontassi queste cose al mio macellaio gli sembrerebbe di avere davanti un teologo arabo che parla in greco antico di tecnologia preindustriale cinese.

C’è molto lavoro da fare.

Aggiornamento:

eDue dice la sua sulla conferenza di C.D.:

È un problema di usabilità

dove in sostanza ci dice che i pc che fanno tutto sono troppo difficili da usare e che quindi la semplificazione operata dall’industria non è un complotto contro di noi, ma un naturale sviluppo derivante dalle nostre necessità. Il tutto detto meglio, ovviamente.

E’ vero quello che dice eDue, ma non vedrei i due discorsi in opposizione. Penso siano veri entrambi gli aspetti: il controllo voluto dall’industria e la voglia di semplificare. Con il primo si spiegano delle limitazioni assolutamente insensate e innaturali dei nostri apparecchi tennologici, con il secondo la loro fortuna.

(E comunque riflettere su questi temi fa sempre bene.)

Proteste e proposte in Rete

martedì 21 dicembre 2010

Leggendo Le sviste dei media “progressisti” sono incappato in questo articolo di Repubblica:

Hacker di tutto il mondo unitevi
Così la politica 2.0 sfida il potere
Da WikiLeaks a Piratebay cresce in nome della libertà d’informazione il popolo dei radicali online. Ma tra siti sabotati e beffe telematiche è davvero iniziata la cyberguerra?
di GABRIELE ROMAGNOLI

Un articolo pessimo, che evoca assoluti (“la rivoluzione si fa via Twitter”) per poi smontarli, dove si mischiano cose lontanissime fra loro (forum, blogger impegnati in politica, hacker) giusto per metterli “in un calderone, perché più sono gli ingredienti e più è probabile che qualcosa cuocia”; così sembra si faccia, vediamo cosa tiro fuori io, pare dire l’autore del pezzo. Tutto questo per affermare una cosa sola: nel mondo della rete “l’aggregazione avviene in negativo, mai in positivo.”, è molto utile per protestare e mettere a nudo il re, ma “non lascia intravedere costruzioni alternative”. Per avvallare questa tesi Romagnoli prende ad esempio Grillo e dice una cosa falsa: la forza di Beppe Grillo ” è solo critica, è solo “vaffa” e “dagli allo psiconano””, ha solo insultato e non ha proposto nulla di alternativo. Possiamo discutere fino alla rissa sui metodi grilleschi, sui vaffa, sulle sue cantonate, sulla sua simpatia e su tante altre cose, ma che non abbia proposto nulla non si può certo dire. Basta visitare il suo sito. Una sua proposta di legge, con tanto di firme, non è ancora stata discussa in parlamento, tanto per fare un esempio. E poi? Veramente nessuno in rete propone e aggrega? La Zanardo, giustamente, si è risentita: ma come?, noi siamo citati da molti giornali stranieri per il nostro lavoro nelle scuole e lei va a dire che in rete nessuno propone nulla? Ma stiamo scherzando?

Romagnoli poi non sa o dà per scontate proposte e aggregazioni non indifferenti nate e cresciute in Rete: molto software che circola in rete è scritto e mantenuto su base volontaria, anche se spesso è sostenuto da aziende private. Wikipedia è il più grande progetto culturale collettivo su base volontaria, e sempre nel mondo culturale sono molte le realtà italiane che fanno. Basta seguire un qualsiasi carnevale (matematica, fisica) per essere letteralmente sommersi da proposte culturali di ogni genere. In politica, mettendo da parte Grillo, in ambito locale ci sono realtà molto attive in rete, che influenzano non poco la realtà locale. Queste realtà possono non piacere, possono avere molti difetti, ma esistono. Sono tutte persone che dedicano il loro tempo e le loro energie a ciò in cui credono e usano un mezzo, la Rete, per realizzare i loro progetti. Cambiano il nostro modo di vedere e fanno muovere le persone. Perché Romagnoli e Repubblica non danno maggiore risalto a queste realtà?